Associazione Culturale Parentesi


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Il monumento all’asino dello scutore di santa teresa riva (Me)

 

L’ASINO DI UCCHINO

(nella foto, accanto al monumento all’asino, l o scultore Nino Ucchino il regista e scrittore Turi Vasile e Pippo Baudo, in basso Vittorio Sgarbi

 

L’«ASINO» di Nino Ucchino, la scultura in acciaio inox giunta alla ribalta del Polifemo d’Argento edizione 1994, continua a suscitare interesse oltre lo Stretto.
L’artista di S. Teresa di Riva in provincia di Messina, dove vive e lavora, sperimentando da tempo l’applicazione degli acciai nella scultura, è uno scultore poliedrico, spesso presente nei centri più vivi dell’arte italiana ed europea. Una sua antologica di disegni, sculture e dipinti riferiti agli anni Ottanta-Novanta sarà ospitata nella Galleria Maceden di Milazzo.
A far pervenire una critica tutta positiva, a definire il monumento itinerante a l’Asino “operazione addirittura colta e raffinata” è proprio lui, Vittorio Sgarbi, conosciuto ai più per i suoi “Sgarbi Quotidiani” e per le sue irriverenze televisive, ai pochi quale autore di numerosi saggi e libri per far intendere cosa sia l’arte, tra i quali: “Il sogno di pittura”, “Davanti all’immagine”, “La pittura ferrarese del Quattrocento a Bologna”.
L’autore del Monumento a l’Asino ha di che sentirsi fiero. Al di là dell’immagine che il grande pubblico ha del critico più famoso d’Italia, è certo che Vittorio Sgarbi è uno dei più seri e preparati studiosi italiani di storia dell’arte.
Quanto Sgarbi ha scritto su l’Asino di Ucchino, aiuta “a comprendere quali sono i valori positivi intorno ai quali è sempre ruotata la considerazione de l’Asino nella cultura occidentale”.
Espressioni limpide ed intense quelle riferite all’opera di Ucchino che ci confermano le qualità di Sgarbi critico e studioso, che tuttavia non rinuncia, in chiusura del suo commento – che riportiamo integralmente – al guizzo di ironia che gli è congeniale.
P.S.
Pubblichiamo in questo numero  un commento di Vittorio Sgarbi

Brillante e intelligente. Non arrivo a dire geniale perché non vorrei insinuare nessuna valenza provocatoria o parodica, come in una sorta di esperienza “new-new-dada”, al serissimo Monumento itinerante all’Asino eseguito da Nino Ucchino. Operazione addirittura colta e raffinata. Il Monumento all’Asino, all’asino con la A maiuscola, condensa nella sua formula artistica un sapiente abbinamento di tradizione e innovazione.
L’animale è sempre stato al centro delle raffigurazioni ispirate all’arte mimetica, all’arte cioè che nel corso dei tempi ha inteso rappresentare la natura nel suo aspetto apparente. Le prime immagini create dai primitivi {Altamira, Lascaux) rappresentano animali, la cui inquietante presenza andava esorcizzata prima del rito della caccia.
Poi l’uomo ha concesso all’animale uno straordinario privilegio:
rappresentare simbolicamente la divinità, dare corpo all’essenza immateriale più elevata che si potesse concepire.
L’Asino di Ucchino non è però una divinità, è anzi l’opposto della divinità in quanto “pura” bestia.
Lo spirito del monumento di Ucchino è lo stesso di quelli pittorici dedicati ai cavalli da artisti come Giulio Romano (Palazzo Te, Mantova) o George Stubbs: un omaggio sincero a un compagno dell’uomo che nella vita terrena si è distinto alla stregua dei migliori di noi. Ma i cavalli del Pippi e di Stubbs sono animali di razza, purosangue che con la corsa hanno solleticato i divertimenti di alcuni aristocratici privilegiati.
L’asino è il suo parente povero, un animale per suo destino umile e abituato a convivere con gli umili.
Ucchino non ha voluto nobilitarlo, lo ha colto anzi in un gesto naturalissimo e al limite dell’irriverenza, non ha voluto farlo diverso da quello che è: l’asino non è un cavallo, non sarà mai un cavallo, né può farsi bello della dotta simbologia esibita da Lorenzo Lotto nelle tarsie bergamasche di Santa Maria Maggiore. Gli ha solo concesso la nobiltà della materia, l’acciaio inox che non si arrende alle ingiurie del tempo e che quindi ha i crismi dell’immortalità; ma, a pensarci bene,
è anche la materia delle nostre pentole da cucina, una materia che è perfettamente inserita nel quotidiano più abituale della nostra civiltà consumistica. E’ un acciaio ruvido e irregolare, a sprazzi lacunoso e tagliente con effetti di suggestivo pittoricismo – penso all’archetipo del Tacchino del Giambologna – che ci fanno associare la statua a un reperto archeologico curiosamente moderno; eppure è difficile resistere alla tentazione di toccarlo, di accarezzarlo o di strigliarlo come fosse carne viva, di sentirne l’ostile resistenza al morbido contatto della mano.
Sono sensazioni che ci aiutano a comprendere quali sono i valori positivi intorno ai quali è sempre ruotata la considerazione dell’asino nella cultura occidentale: il lavoro, la pazienza, la capacità di soffrire, la fedeltà anche a scapito dell’intelligenza. Valori contadini, forse un po’ in disuso ma non certo superati, che avevano bisogno almeno di un ricordo sommesso e silenzioso, di un semplice gesto di ringraziamento.
Un’ultima annotazione per sottolineare i caratteri innovativi dell’Asino paragonandoli alla monumentalistica civile dei nostri tempi che deturpa ignobilmente le città italiane.
Ucchino ha modificato la nozione stessa di monumento, mutandone la tradizionale stabilità (ideale prima ancora che materiale) in una modernissima mobilità permanente non più legata ad un solo luogo o ad una sola comunità. Non basta.
L’efficacia del naturalismo di Ucchino ci fa capire quanto la scultura figurativa abbia ancora da dare al genere monumentale, funestato da astrattismi velleitari e senza logica. Vi sembrano cose da poco? No, non lo sono, e Ucchino lo sa benissimo.
Nel vederlo sorridente accanto alla sua opera, ho l’impressione di trovarmi di fronte a un fantasma dell’infanzia, l’Omino di Burro di collodiana memoria.
Chissà se domani, al nostro risveglio, non verrà a bussare alle nostre case per condurci nel Paese dei Balocchi. Tutti trasformati in asini, naturalmente… ■

Vittorio Sgarbi

“Parentesi” anno VII n. 27 marz0/ aprile 1995

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