Associazione Culturale Parentesi


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Avvenimenti

il pensiero filosofico: il male di vivere

IL MALE DI VIVERE

di Trento Malatino

È concepibile, in radice, un nesso tra il fare artistico (poesia, narrazione ecc.) e la filosofia. Esse hanno
una scaturigine analoga. Prima di esse nulla se non, alle origini delle varie culture, nella forma dei miti nei quali sono compresenti la fantasia creatrice e una razionalità latente. Presso gli antichi Elleni, insieme con i miti, la poesia era interprete della vita e dei problemi dell’uomo, e in essa si ponevano le basi del pensiero greco. Nel passaggio-insieme con (evolversi delle varie formazioni economico-sociali delle vivissime poleis – dalla fantasia mitica alla riflessione razionale esplicita, nasceva la filosofia. Tuttavia la razionalizzazione delle cose era ancora espressa in esametri nella forma del poema (Parmenide, Empedocle).

Già prima, come attesta Teofrasto (primo successore di Aristotele nella direzione del Liceo), Anassimandro (VII – VI a.C.), filosofo della natura e dell’uomo, componeva un libro “con espressioni poetiche”.

Dopo i filosofi presocratici, il processo di riflessione razionale sull’uomo e sul mondo si accentuava e prevaleva una sorta di laicizzazione ante litteram del sapere, e si perveniva a una divaricazione delle forme di espressione quella filosofica (e poi altri modi di prosa), e quella del fare artistico (poesia, narrazione ecc.).
Ma non bisogna dimenticare la radice di fondo unificante.
Perché questa premessa? Per non pervenire, sia pure con l’inevitabile brevità di un articolo, con scarsa
consapevolezza alla considerazione del “male di vivere” Questo problema tocca dolorosamente nelle sue viscere il modo di essere dell’uomo nel mondo. Vogliamo riferirci solo ad alcuni poeti e filosofi, che in tal senso nel corso della storia del mondo occidentale hanno vissuto ed espresso in modo vivo ed esemplarmente significante tale condizione umana. A partire da Anassimandro che, nel brano estremamente discusso, tramandatoci da Simplicio (VI sec d.C.), dice: “Principio degli esseri è l’infinito da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno la distruzionesecondo necessità, poiché essi pagano l’un l’altro la penae l’espiazionedell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo” (il corsivo è nostro – N.d.R.).

La tematica, che investe l’intero universo è cosi posta insieme col senso di umana sofferenza e di una irrimediabile angoscia, indotto da termini, quali distruzione secondo necessità, pena espiazione, ingiustizia, che sono pregni di un forte timbro emozionale. Si gettano le basi di una visione tragica del mondo e dell’uomo. A nulla varrà pensare a una superiore armonia stabilita in qualche modo dall’ ordine del tempo, come probabilmente pensava Anassimandro, perché essa è sempre differita; e inseguita, mai è conseguita.

A noi, oggi, specialmente è dato pensare: guerre e poi guerre, accompagnate dall’illusione precaria della pace; pestilenze e catastrofi; disumanità degli uomini e uso della forza soggiogatrice volta al dominio e allo sfruttamento, distruzione dei deboli, dei diversi, stragi e olocausti; minaccia di catastrofe nucleare, la terra in crisi ecologica e immigrazioni caotiche di intere popolazioni.
Il sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli è già espresso dallo scrittore spagnolo Miguel De Unamuno all’inizio di quel secolo ventesimo in cui dilacerante, come non mai. è divenuto il sentimento
dell’annichilente divenire della storia.

La misteriosa presenza del male nel mondo, in ogni epoca del pensiero e della civiltà, è stata la condizione
umana che più di ogni altra ha suscitato timore e tremore. Ma i limiti precisi dello spazio, consentiti in questo scritto, impongono di fare alcune scelte assai significanti si, ma forse non tali da soddisfare l’esigenza di ampiezza e di approfondimento che richiede il problema. Bisogna quindi limitarsi ad accenni su alcuni scrittori e, naturalmente, senza seguire vincoli cronologici. Rivolgiamo quindi l’attenzione a ciò che di essenziale nel nostro tempo è stato espresso in proposito da un grande poeta, Montale, e dall’animo tragicamente
tormentato di uno dei più significativi scrittori. Camus (romanziere, drammaturgo e saggista). L’espressione “il male di vivere” trovasi inOssi di seppia(1925), in una poesia in cui il poeta Montale dolente canta la sua immagine del mondo e del suo essere nel mondo: “Spesso il male di vivere ho incontrato”. E in un’altra “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/l’animo nostro informe … Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che nonsiamo, ciò che nonvogliamo”. Il male di vivere è connotato dall’impossibilità della parola del poeta di dire ciò che
nell’animo suo informe resta indefinibile e pertanto non esplicabile in concetti che esprimano una positività dell’essere e del volere. E intanto, volere che cosa? Soltanto vivere un’esistenza, segnata da una sconfitta inevitabile, esistenza nella quale il dolore inerisce come sua essenza, o si manifesta altresì una ferma indifferenza per le parvenze ingannevoli del mondo e degli uomini.

E il nulla il nocciolo delle cose ed è soltanto ciò di cui si ha certezza.

La condizione umana è quella di chi si trova gettato, come il poeta, in un mondo dello “scacco”, del quale ognuno è un esempio pieno d’angoscia. Se la forma è una struttura dinamica significante, qui essa non riesce a costituirsi né nell’interiorità del soggetto né nel rapporto di questo con l’universo che si dispiega nei detriti della storia, di fronte alla quale il sentimento fondamentale è il rifiuto, e non rimane che la posizione generale del non: uno dei modi del nichilismo contemporaneo. Aldi là dell’influenza esercitata sulla sua formazione culturale, oltre che dalla reazione idealistica contro lo scientismo intellettualistico ottocentesco, e soprattutto dal contingentismo di Boutroux e Bergson, si nota che in lui vive come linfa spirituale, di cui, forse, è più o meno teoricamente consapevole, quella temperie culturale di lungo periodo, in largo senso esistenziale, che prende le mosse da Schopenhauer e Kirkegaard e si dispiega fino a Nietzsche, a Freud e oltre.

Per Schopenhauer l’uomo non ha vie d’uscita, “la sua vita oscilla come un pendolo, di qua e di la tra il dolore
e la noia”, Kierkegaard dà una primaria indicazione su ciò che massimamente travaglia l’uomo: la categoria
della possibilità e dell’impotenza a scegliere rispetto al futuro, dove “tutto è egualmente possibile” (e il contrario di tutto). In questa inquietante “possibilità di potere” sta “l’espressione più alta dell’angoscia”. Non ci sono chances positive, il disinganno è sempre presente: mancanzadi traguardi, vuotodi valori, e in ciò il nulla. Le strutture costitutive dell’essere umano sono l’angosciae la disperazione. L’interiorità è divorata da una “malattia mortale”: la disperazioneappunto.
Ogni uomo è un “animale malato”. Quarant’anni dopo, questa sarà una delle idee centrali di Nietzsche, e la terapia sarà quella … del superuomo, protagonista di una nuova età. Freud poco dopo indicherà come l’analisidel profondo tenterà di risolvere l’angosciante, complessa interazione fra salute e malattia, e di liberare, se possibile, ogni uomo dalle proprie laceranti angosce e dal disagio della civiltà. Poi, non molto prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale (la seconda fra le recenti immani tragedie dell’umanità), nel cammino del nichilismo si presenteranno altri: Heideger(“essere per la morte”); il primo Sartre (“L’essere e il nulla”), fino a giungere, più tardi, al battage nichilistico di un Cioran.
In questo quadro, e nello stesso tempo di tragedia, emerge la figura e l’opera di Albert Camus. Il sentimento tragico, quale condizione fondamentale dell’uomo, emerge, come una inguaribile ferita, dai suoi saggi, dai suoi notissimi romanzi e dai suoi drammi teatrali. La “condizione umana” di sempre è espressa nel modo più significante nel Mito di Sisifo. Quest’uomo, come ogni uomo, è sospeso inanemente tra precipitare ed eterno desiderio di salire. L’uomo, solo di fronte al mondo e anche a sé stesso, può superare, con la rivolta,e combattendo costantemente contro il filisteismo dominante, l’assurdo che inerisce sostanzialmente al proprio destino? No. Egli ci dice: “Non c’è l’amore di vivere senza disperazione di vivere”.
La domanda attende ancora una risposta diversa. Certo non la dà, oggi, M. Serres, il quale afferma che “la
morte lega la nostra storia”, essendo intrisa di sangue, almeno per ciò che ci riguarda, tutta la civiltà occidentale dai Greci e dall’antica Roma a oggi.

Certo, di fronte a questo raggelante catastrofismo, noi uomini, pur sempre dotati di ragione, possiamo non
rassegnarci, non accettando il sopore e la banalizzazione della vita quotidiana. Possiamo non rifugiarci nella solitudine di sbocchi mistici. Possiamo non mirare a soluzioni estetizzanti, destinate a capovolgersi per la loro precarietà e illusorietà, nell’abisso del nulla. Pensiamo di tornare a riflettere, – e dopo tutto quello che recentissimamente è accaduto nel mondo, – non sull’accoglimento drammatico della disperazione, quale motivazione dell’autenticità e della libertà, bensì sul “principio speranza” di E. Bloch. Speranza di dar forma concreta a progetti di non disumana ricostruzione per la salvezza degli uomini.
Così si imprimerà al tempo un segno diverso.

 

Trento Malatino

“Parentesi “anno IV n.17 marzo 1992

 

 

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