In ricordo di Teresa Lazzaro (Maresa): la levitas dell’intellettuale, la fierezza del borgo marinaro e il dolore sottile delle incomprensioni umane.
Un’anima complessa tra lo Stretto e il mondo.
La notizia della scomparsa di Teresa Lazzaro — per tutti semplicemente Maresa — ha lasciato un vuoto profondo nel panorama culturale di Messina e in quanti, in Italia e all’estero, ne avevano apprezzato il talento limpido e la travolgente passione civile. Poetessa, anglista di valore internazionale con anni di insegnamento negli atenei statunitensi, traduttrice sensibile e docente appassionata, Maresa è stata una figura di rara intensità.
Nata e cresciuta di fronte al mare dello Stretto, nel borgo di Paradiso, ha saputo coniugare la grande cultura accademica con un attaccamento viscerale e orgoglioso alle sue radici popolari. In lei coesistevano, in perenne e vitale cortocircuito, due nature ben distinte: da un lato la levitas della studiosa cosmopolita — capace di intessere profondo sodalizio con maestri della poesia come Mario Luzi o di tradurre con grazia la voce di Emily Dickinson e le memorie della Shoah —; dall’altro la tempra schietta, a tratti stizzosa, fiera e intransigente della donna del popolo, cresciuta nell’abbraccio protettivo di una madre forte e determinata con cui ha condiviso l’intera esistenza.
Negli ultimi anni di vita, Maresa si era trasformata nella custode della memoria dei bambini dell’Olocausto, trasformando la sua dimora di pescatori nella “Casa delle farfalle” e dando voce, con la silloge Venti farfalle ed una nuova primavera, ai venti piccoli martiri di Bullenhuser Damm. Le sue foto quotidiane delle albe sullo Stretto, condivise per regalare un raggio di bellezza agli amici, erano il suo personale buongiorno al mondo.
Il sodalizio con Filippo Briguglio e la nascita di Blue-Jay e Quadrifogli
Tracciare il percorso letterario di Teresa Lazzaro significa inevitabilmente intrecciare la sua storia con quella dell’associazione e della rivista Parentesi, e in particolare con la figura del suo fondatore e curatore, Filippo Briguglio.
Fu proprio Filippo a credere con incrollabile entusiasmo nella forza dirompente delle sue liriche, accogliendo nella collana «Libriparentesi» la pubblicazione del volume Blue-Jay e Quadrifogli nel dicembre del 2004. Un’opera fondamentale, aperta dalla preziosa lettera autografa che il grande poeta Mario Luzi volle donare a Maresa poco prima di morire, e presentata nel marzo del 2005 in un’affollata e solenne cerimonia presso l’Aula Magna dell’Università di Messina.
In quelle pagine si condensava tutto l’universo di Maresa: il ricordo degli anni americani (i blue-jay, le ghiandaiette azzurre di Amherst), la “dicotomia” dolorosa tra il buio della sofferenza fisica e la luce dell’amore per la vita, fino all’approdo pacificato tra le onde delle isole Eolie. Filippo Briguglio non fu soltanto l’editore e il promotore di quell’opera, ma un testimone attento della metamorfosi poetica e umana di Maresa, capace di decifrarne e comprenderne le sfumature più intime.
L’ombra del rammarico: l’umana fragilità di un affetto spezzato
La vita, tuttavia, sa essere tanto generosa di incontri poetici quanto avara e spigolosa nelle vicende quotidiane. Negli ultimi tempi, segnati dal progressivo e silenzioso aggravarsi del suo stato di salute, si è consumata tra la poetessa e l’amico curatore una frattura dolorosa.
Incolpevole di quanto stesse realmente accadendo nel riservato rifugio di Maresa e ignaro del rapido precipitare della malattia, Filippo Briguglio non si era premurato di andarla a trovare con la frequenza del passato. Questo silenzio, dettato unicamente dalla mancanza di notizie e non certo da disinteresse, venne interpretato da Maresa come una mancanza d’affetto o un abbandono. Con l’impeto stizzoso e ferito che apparteneva al suo lato più popolare e intransigente — quello di chi, quando si sente vulnerabile, alza barriere insormontabili —, la poetessa decise di cancellare l’amico di sempre dal novero dei suoi affetti e dei suoi contatti.
La notizia improvvisa della morte di Maresa ha lasciato in Filippo un senso di profonda tristezza e un rammarico struggente: l’amarezza per un ultimo abbraccio mancato e per un chiarimento che il tempo, tiranno, non ha voluto concedere. Un dolore sincero, mitigato solo dalla consapevolezza che questa era anche Teresa: una donna senza mezze misure, che amava e soffriva con la stessa bruciante intensità con cui componeva i suoi versi.
Un’eredità che resta
Oggi che le sue “venti farfalle” sono finalmente volate in alto, al di là del dolore e delle incomprensioni terrene, di Teresa Lazzaro resta l’eredità luminosa delle sue parole. Resta la gratitudine per quanto ha donato alla cultura della sua città e per la passione con cui ha difeso la memoria degli innocenti.
A Filippo Briguglio e a chi l’ha amata e pubblicata rimane la certezza di aver camminato al fianco di una poetessa vera, autentica e complessa, la cui voce continuerà a risuonare viva, come il canto eolico che tanto amava, sulle rive del suo amato Stretto.
