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Avvenimenti

Recensione ai racconti di Domenico Franciò: “La religione del bar”- Intilla Editore

LA RELIGIONE DEL BAR

di Orazio Cusumano

Alla sua prima esperienza letteraria Domenico Franciò si presenta. al giudizio della critica e dei lettori, con «La religione del bar», un libro di racconti che si segnala per la compiutezza della elaborazione formale e per la qualità di un narrare denso di umori che fonde insieme, o alterna, toni evocativi e nostalgici e toni sorridenti e ironici.

Edito in bella veste tipografica da Intilla, «La religione del bar» si apre con un’attenta e puntuale Introduzione di Salvatore Costanza che ne mette in luce le qualità di forma e di contenuto.

Il libro comprende una buona trentina di racconti quasi tutti brevi o brevissimi, rapidi flash e registrazioni di stati d’animo, d’impressioni e sensazioni, d’immagini e vicende che improvvisamente emergono dalle plaghe profonde della memoria chiamata a recuperate momenti e frammenti del passato. A questo passato Franciò guarda ora con l’occhio disincantato dell’adulto, cui la vita ha insegnato la durezza del vivere quotidiano ed ha dimostrato l’inconsistenza della realtà di cui si alimentano gli anni giovanili, ora con il sentimento malinconico e deluso col quale si guarda a ciò che più non a appartiene.

L’impaginazione dei racconti non segue alcun criterio di successione cronologica delle vicende narrate, né di affinità tematiche. Il libro non è teso, infatti, a presentarci un quadro storico-cronologico o ad offrici un’opera strutturalmente unitaria. «La religione del bar», tuttavia, riesce a ricreare e a fare rivivere l’atmosfera e il sapore di un’epoca, mentre l’unità del libro, non affidata a espedienti esterni e convenzionali, è pienamente raggiunta in virtù della disposizione spirituale e dell’atteggiamento etico e psicologico dell’Autore verso la materia del suo narrare.
Franciò attinge alla realtà del vissuto e al dato immediato e diretto delle sue esperienze autobiografiche pur se talvolta, come avviene per esempio nel racconto eponimo del libro, la realtà da cui muove viene felicemente mediata nei modi della fantasia.

La materia del narrare e offerta dai ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, ma non sono estranei all’atmosfera evocativa del libro temi e vicende che appartengono alle esperienze dell’età matura dello scrittore. In questi suoi racconti ambientati in un quartiere popolare della periferia di Messina, Franciò rievoca e rivive con intensità e fresca immediatezza un’epoca legata ancora ad antiche costumanze, abitudini, tradizioni e modi di vivere che contrastano con la spregiudicatezza del primo dopoguerra.
Riconoscibili sono luoghi, vie, piazze, locali pubblici, cose ed immagini della città di quegli anni e vivi nella memoria dì tanti sono, ancor oggi, i personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo (calciatori, cantanti, artisti di cinema e teatro) ma anche personaggi umili della vita di ogni giorno, figurine patetiche di un mondo ormai scomparso richiamate in vita dallo scrittore e fissate in un gesto, in un atteggiamento, in una espressione.

Sollevato nella dimensione della trasfigurazione mitica, rievocato e rivissuto tra nostalgia e ironia, immedesimazione e distacco il reale perde il suo spessore, diventa favola e sogno. Situazioni e accadimenti, persone e cose si caricano di significazioni allusive, di vibrazioni e motivi, di risonanze ed echi sentimentali che raggiungono spesso monumenti di vera poesia.

Malgrado taluni cedimenti al gusto per le espressioni idiomatiche, vezzo comune agli scrittori siciliani, Franciò persegue, con una sorta d’impegno puntiglioso e caparbio, un ideale di prosa raffinata ed elegante, rispettosa della grammatica ed attentissima alle scelte linguistiche, che ci ricorda, molto da vicino, l’elzeviro cui tanta narrativa recente ci ha disabituati.

 

di Orazio Cusumano

“Parentesi” anno I n.1 marzo/aprile 1989

 

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