Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

MESSINA LIBERTY -Esclusivo articolo del Prof. Fortunato Pergolizzi sul prospetto della facciata della Cassa di Risparmio, sulla via Garibaldi

LA CASSA DI RISPARMIO FIRMATA ERNESTO BASILE

di Fortunato Pergolizzi

Il linguaggio artistico di «Ernesto Basile, architetto palermitano, uno dei massimi esponenti in Italia dello stile Liberty, affondava le sue radici nella cultura che pulsava nel cuore del Mediterraneo, nella Sicilia del Mito e della Storia.
Non a caso la sua personalità si nutriva degli arabeschi orientali e ferrigni echi normanni, percorrendo obliquamente l’eclettismo archeologico ottocentesco, che pure aveva conosciuto nello studio del padre, Giovanni Battista, l’autore del Teatro Massimo di Palermo – par approdare all’arte floreale, liberandosi dai sedimenti medievali che avevano caratterizzato lo stile dei villini realizzati nell’ultimo decennio dell’ottocento, nella capitale siciliana.
Faceva propri dunque, arricchendo il suo bagaglio professionale, gli stilemi destinati a coniugarsi con il verbo crepuscolare della “Bella Époque’, del fatidico “buon gusto del cattivo gusto” per dirla con Dorfles, i cui fasti si dovevano incenerire tra le fiamme della prima guerra mondiale. E se l’atteggiamento “Liberty” nasceva tra telerie e appretti della bottega londinese di Arthur Lewen Liberty, creatore degli arredi destinati a infiorare le spocchiose esigenze della borghesia vittoriana, la moda che ne derivava e si diffondeva oltre la Manica, veniva indicata appunto Floreale o Liberty, come pure Art-Nouveau, New Stil, Ingendstil, e in Italia. Basile, assimilava tale stile nuovo, tramite i mezzi di informazione, quali le riviste d’Arte, stampate sull’esempio della inglese “Emporium” del 1893, e le pubblicazioni che censivano le Mostre e le Esposizioni di Londra, Parigi, Vienna e Torino. Una tipologica diffusione che sollecitava in Basile, il superamento dello storicismo architettonico nel cui ambito operava, per aprirsi al fremito creativo canalizzato verso forme dinamiche, animate da efflorescenze che, nella fase inventiva si configuravano nei disegni e negli schizzi, tramite il tratto filologico energico e fantasioso che si proiettava nella fase esecutiva, con le decorazioni degli interni destinale a subordinare le connotazioni strutturali. E questo avveniva sul filo di una risoluta modulazione di curve schioccanti di sottili nervature in un susseguirsi di volute ricorrenti, e tali espressioni strumentali lo accomunavano al D’Aronco e al Sommaruga, architetti questi, che il Basile non conobbe personalmente, ma dei quali ne condivise il gusto come epigoni di Hoffman, Horta, Guimard e Lalique; quest’ultimo, tra tutti, forse il più fantasioso e originale designer di oggettistica, se riferita tale attività al suo capolavoro, il “Collier” eseguito per il busto della contessa Lenoncourt, un gioiello che sintetizzava il credo Liberty, così come lo illustravano gli scultori Bistolfi , Mazzucotelli, il fabbro, Ximenes, Rutelli e pittori che ruotavano attorno alle muse di Gustav Klimt, un punto di riferimento nel defluire del tratto per la cartellonistica pubblicitaria e la fotografia. Forme espressive queste ultime, sottomesse a una sorta di meccanismo perverso dominato dalle volubili leggi di mercato in continua espansione, al punto di rendere effimere le proposizioni propagandistiche che trovano spinte irrequiete nella mutazione iconografica, e non sempre il buono (l’etica) coincideva col bello (l’estetica); ma nell’economia dell’architettura floreale, per sua natura stabile e duratura, le innovazioni tecniche-costruttive venivano, come faceva del resto Basile, applicate con nuovi materiali che davano impulso a soluzioni ardite, prima impensabili, tramite il cemento armato, il ferro, la ghisa, il vetro, secondo una soluzione che toccava il parossismo nel l’ondeggiare senza fine della casa Milà, in Barcellona, dello spagnolo Antonio Gaudi. E tale evoluzione tecnologica si verificava, nell’ambito europeo, sollecitata da una favorevole congiuntura politico-finanziaria che lambiva la fine dei secolo scorso e l’inizio del novecento, incentivando interventi pubblici e privati; questi ultimi alimentati dal mecenatismo della borghesia mercantile e industriale con le committenze di alta qualità, come quelle che dovevano favorire il lavoro di Ernesto Basile in Sicilia, offerto dalle famiglie Florio. Monroy, Fasani Deliella e altre che erano riuscite a creare in Palermo, un clima culturale di respiro europeo, primato condiviso con Tonno e Milano. In tate ambiente, Basile, da buon individualista, si ritrovava nella condizione ideale per dare corpo alla palingenesi delle forme che più gli erano congeniali, nel progettare cioè, gli arredamenti, grazie anche alla fortunata presenza in Palermo della ditta di Vittorio Golia Ducrot, che da semplice importatrice di mobili e drappi dalia Gran Bretagna, dava origine a una struttura industriale per la produzione di arredi, tessuti e oggettistica (Lalique, Charpentier, Bistolfi e Cambellotti, creavano targhe, medaglie e coppe per la Targa Florio) tipicamente floreali, nella sfera più febee dell’attività creativa di Basile che portava avanti sino al 1915, quando l’Art-Nouveau declinava e veniva giudicata aspramente sino a essere travolta dal rutilare degli “ismi” e dal rullare dei tamburi forieri di sanguinosi conflitti. Purtroppo il Basile, che secondo il giudizio di Vincenzo Ziino, fu “l’ultimo dei romantici tra i siciliani” e a cui fu dedicata una mostra retrospettiva a Venezia nel1980, che ne rivalutava i meriti, mostrava un cedimento ideologico nello stile che lo aveva reso protagonista manifestando un ritorno allo storicismo, – che – dal 1891, l’anno dello spartiacque della sua attività, aveva abbandonato – pur se scandito da opere significative, ma certamente non soffuse dell’inventiva mostrata nella villa Igea, nei villini Monroy e Basile, la casa Fassini, il caffè Faraglia di Roma, ambenti che portano appunto, il segno dell’arredamento Ducrot, creato dal Basile e, nella villa Deliella, collaborava anche il pittore Ettore de Maria Bergler che affrescava pareti e soffitti m una totale adesione allo stile Liberty, sulla scia delle ornatissime composizioni di donne e fiori del cecoslovacco Alphons Mucha, – rievocanti profumatissimi calendarietti che distribuivano i “figari” del lempo -architetture e guarnizioni che si proiettavano lontani dal tauriforme villino Florio, evocatore di leggendari manieri, come del progetto di palazzo Montecitorio, considerato da Bruno Zevi, un’opera fallimentare. Il ripiegamento su se stesso avveniva cioè, nel momento in cui i movimenti artistici rivoluzionari lasciavano spazio al razionalismo e al funzionalismo e sorgevano gruppi ai studi e di lavoro, come il Bauhaus in Germania e il MIAR in Italia, scuole che tendevano a rinnovare il gusto e i contenuti sociali nell’architettura e nell’urbanistica, ma che presto, negli anni trenta, dovevano cozzare contro la protervia delle dittature montanti, e se in Germania il nazismo spazzava via l’arte moderna che considerava ‘degenerata”, in Italia, il fascismo non venne meno, quando Mussolini blaterava di volere “…un’arte de nostri tempi, un’arte fascista…” Il Basile fu sordo al perentorio invito che altri invece accolsero con entusiasmo e Marcello Piacentini diveniva il regista di un operazione tesa a mutuare dall’arte barocca, la grandiosità monumentale togliendo gli orpelli degli ornati de le facciate e modanature negli interni, e così denudate le strutture, si presentavano nella piena banalità, costituendo il parametro del discutibile gusto riferito alle scenografie dell’effimero e grottesco “ Impero” cancellato dai cingoli dei carri armati Alleati. Ma nella nostra Messina, cara città martire, ricostruita due volte nell’ arco di poco più di trent’anni, dopo il terremoto del 1908 e alla fine della seconda guerra mondiale, di Ernesto Basile si distingue nella via Garibaldi l’edificio della Cassa di Risparmio costruito nel 1926/27, con criteri antisismici, ma che rappresenta esteticamente, un ritorno al formulario storicistico, con una marcala attrazione rinascimentale. La sede dell’istituto di credito, prima dei terremoto, era ubicata m via Della Rovere, una strada tra il corso Cavour e la via Argentieri, nei pressi dell’attuale palazzo Municipale, per trasferirsi nel sito odierno, in un’area del nuovo reticolo urbano disegnato dal Borzì, sulla città cinicamente spianata, senza tenere conto della conservazione delle memorie storiche e, infatti, si sviluppava la pianta del nuovo fabbricato, a ridosso della chiesa gotica di Santa Maria degli Alemanni, mutilandone il recupero, che in ogni caso procede nel restauro con una lentezza irritante, tipicamente messinese. Si coglie l’impressione cioè che il Basile abbia operato determinate scelte riferite al periodo “romano”, per aderire allo stilo manierato che mostrava la Messina antica, riferita alla presenza di numerosi artisti cinquecenteschi, (Montorsoli, Montanini, Calamecca, Del Duca, Camillinai) e di Natale Masuccio, l autore, nel 1616, del Monte di Pietà, per rievocare l’armamentario nel nuovo edificio della Cassa di Risparmio, secondo il modulo che discendeva dal Ammarinati, noto per l’esasperato uso del bugnato tendente a cancellare l’identità degli ordini architettonici, a detrimento dei valori volumetrici e dei ritmi chiaroscurali.

Come se avesse voluto sottolineare un idea di collegamento, tra passato e presente di una istituzione, il “Monte dell’Imprestito”, creata nel 1580, dalla Confraternita degli Azzurri (cosi detti per via del colore della casacca che indossavano) su proposta del francescano Silvestro da Rossano, por sottrarre dal capestro degli usurai, i ceti più deboli, concedendo piccoli prestiti in cambio di qualche pegno che potevano comunque riscattare: si arricchiva così la Confraternita di altri compiti in aggiunta a quelli per cui era nata nel 1540, con l’intento di assistere i condannati a morte. Una sorta di antenata della Cassa di Risparmio, che doveva fiorire con gli stesa obiettivi filantropici del Monte” (in Sicilia nel 700, se ne contavano ben 32) sul modello inglese formulalo noi 1817 dal reverendo Enrico Duncan, ma che nella nostra isola, prendeva corpo sulle indicazioni degli studi e proposte di Giovanni Bruno e del Busacca, nel 1840, i quali preconizzavano che le Casse di Risparmio sarebbero stato “… una panacea universale per i mali della Sicilia…”. Nella facciata della Cassa di Risparmio, si riflette pertanto, la rievocazione rinascimentale nel piano terra, contrassegnato dal bugnato, sia che cinga le finestre voltate con le ghiere che si inarcano nei conci a coda, che nelle modulazioni degli angoli dell’edificio, sguanciati, come pure nella campitura centrale, che viene enucleata dalle lesene a tutta altezza, coronata con un mosso fastigio, e a loro volta, le paraste, delimitano il portale d’ingresso, affiancato da severe colonne tuscaniche, su alto plinto, sovrastato dal balcone, secondo un desueto modello barocco.
Nel secondo ordine, le finestre oblunghe, con architravi intercalate da tre conci, si aprono, tra brevi superfici rasserenanti di semplice intonaco listellato e ancora procede il prospetto, sino al piano attico, con finestre quasi compresse dal cornicione aggettante su ricorrenti medaglioni. Nell’interno dell’edificio, invece, nel cuore della sua funzionalità, la sala degli sportelli, prevale il recupero di una certa memoria floreale non più d1 tanto, quasi una timida preposizione agli archetipi che avevano dato al Basile la fama di protagonista dello stile Liberty: qui tutto si acquieta nell’alea di una dimensiono riflessiva e sono ormai lontani i trionfi dei viluppi di fronde e festoni di gigli, papaveri, ireos e turgidi melograni e i fantasiosi acroteri di ferro battuto, nell’acne vertiginosa dogi intrecci e svolazzi che sembravano non avere mai fine, e i significati potevano essere anche inquietanti e allusivi.
Si materializzava in tale ambiente, in sostanza, una semplificazione del gusto liberty, composto com’è da lacunari, in ferro e vetri, decorati con ripetitive anse che lungo la banda perimetrale, si intensificano di effetti cromatici con cespi di foghe, i cui colori filtrano una discreta luce mielata, essendo l’ambiente ricavato nella chiostra dell’edificio, mentre le strutture portanti sono percorse da listature che mitigano l’uniformità delle superfici a vista, ma si chiudono senza quel guizzo di ciuffi e riccioli che sigillavano le modanature della villa Fassini. Noi suo complesso, dunque, l’edificio della Cassa di Risparmio di Messina, mostra i segni del crepuscolo della vitalità dei Basile che sceglieva la via delia solitudine, probabilmente perché oppresso dalla fine immatura del figlio Massino, o forse, perché sentiva lontani dalla sua sensibilità, i nuovi codici modulari che nascevano dalle sperimentazioni, destinate a portare altra nuova linfa alla architettura, formulate da Le Corbusier, Gropius e altri, come del resto Basile, – che doveva chiudere la sua laboriosa essenza il 26 agosto del 1932, a settantacinquenni -, era rimasto lontano dai frastuoni avanguardistici e dallo elucubrazioni pseudo-moderniste degli architetti che avevano indossato impudicamente, “l’orbace”.
Fortunato Pergolizzi
(Foto di Nuccio Rubino)

Monografia realizzata con l’Intervento della Cassa Centrale di Rrisparmio V E. PER IE PROVINCE SICILIANE

“Parentesi” Anno II n.6/7 Marzo 1980

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