Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

I Reportage di “Parentesi”Tra Pezzolo e Briga, San Placido Calonerò

I Casali a Sud Di MessinaTra Pezzolo e Briga, San Placido Calonerò
Vero e proprio gioiello architettonico l’antico convento dei benedettini, oggi sede dell’Istituto Tecnico Agrario Statale “Pietro Cuppari”.

di Filippo Briguglio

Proseguendo l’itinerario che ci ha condotto, sul versante jonico, per i Casali di Messina sud (Giampilieri, Molino, Altolia), incontriamo altri piccoli villaggi che hanno contribuito a scrivere la storia della nostra terra. Una storia appena sussurrata, fatta di quotidianità, di vita vissuta, faticosamente, e di tante piccole battaglie combattute e vinte giorno dopo giorno strappando all’inclemenza dei luoghi ed all’indifferenza degli uomini l’essenza stessa della vita.
Questo, infatti, appare subito evidente percorrendo le strade che, tortuosamente avvolgono le colline: che le case costruite prepotentemente e le colture conquistate in zone impervie sono la vera testimonianza della forza e della determinazione della gente del luogo.
Di contro, quella stessa natura, così poco generosa e restia a concedere i suoi frutti, offre sorprendentemente splendidi panorami che si allargano a perdita d’occhio, senza limiti: altalenanti distese verdi punteggiate dai terrazzamenti, prepotenti testimoni della volontà dell’uomo, ulivi secolari e un cielo e un mare straordinariamente belli.
Ed è in un simile contesto che, lasciando la strada statale al bivio di Ponte Schiavo a 20 km. Circa dalla città, incontriamo Pezzolo, sorprendente ed inaspettato, abbarbicato così com’è, sul fianco di una collina, mentre il torrente Briga scorre, tra rocce e colline argillose, nella gola sottostante.
Un pugno di case unite da stradine e cunicoli, retaggio del borgo medievale, dove aleggia il silenzio, dove è possibile incontrare contadini con l’antica “visazza”, buttata sulla spalla (due tasche, grandi come due sacchi attaccati), dove l’odore fragrante di pane cotto a legna rimbalza di casa in casa, tra i vecchi muri e nelle viuzze che salgono e scendono attraverso le contrade, ordinate e semplici con quei loro nomi tratti dalla vita di tutti i giorni: nomi di persone, di mestieri, di animali, di colori. Nomi spontanei (contrada maccaruni, contrada pane e vino, strittu i Don Lariu etc. etc.) che accentuano quell’odore di vissuto di un villaggio dove la mano volitiva dell’uomo è presente in ogni angolo.
Villaggio prettamente agricolo la cui esistenza, da sempre, è riposta nella produzione (agrumi, uva) di quelle campagne circostanti così infelici da coltivare per la natura impervia del territorio per il 90% montuoso, a Pezzolo la gente coltiva ogni palmo di terreno, sistemato a terrazze, sostenute dai muri a secco, “ammacie”, caratterizzati dall’inserimento di scalinate che permettono il passaggio da una balza all’altra scendendo quasi a strapiombo sul profondo burrone scavato dal torrente che scorre dabbasso. Di questa sua connotazione tipicamente agricola sono disseminate qua e là le testimonianze: palmenti, per la vendemmia di uve scelte, mulini ad acqua (in contrada Bettaci se ne trova l’esemplare meglio conservato datato 1781), fornaci, per la cottura dei mattoni.
Della storia di Pezzolo non si sa molto. Un antico scritto del Cav. Gaetano La Corte Cailler, studioso di storia locale, (esaminato dal Prof. Silvio Papalia Jerace cultore di storia e tradizioni messinesi) parla del burgensatico (possesso non vincolato al feudo N.d.R.) di Pezzolo del quale non si conoscono le origini ma che sembra fosse feudo dei nobili Cirino, ai quali venne confiscato dal governo spagnolo in conseguenza della rivoluzione di Messina del 1678 e destinato a proprietà comunale.
La Chiesa madre del villaggio, dedicata a S. Nicola di Bari, è situata al margine meridionale dell’abitato; ha un bel portale cinquecentesco di scuola gaginiana. La fiancheggia un campanile del 1598 che ospita sette campane bronzee, fuse probabilmente a Tortorici, recanti le iscrizioni dei nomi dei cappellani, curati, procuratori e degli artigiani che le forgiarono. All’interno trovano posto una scultura marmorea cinquecentesca raffigurante la Madonna di Loreto, una campana (1802) proveniente dalla chiesa di Loreto, nove altari con tarsie marmoree, il Ciborio in marmo di Carrara dell’altare maggiore, un’acquasantiera in pietra calcare.
Nel villaggio si possono ammirare resti della chiesa di S. Maria dell’Idria e un palazzetto con portale ad arco (XVI – XVII sec.) mentre sparsi qua e là fregi, archi, ornamenti ingentiliscono le linee essenziali delle case.
Al centro dell’abitato la vecchia fontana pubblica, detta “lavatoio” (1869). Le sue acque dotate di particolari qualità medicamentose, venivano usate dai pezzolesi, sin dal secolo scorso, anche a scopo terapeutico. Nel 1957 a causa di lavori per incrementare la portata idrica, si verificò un’infiltrazione che provocò l’inquinamento dell’acqua ed una drammatica epidemia tra la popolazione. Di conseguenza la fontana fu sigillata con quel blocco di cemento che tuttora si può vedere.
Nei dintorni si possono invece ammirare i ruderi di una postazione militare e ciò che resta della chiesa della Madonna di Loreto con annesso convento che ingloba una più antica costruzione a pianta centrica e cupola di origine presumibilmente bizantina data la similitudine architettonica con la Cuba di Malvagna (testimonianza di architettura bizantina, datata tra il sec. VIII e la prima metà del IX).
All’interno pitture a mo’___0 di affreschi, ormai ridotte a pochi resti fatiscenti, dovevano rivestire originariamente l’intera superficie della Chiesa.
Caratteristiche, tra le bellezze naturali del territorio intorno al villaggio, le pietre bianche usate per lavare la biancheria in contrada Bettaci, e contrada Tammeri dove per l’insolita conformazione geologica del terreno non attecchisce erba, fatto questo che ha valso alla località l’appellativo nato dalla fantasia popolare di posto “unni si giliaru i diavuli” (dove si rotolarono i diavoli).
Ritornando verso la città (ad una quindicina di km. Da essa) incontriamo il villaggio Briga superiore a monte e sulla litoranea Briga marina.
Privilegio di quest’ultimo è considerata la presenza di una pietra di grandi dimensioni sulla quale si dice si sia fermato S. Paolo, l’apostolo delle genti, giunto in Sicilia per predicarvi la parola di Dio.
Sullo sfondo di essa da una parte la Chiesa vecchia, ormai sconsacrata, immota e triste con quei muri sfondati quasi cadenti, il sagrato pieno di erbe e rovi, poveri ruderi abbandonati e degradati, per incuria e negligenza, a deposito di immondizie; dall’altra il Monumento ai Caduti di recente fattura.
E sempre a S. Paolo è dedicata la nuova Chiesa (costruita nel 1934) con cinque altari di cui il maggiore arricchito da una grande antichissima preziosa tela, raffigurante l’Eterno Padre con S. Giovanni, S. Paolo, S. Placido, S. Giuseppe, che sembra sia stata donata da quegli stessi Benedettini che, nel secolo scorso, abitarono il Monastero di S. Placido Calonerò. Ed è a S. Paolo che ogni anno gli abitanti manifestano la loro grande devozione durante la festa sempre solenne dal punto di vista religioso e da quello folkloristico che si svolge alla fine di giugno. In questa occasione il meraviglioso simulacro del Santo, continuamente arricchito dai doni in oro e soldi offerti dai fedeli in segno di ringraziamento per le grazie ottenute o per devozione, viene portato in processione lungo la strada del villaggio sino a Ponte Schiavo, in un tripudio sempre crescente di fede.


Un discorso a parte merita, tra i tesori nascosti e misconosciuti custoditi dalle nostre colline, il Convento Benedettino di S. Placido Calonerò, attuale sede dell’Istituto Tecnico Agrario Statale “Pietro Cuppari”. Al confine con Giampilieri “ su un’altura a mezzogiorno del torrente Briga ed in cui esisteva una chiesa diroccata, dedicata a S. Luigi Calonerò, forse costruita un secolo prima durante la signoria angioina,… e detta così dal nome della contrada in cui sorgeva,…Calonerò (che nella parlata greca suona buon’acqua), per indicare presumibilmente una vasta zona compresa tra il torrente Schiavo e il torrente Giampilieri, alle cui foci probabilmente le navi si rifornivano d’acqua”, così come riporta nella “piccola storia di S. Placido Calonerò” – 1969 – l’Ing. Ariberto Celi, nel 1363 si ritirarono, fondandovi il Convento di S. Placido (santo messinese compagno di S. Benedetto) accanto alla chiesa preesistente già nel XIII secolo, quattro gentiluomini messinesi, che, sulla scia del messaggio di S. Francesco, abbandonarono la vita laica per la vita monastica.
Nel 1367 il numero dei monaci, già salito a dodici, impose la ricerca di un altro luogo dove poter erigere un convento più grande.
Fu così che nel piano di S. Domenica (territorio donato dal Conte Andrea Vinciguerra d’Aragona) nel 1376 iniziarono i lavori – durati molti anni – per la costruzione del nuovo monastero che “a ricordo della chiesetta di s. Luigi di Calonerò, prese d’allora in poi il nome di S. Placido Calonerò”, mentre l’antica abbazia, i cui resti sono oggi di proprietà privata, è denominata “il Vecchio”. Diversi abbati, uomini illustri e colti, si avvicendarono nella reggenza del nuovo monastero.
Il primo grande abbate fu, nel 1426, Fra Placido Campolo. Sotto di lui si verificò il totale abbandono di S. Placido vecchio, sino a quel momento considerato e vissuto come casa madre, con il conseguente definitivo trasferimento anche di tutti i suoi privilegi, redditi e dignità abbaziale. Dopo di lui l’abate Matteo con il quale si accentua la trasformazione del ruolo dei frati che, non più solo dediti alla vita religiosa, sempre più si ritagliano un ampio spazio nella vita politica e cittadina. Intorno al 1589 l’abate Don Paolo Jacuzzo dà inizio a quei lavori di ampliamento, comprensivi tra l’altro dei due chiostri rinascimentali, proseguiti poi dall’abate Davide Sturniolo che arricchisce il convento di preziosi quadri e ne ingentilisce le severe linee gotiche con motivi di gusto rinascimentale. A questo periodo risale il presunto busto di Carlo V, forgiato a ricordo della visita dell’imperatore del 1535, collocato sul portale del nuovo refettorio (attuale refettorio dei convittori N.d.R.). In seguito gli eventi del corso della storia messinese coinvolgono la Congregazione dei Benedettini di S. Placido. Tra l’altro, il nuovo ruolo assunto dal Convento benedettino di S. Maria Maddalena di valle Giosafat, situato vicino alle mura di Messina, già grangia del convento stesso e ben presto assunto a casa principale dei monaci di S. Placido che relegarono l’antico convento a residenza occasionale soprattutto estiva; gli eventi naturali (tra cui il terremoto del 1783) che però non sembra abbiano provocato danni; l’invasione dei Borboni del 1848 che, culminata con la devastazione del convento della Maddalena, costrinse i monaci a ritornare nell’antico convento di S. Placido ove rimasero sino a quando, nel 1856, il convento di Messina non venne restaurato. Infine quando nel 1866 lo Stato Italiano, con la soppressione dei corpi religiosi, ne rese demaniali i beni, per il convento di S. Placido inizia una nuova era.
Vi fu dapprima istituita una colonia agricola per corrigendi (che molto lo avvicina alle future funzioni) mentre il vasto territorio circostante, ritenuto proprietà di nessuno, fu da più parti devastato e usurpato. Quando nel 1888 anche a Messina fu istituita la Regia Scuola pratica di Agricoltura, che non poteva funzionare per mancanza di sede, l’Amministrazione provinciale di allora, pensando a S. Placido e alle sue terre come la sistemazione più idonea per la nuova scuola, provvede nel 1895 al suo acquisto dal Demanio di Stato. Da questo momento cominciarono quei lavori di adattamento, per la sua nuova destinazione, che trasformarono il S. Placido nel corso del tempo snaturandolo, in buona parte, delle originarie caratteristiche.
L’attività didattica che lo porta ai nostri giorni inizia nel 1901 – 1902, quando dopo la costruzione della strada che da Ponte Schiavo sale all’abbazia, la scuola venne, definitivamente, aperta ed intitolata all’agronomo Pietro Cuppari, nato a Itala marina nel 1816.
Numerosi direttori si succedettero, durante la prima metà di questo secolo, nella conduzione della nuova scuola, apportandovi quelle migliorie e quelle opere di modifica via via necessarie alla sua funzione. Ma è solo nel 1948 che la Scuola Tecnica diventa l’attuale Istituto Tecnico Agrario Statale dove, dove, dopo un corso di cinque anni, si consegue il Diploma di Perito Agrario.
Oggi la scuola, diretta dal preside Angelo Raffone, della quale la provincia ha la sola proprietà provvedendo alla manutenzione e a talune spese di funzionamento, è anche convitto e azienda agraria.
Attualmente ospita circa 170 alunni, tra interni ed esterni. Di essi gli interni sono 60 e provengono, oltre che dai Comuni della provincia di Messina, da varie parti della Sicilia. Le rette sono a carico delle famiglie; ogni anno l’ESA – Ente Sviluppo Agricolo – bandisce borse di studio per interni convittori e per esterni differenziandole nell’importo: attualmente fissate in 1.000.000 per i convittori e 800.000 per gli esterni. Con il versamento di una quota aggiuntiva sarebbe concepito anche il semiconvitto, però non attuato. I convittori sono seguiti da 8 professori (istitutori) che, a turno, vigilano su di essi e li collaborano.
L’assistenza medica è affidata al medico del convitto che vi si reca una volta alla settimana (pur essendo naturalmente sempre reperibile telefonicamente e per i casi necessari), mentre giornalmente l’assistenza sanitaria è adempiuta da un infermiere professionale durante l’arco della giornata.
All’edificio vero e proprio un intelligente opera di restauro, svolta in questi ultimi decenni, ha recuperato almeno alcune delle parti originali del vecchio monastero tra cui il portale gotico-catalano, la volta a crociera dell’attuale cappella, la sagrestia, l’antica chiesa di S. Placido riadattate come aule e laboratori, il busto dell’imperatore Carlo V (?), i bellissimi chiostri.
All’esterno l’Istituto si estende su una superficie di 26 ettari di terreno circa, coltivato a frutteto, vigneto ed oliveto. Colture (ad uso della scuola) che gli stessi ragazzi seguono, fin dove è possibile, nelle ore di tirocinio svolte sotto la guida di insegnanti tecnico pratici per le esercitazioni in vivo.
Per le ore del tempo libero i convittori usufruiscono di un campo sportivo oltre che del televisore, ma soprattutto coltivano quel buon inserimento di gruppo che una sana vita comune impostata insieme consente di realizzare.
A quali sbocchi professionali vanno incontro i diplomati dell’Istituto lo riferisce l’istitutore che ci ha accompagnato durante la nostra visita: “In genere – dice il Sig. Leotta – si diplomano circa una ventina di ragazzi ogni anno, con prospettive occupazionali pressoché immediate: sia in Sicilia che nelle aziende del nord, negli ispettorati agrari, il posto di lavoro non si fa molto attendere”.
Una professione sicura e gratificante, quindi, costruita e raccolta in uno dei più bei posti dell’hinterland messinese dove arte, storia, una natura incontaminata e maestosa nello scenario paesaggistico del “convento” formano una miscellanea pressoché perfetta per una esperienza di vita altamente formativa.

Filippo Briguglio

2)
Anno III n.12
” Parentesi” Gennaio/ Febbraio/ Marzo 1991

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