Associazione Culturale Parentesi


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Avvenimenti

Perle di filosofia del prof. Trento Malatino: il dramma dell’umanità’:La guerra

IL DRAMMA DELL’UMANITÀ:LA GUERRA

Trento Malatino

(GergeGrosz(1893-1959)
La guerra, stante l’inaudito sviluppo tecnologico dei mezzi di distruzione e di quelli telematici di collegamento e di osservazione, dalla coscienza di innumerevoli uomini è avvertita in ultima analisi come una misteriosa follia. Ma intanto con un processo di alienazione astraente, quando essa è in atto, se ne discetta, presso gli arti comandi militari o anche parte della carta stampata e degli altri mass media o nei conversari, come se si trattasse di problemi algebrici.
Questa separatezza finisce col fare accettare finanche gli stermini che a profilano all’orizzonte. Sotto questo profilo la guerra è già oggetto di analisi psicologica; e torna utile leggere un libro del compianto Franco Fornari dal titolo Psicanalisi della guerra, pubblicato da Feltrinelli nel 1979. Il genere umano da gran tempo ha visto i conflitti armati come una della calamità più gravi, quali la peste, le carestie, i terremoti. E la guerra, soprattutto oggi, nella comune coscienza civile suscita gravissime preoccupazioni (paure) e forti sentimenti di reiezione.
Nel corso della storia molto è stato scritto sul modo di condurla fino a pervenire in un tempo vicino al nostro a quel culmine, ritenuto esemplare, raggiunto dal generale prussiano Karl Clausewitz. Ma i motivi fondanti per cui gli uomini continuano a sceglierla sono stati o trascurati o appena sfiorati. Solo in tempi più vicini a noi, e soprattutto per l’impulso indotto dalle due recenti guerre mondiali, con lo sviluppo delia polemologia (scienza dei conflitti con particolare riguardo alla guerra), via via si è prodotto un radicale mutamento di prospettiva che induce a rigettare il fenomeno della guerra. Una ricerca rigorosa e approfondita che affronta alla radice e fa emergere l’esigenza incontenibile di denunciarne, non più ben si comprende in modo ideologico, l’inefficacia, la vanità, l’irrazionalità. Ciò è il segno della nuova fondata coscienza che si è formata soprattutto dopo l’avvento delle armi nucleari. A questo proposito molto stimolante è la lettura del volume di Carlo Jan (a cura di), La guerra nel pensiero politico, F. Angeli editore, Milano 1988, e anche il libro di Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, Liguori, Napoli, l990.
Speculare al problema della guerra è quello della pace. Guerra- pace: sono due termini o meglio due referenti – che hanno una funzionalità interattiva inerente alle varie strutture socioculturali che si succedono nella storia. I risultati della ricerca antropologica, assieme ai significati di altre coppie oppositive quali sacro-profano, puro-impuro, nattura-cultura, vita-morte ecc. fanno dare rilievo alla coppia oppositiva guerra-pace il cui significato acquista un valore centrale e decisivo per gli uomini viventi e operanti nelle varie formazioni storico-sociali. La risoluzione di questa opposizione deve concorrere a risolvere il problema del male o dell’imperfezione esistenti nel mondo. Ad un certo punto, quello di una possibile vicina catastrofe, si sprigiona una tensione esistenziale e propositiva che si dirige decisamente verso un equilibrio che abbia come pernio il polo della pace stabile.
Per secoli e secoli, parafrasando Tolstoj guerra e pace. Mentre la prima ha avuto una letteratura giustificativa, così pure la seconda: la pace.
Già il vecchio Eraclito (Vl-V secolo a.C.) dava piena giustificazione metafisico-dialettica alla conflittualità necessaria, non esclusa la guerra, per caratterizzare la ratio della realtà del mondo e dell’uomo come divenire: “La guerra di tutte le cose è madre e regina” – diceva. Nella mitologia romana la dea della pace era Minerva, raffigurata con alcune spighe in una mano, simbolo della pace, e le armi d’allora nell’altra, simbolo della guerra. Il problema pace-guerra era presente alla coscienza comune del mondo romano in una forma religioso civile che denotava la complementarità dei due termini ed era espressione di una visione che ancora non era protesa verso l’assunzione di una primarietà della pace come valore assoluto.
Ma giungeva il tempo in cui il poeta latino Orazio (I sec. a. C) in una delle sue Odi, I, 1,24 con un verso icastico, “Bella matribus detestata “, ossia le guerre sono detestate dalle madri, esprimeva in estrema sintesi tutti gli orrori della guerra. Il detto dava significato all’eterno desiderio dei popoli per la pace, la quale sopra di ogni cosa è produttrice della civiltà e el progresso. Su questa linea, anche se emergenti da un angoscioso pessimismo, vanno letti i versi di un poeta della seconda metà dell’Ottocento.
A. Graf, Conservando ancora tracce, in età positivistica del pacifismo illuministico, nella poesia, La pace tra l’altro cosi si esprimeva “Pace, decrepito mondo! / A che, in cospetto de’cieli, / Le stolte gare crudeli, / L’amaro cruccio infecondo?”. La vanità, la non fecondità, e la crudeltà delle guerre.
È possibile individuare, ma in questa sede con cauto approccio e in estrema sintesi, in circa ventisei secoli di movimento storico-culturale del mondo occidentale (dai Greci fino a noi), due filoni di pensiero concernenti la guerra e la pace. Il primo, orientato fino a giorni nostri dal concetto eracliteo anzidetto; variegato, e con non poche sfaccettature finalizzato ad apprezzabili valori. Il secondo, frutto della pregnante plurisecolare presenza cristiana nella società e nella cultura, volto ad assumere la primarietà della pace come polo di orientamento, anche quando, sia pure con esitazione, si accetta la guerra come giusta necessità in certe circostanze. La posizione cristiana, specialmente quella cattolica, nella situazione odierna del mondo, culmina in quel processo che va dal Concilio ecumenico vaticano II alle ultime enunciazioni assiologiche dell’attuale pontefice sul valore esclusivo della pace. Questo è il momento in cui la categoria dell’interdipendenza dei popoli, degli stati, delle loro strutture
socioeconomiche e delle diverse culture, enunciata da Gorbaciov e da Giovanni Paolo II, non può non costituire il fondamento epocale della nuova storia. II pensiero cristiano delle origini affermava decisamente: “bellare semper illicitum est”, perché guerreggiare è contrario al principio dell’amore universale fra gli uomini.
Ma nella tarda patristica, alle origini della cristianità medievale, S. Agostino, nella sua concezione della storia, la quale era uno dei principali ambiti della sua riflessione teologico-filosofico, di fronte alla perdurante reiterazione delle guerre, si acconciava, per la visione che egli aveva del rapporto fra Provvidenza divina e il divenire storico, a riconoscere, differenziandosi dall’ispirazione cristiana originaria, che la guerra esprime talvolta un valore positivo, situandosi nell’ordine provvidenziale divino. Tuttavia abbozzava in embrione la distinzione tra guerre lecite e guerre illecite. Questo fu il punto di partenza che portò successivamente alla più esplicita e precisa definizione, nel pensiero di San Tommaso d’Aquino, della “guerra giusta”. Si aprivano di qui una problematica e un travaglio spirituale che sarebbero durati fino ai giorni nostri.
Il concetto di “guerra giusta” ha in sé connesse oltre a una dimensione morale una dimensione giuridica. Il che comporta che essa sia iniziata e sostenuta da un’autorità riconosciuta (la chiesa istituzionale, uno stato); e sia combattuta con giusta intenzione per una giusta causa. Ma al di là delle sottili, molte volte fredde, distinzioni teologiche o filosofiche, e non di rado anche delle astute prese di posizione curiali, permane fervido il sentimento della coscienza popolare cristiana a petto della terribilità della guerra, come è espresso da un’antica preghiera “Da peste, fame e guerra liberaci, Signore”.
L’influenza della posizione etico-giuridica di San Tommaso, fatta propria dalla Chiesa, quando sarà avviato il processo di secolarizzazione e di laicizzazione della cultura, sarà avvertita dal giusnaturalismo seicentesco (Grozio, Pufendorf) e diventerà centrale nel definire ulteriormente le “giuste cause” del fenomeno guerra.
Da questo punto di vista non poche sono le critiche delle teorie che sostengono l’immanenza della guerra nel processo dialettico della vita umana. Quando si arriva, sempre nel Seicento, a concepire il carattere naturale della guerra, la quale viene valutala, in primo luogo da Hobbes, come l’unico strumento per sancire un diritto razionale in assenza di istituti giuridici che lo tutelino, questo orientamento finisce col trovarsi di fronte al netto rifiuto che ne fa la cultura illuministica settecentesca a tendenza cosmopolitica e pacifista, che attribuisce alla guerra un carattere di irrazionalità e oscurantismo (Voltaire, Holbach, Rousseau).
Al pacifismo cosmopolitico anzidetto, nell’età del Romanticismo, viene opposta una giustificazione immanentistico-dialettica della guerra e della storia nella quale riemerge la linea che si diparte da Eraclito e culmina in Hegel, nel pensiero del quale la guerra di volta in volta promuove lo sviluppo morale dell’umanità. Inoltre per Novalis realizza un valore estetico universale (si veda, più tardi in Italia, il futurismo e il dannunzianesimo). Per Fichte essa afferma la libertà dei singoli e delle nazioni.
E via discorrendo, per tutto l’ottocento e oltre. Ad esempio Nietzsche: la guerra è addirittura principio di salute per popoli infiacchiti. Ancora il futurismo: la guerra igiene del mondo.
Secondo il marxismo, che non del tutto si lega al socialismo umanitario, le guerre, in quanto connesse con i rapporti di produzione e di classe propri del sistema capitalistico, scompariranno quando saranno realizzate universalmente le società senza classi.
Occorrendo chiudere, per motivi di spazio questo scritto, si può porre termine a questa scarna disamina richiamando il filone cristiano-cattolico che ormai evidenzia, – col paragrafo 82 della risoluzione conciliare “Gaudium etspes”, nel giudicare le guerre di questo nostro tempo nella prospettiva dell’avvento delle armi dell’era nucleare e di altri mezzi di sterminio, la condanna assoluta della
guerra e l’azione internazionale per evitarla.
Grande valore acquistano, e danno un senso nuovo e decisivo alla storia a venire, le affermazioni di Giovanni Paolo II a riguardo della guerra del Golfo e di ogni altra possibile: “La guerra è un’avventura senza ritorno”. “Con le armi non si risolvono i problemi, ma si creano nuove e maggiori tensioni tra i popoli”. La terribile logica della guerra induce a pensare che “dalla guerra nasce la guerra”.

Il buon senso e la corretta conoscenza delle cose ci porta ad un nuovo modo di pensare, a una nuova mentalità, che fa respingere la massima clausewitziana, che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Si manifestano così il primato e l’autonomia della politica, intesa in una essenza democratica per risolvere d’ora in avanti, ogni e qualsiasi conflitto. ■
Trento Malatino
© “Parentesi” anno III n. 12 gennai-febbraio-marzo 1991

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