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Relazione del Prof. Pasquale Tuscano presso L’Università di Perugia al libro di Nino Ioli “Il mondo biologico in “Myricae” di G. Pascoli

Il Prof. Pasquale Tuscano, calabrese di Bova (RC), Ordinario di Letteratura Italiana presso la Facoltà di Letteredell’Università di Perugia, Mecoledì 9 Ottobre 2002 ore 16.00 Nell’ambito delle attivita di studi perl’AnnoAccademico 2002/2003 tra Poesia e Scienza, presenta il libro del Prof. Antonino Ioli , il Libro “Il Mondo biologico in Myrice di Giovanni Pascoli”

POESIA E SCIENZA: “IL MONDO BIOLOGICO IN ‘MYRICAE’ DI GIOVANNI PASCOLI

Il problema della necessità di stabilire, nella nostra civiltà letteraria, un saldo rapporto tra poesia e scienza al fine di partecipare compiutamente il senso delle cose che ci circondano e il nostro stesso essere nel mondo, ha una storia lunga e gloriosa che va dal mondo classico, greco e latino, alle straordinarie summae medievali, a Dante, a Petrarca, a Boccaccio, ai dibattiti filosofici su letteratura e scienza nel Rinascimento, alla dimostrazione rigorosa della loro interdipendenza nel Seicento di Galilei, di Campanella, di Bruno, di Botero, di Boccalini, fino ai dibattiti decisivi nel Settecento illuminista e nell’Ottocento romantico.

La svolta risolutiva, anche su questo versante, doveva indicarla, con la sua competenza e la sua autorità, più di un secolo fa, nel 1883, Francesco De Sanctis, col saggio famoso Il Darwinismo nell’arte. Senza mezzi termini, De Sanctis invitava, se si voleva progredire, a rinnovarsi nella cultura e nello spirito, e cercare nelle cose le idee o i concetti: La base dei nostri studi erano le grammatiche, rettoriche, logiche, metafisiche, cioè a dire i segni e i concetti delle cose; oggi chimica, storia naturale, anatomia, fisiologia, patologia non sono più studi speciali, ma fanno parte della cultura generale, e senti la loro influenza nella scienza, nella letteratura, nell’arte, e fino nella vita comune (…). Non ci basta studiare le cose nei libri; vogliamo guardarle nel libro vivo della natura.1

A dimostrazione di come tale persuasione fosse presente e viva ancor prima di tale invito desanctisiano in alcune tra le più pensose coscienze delle nostre lettere, e non fosse privilegio ideologico di poeti e scrittori naturalisti, a volte fatti passare per promotori di un’arte aridamente ‘materialista’, mi piace riferirmi brevemente a tre autori che precedono De Sanctis, e a tre che lo seguono, tutti d’indiscussa fede religiosa (tre sono anche sacerdoti), ma persuasi dell’imprescindibile necessità che letteratura e scienza si attraversino e si fecondino per partecipare, nella sua esaltante sacralità e incomparabile bellezza la Natura e le sue creature. Penso, per il periodo che va dal 1760 al 1860, a Giuseppe Parini, a Tommaso Grossi e alla perugina Marianna Florenzi Waddington (la prima ode pariniana, La vita rustica, è del 1758; il Saggio sulla natura, della Florenzi del 1866); a Zanella, Stoppani, Anile, per gli anni che vanno dal 1884 anno della pubblicazione di Astichello: al 1935, anno delle prose di Anile Bellezza e verità delle cose.

Con Parini nasce prepotente il rispetto per la scienza e, quindi, per la Natura e, da cristiano autentico, condanna senza mezzi termini chi inquina l’ambiente per trarre ignobile profitto. È il caso delle marcite e delle risaie, focolai di malaria1

che circondano Milano e dei rifiuti maleodoranti delle stalle depositati addosso ai grandi Palazzi e dei miasmi dei vasi da notte svuotati nelle ‘navazze’ o dall’alto1 senza curarsi dei passanti:

‘F. De Sanctis, Il Darvinismo nell’arte, in Saggi critici, a cura di L. Russo, Laterza, Bari, voi. III, p.

Già nel polmon capace

urta se stesso e scende

quest’etere vivace

che gli egri spirti accende,

e le forze rintegra,

e l’animo rallegra.

………………………

Pèra colui che primo

a le triste ozìòse

acque e al fetido limo

la mia cittade espose;

e per lucro ebbe a vile

la salute civile.

……………………………

 

Ma al pié de’ gran palagi

là il fimo alto fermenta;

e di sali malvagi,

ammorba l’aria lenta,

che a stagnar si rimase

tra le sublimi case. 

Quivi’i lari plebei

da le spregiate crete

d’umor fracidi e rei

versan fonti indiscrete,

onde il vapor s’aggira,

e col fiato s’inspira.

(La salubrità dell’aria, strofe 2, 5, 16, 17).

Oltre al rigore scientifico della descrizione degli eventi, Parini che si preoccupa della salute pubblica è il progenitore legittimo dell’odierna ecologia.

Il problema della fecondazione nel mondo vegetale per mezzo del trasporto del polline o dal vento o dagli insetti è descritto da Tommaso Grossi, uno degli amici più cari di Manzoni, in versi notevoli per eleganza formale e per rigore scientifico:

  Il montanino rezzo della sera,

                   lieve tra fronda vaneggiando, e fronda,

                  invola ai fior la polvere leggera,

                 che in grembo ad altri fior cade feconda.

Concetto che, con altrettanta tensione poetica, esprime Marianna Florenzi in uno dei passaggi più acuti del capitolo decimoprimo del Saggio sulla natura (1866) dedicato al mondo vegetale:

Il fiore nella pianta non solo esprime l’arrestamento della sua moltiplicazione, ma eziandio il principio della novella generazione. Nel fiore la pianta si arresta e si ricomprende in sé come foglia, mentre dall’altra parte ricomincia come seme.2

Un notevole affiato lirico domina i delicati e arguti sonetti che portano il nome del fiume 4stichello, presso le cui rive Zanella aveva costruito una villetta. In questi sonetti è ferma la realistica e insieme pittoresca e nostalgica vita campestre. Ecco una esemplare descrizione, vera e umanissima, dell’inverno, che la parola poetica rende universale, riconoscendovi la natura e l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo:

Anche l’inverno ha sue dolcezze. Io movo

lungo la siepe vedova di fronde,

e nel Sol, che superbo i rai diffonde,

 mi rinfranco dal gelo e mi rinnovo. 

Mentre di rovo saltellando in rovo

Il fiorrancio cinguetta, e rubiconde

coccole e more il ramo non asconde,

 i miei verdi fuggiti anni ritrovo.

Quando pe’ monti uscia con la civetta;

e poi che tutta la frugal dispensa m’ era consunta e d’altro avea distretta, 

alle siepi chiedeva acerba mensa

 più che ciambelle e pinoccchiate accetta;

né il cor senza diletto ancor vi pensa.3

Antonio Stoppani, che pubblica Il bel Paese nel 1875, rassegna esemplare delle bellezze d’Italia sotto il profilo geologico, e nel 1879 un volumetto di versi intitolati Asteroidi, si rivolge Ad un erbetta sulla pubblica via, per sottolineare

2M. Florenzi Waddington, Saggio sulla natura. A cura di A. Pieretti e C. Vinti, Fabbri editore, Perugia 2000, p. 118. ~ G. Zanella, Le Poesie, a cura di Ginetta Auzzas e Manlio Pastore Stocchi, Neri Pozza, Vicenza 1988, p. 510.

l’esemplare attaccamento alla vita di quel filo d’erba condannato a un destino solitudine e di pena che, soffrendo e resistendo alla sofferenza, si fa vivente di come Iddio protegga tutte le creature, in special modo coloro sanno accettare in silenzio la sofferenza. La povera ‘erbetta’ è sola, non ha stel che le faccia compagnia’; i fanciulli la strappano; cavalli ed asini la calpestano:

Lei resiste e cresce sempre più rigogliosa:

Eppur sei viva: eppur, sì lieta e bella,

immemore ti dondoli e sorridi.

Qui la pioggia t’inaffia e lemme lemme

su’ tremuli tuoi steli la rugiada

posa furtiva le raggianti gemme.

 

Tu vivi e cresci; ed io

guardo stupito, e penso: – Ah, veramente

gli eletti suoi conta per tutto Iddio!…

Anile esprime il suo amore per le creature umili che popolano, ignorate o disprezzate, il nostro pianeta, anch’esse emblemi dell’armonia della natura, nel sonetto L’opera del ragno:

Un picciol ragno argentèo s‘apprende

 a un bronco, che mi appar tra foglie e foglie:

d’un tratto s’abbandona a l’aria e scende

pendulo al filo che da lui si scioglie.

Arde il meriggio, ed ei sospeso attende,

fin che all’attesa il vento lo ritoglie,

e, tratto al bronco opposto, il fil si tende

 in arco e il ragno la sua mèta coglie. 

Or va, riviene sopra il filo teso,

 che s’addoppia s’incerchia si rinforza

in braccia e teli, e si compon la rete.

Io mi chieggo com ‘abbia il ragno appreso usar d’occulta a lui cosmica forza; e ascolto il ritmo d’armonie segrete.

(Sonetti religiosi: L ‘opera del ragno).

 La vita del ragno è colta nei suoi momenti essenziali con una vivacità e una puntualità che raggiungono nella prima terzina, nel succedersi dei verbi densi di movimento e di vigore (si addoppia, s’incerchia, si rinforza) una sintesi di un’esemplare liricità. E mentre possono apparire impacciate le due quartine, appesantite dalla reiterazione di numerosi termini (ragno, bronco, foglie, filo), l’ispirazione riprende il suo vigore nella terzina conclusiva col verso dal taglio epigrafico (e ascolto il ritmo d’armonie segrete) che dà al sonetto una compiuta unità.

Sono gli anni in cui Pascoli comincia a comporre le liriche che, nel 1894, costituiranno la raccolta Miryce Siamo di fronte a un testo che segna una svolta, come si usa dire, “epocale”, destinata certamente a ipotecare la poesia del nostro Novecento, dai crepuscolari, agli stessi futuristi, agli ermetici. La sua influenza è decisiva nella struttura metrica, nel vocabolario, nel ritmo musicale, nell’ampio e vario repertorio di motivi e di temi, ma soprattutto nella sensibilità amara e dolente, lievitata da quelle incertezze e ambiguità che sono a fondamento del Decadentismo europeo. Tramonta la fiducia nella scienza. La poesia non sa farle da solido bordone. La promessa del positivismo di liberare la verità dalla finzione, l’assoluto dall’effimero, si rivela fallimentare. Qualche sintomo, da noi, è avvertito nelle vicende umane e artistiche degli Scapigliati milanesi e piemontesi.

Antonio Ioli, con questo originale, e finora unico, contributo sull’”mondo biologico” in Myricae, coglie, e ne rileva l’importanza rinnovatrice, alcuni aspetti di questa svolta pascoliana, erede, in parte, del positivismo, ma sicuramente ora espressione della nuova sensibilità europea. Ma siccome in lui, come avverte giustamente Filippo Briguglio nella Prefazione, “convivono in perfetta simbiosi il rigore scientifico e la soavità dell’anima”, la ‘soavità dell’animo’ lo rende, a mio parere, qualche volta giudice troppo benevolo dell’insigne figlio di San Mauro, le cui Myricae — come l’intera sua opera poetica e letteraria dette alla luce degli eventi storici e culturali cui ho accennato.

Come vedremo, dall’ottica dell’uomo di scienza, Ioli offre un contributo originale agli studi pascoliani, in quanto, passando in rassegna i vari componimenti, riesce a dimostrare che, sostanzialmente, Pascoli non è uno sprovveduto dal punto di vista scientifico, che, anzi, canta il mondo animale e vegetale con la competenza di un esperto. Del resto, quanto tenesse lo stesso poeta quasi a esibire tal esperienza scientifica lo testimonia l’osservazione, certo ingenua, tanto che è divenuta proverbiale, che fa a Leopardi a proposito delle rose e viole’ che avrebbero dovuto ornare il dì di festa il’petto e il crine’ di Silvia, annotando che le viole spuntano a marzo mentre per le rose occorre aspettare maggio.

Il   discorso sul ‘mondo biologico’ in Myricae è, ovviamente, più serio e di notevole impegno. Ioli lo affronta e, come uomo di scienza e sensibile lettore di poesia, lo risolve benissimo.

Tuttavia, a mio parere, occorre puntualizzare alcuni aspetti del complesso problema scienza-poesia in Pascoli, specificatamente nella silloge Myricae. L’ampio e vario repertorio del mondo biologico, animale e vegetale, presente in Myricae — ma più o meno nella stessa misura quantitativa e nella medesima valenza metaforica, nei Primi e nei Nuovi Poemetti e nei Canti di Castelvecchio (1903)—,         cioè prima che le suggestioni del mondo classico e l’enfasi risorgimentale non stravolgessero il suo canto nato umile e dimesso — richiama certamente al gusto e alla sensibilità, ancora non tramontati del tutto, del positivismo in filosofia e del naturalismo (o realismo, o verismo) nell’arte. Discorso che, per quanto riguarda la nostra produzione letteraria, è ormai definitivamente chiuso con Verga e con Carducci.

Pascoli ne opera un ribaltamento originale aprendo, forse inconsapevolmente ma irreversibilmente, verso la modernità. Specificatamente sul versante poetico inaugura, come ricordavo, una tecnica compositiva nuova, una lingua poetica che, fondata su accentuazioni e insistenze foniche e onomatopeiche inedite da noi, apre la strada alla metrica e al vocabolario poetico novecentesco. Senza la ‘rivoluzione’ di Pascoli, la poesia del nostro Novecento è incomprensibile.

Detto questo, ritengo che non ci voglia molto a dimostrare come Carducci, per fare un esempio, chiuda un’epoca, l’Ottocento, e Pascoli apra il secolo XX. Egli immerge il lettore non più in una zona solare come quella carducciana. Gli affetti familiari vengono filtrati in un pallido sogno d’innocenza e di bontà esangue, di moti interiori tramati cli mistero nello sgomento della ‘truce ora dei lupi’.Si addensano~ sensazioni umbratili, delle quali prima non si avvertiva, o si taceva, la presenza. E la ventata decadente europea, da Rimbaud a Verlaine, da Baudelaire a Proust, che fa di quelle sensazioni l’autentica espressione di una civiltà nuova.

In sostanza, come ricorda lo stesso Ioli, Pascoli è “maestro e fondatore del simbolismo”4. Basti un solo esempio a testimonianza della distanza che corre tra Carducci, e Pascoli, testimoni e interpreti di due opposte cognizioni esistenziali. In Carducci la parola mantiene il suo rigoroso valore semantico: il sostantivo nebbia indica sempre il fenomeno atmosferico che tutti conosciamo [‘La nebbia agli irti colli/ piovigginando sale(San Martino); ‘le nebbie sfumanti e il verde piano/ridente nelle piogge mattutine’ (Traversando la Maremma Toscana); in Pascoli, che diviene,, vocabolo familiare come nido, come campane, si traduce in termine allusivo, in simbolo: si pensi a liriche come Nella nebbia dei Primi poemetti, a Nebbia dei Canti di Castelvecchio o, per restare a Myricae, a espressioni come ‘serene brillano le stelle/ sul mar di nebbia e ‘le serene costellazioni/ vanno e la nebbia delle laride strane’ della lirica In cammino: si noti lo stupore del poeta per il mistero dello splendore del cosmo (‘serene brillano le stelle’; ‘le serene costellazioni vanno) e il senso di angoscia e di morte per il nostro ‘atomo opaco del male’ (‘mar di nebbia ; ‘lande strane).

Pasquale Tuscano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

‘A. Ioli, Il modo biologico in ‘Myricae di Giovanni Pascoli, Editrice Parentesi, Messina 2001, p. 41.

Vediamo come il naturalismo della descrizione volga al simbolismo in un madrigale indimenticabile per capacità di movimento e per la forza plastica e cromatica delle immagini:

                              Già dalla mattina

    Acqua, rimbomba; dondola, cassetta;

   gira, coperchio, intorno la    bronzina;

 versa, tramoggia, il gran dalla bocchetta;

 

spolvero, svola. Nero da una fratta

 l’asino attende già dalla mattina

 presso la risonante cateratta.

 

Le orecchie scrolla e volgesi a guardare,

ché tardi, tra finire, andar bel bello,

 intridere, spianare ed infornare

sul desco lumerai, pan di cruscello.

Composta, col titolo Il mulino, nel 1891, non la comprese nella prima edizione di Myricae ma in quella del 1892. Storicamente segna il passaggio — nella misura umile del madrigale— dalla poesia retorica ed eroica carducciana dell’epopea della patria, degli ideali 4ti, a quella umile e dimessa dell’eroico quotidiano: il mulino, l’urgenza del pane, con la presenza centrale dell’asino in paziente attesa, simbolo della fatica, non più indifferente come l’asino bigio di Davanti San Guido.

Attraverso l’intero armamentario del mulino (acqua, cassetta, bronzina, tramoggia, spolvero, ecc.) e i verbi di moto che, in rigorosa successione, esprimono lo svolgersi della lenta preparazione della farina (rimbomba, dondola, gira, versa, svola), il poeta trasmette al destinatario la realtà della fatica che costa un tozzo di pane e della sua urgenza (il fremere dell’asino nero: non sfugga la contrapposizione polemica col carducciano asino bigio) di esser presente sul desco familiare. Il ‘messaggio’ del poeta è insieme estetico e ideologico. Estetico, in quanto, con uno stile dimesso ma scientificamente rigoroso pur espresso nel linguaggio quotidiano, fortemente pausato, povero, a volte prescindendo dal verbo, coglie una realtà alla quale sino ad allora la nostra tradizione poetica si era tenuta lontana; ideologico, in quanto esprime la visione della vita e il mondo culturale del poeta: il bisogno del calore della famiglia; il saper attendere pazientemente ma non indifferentemente; ‘scrollando’ le orecchie e volgendosi a guardare come l’asino nero, e non a tenere gli occhi chiusi.

Non inganni, quindi, la sua sete di conoscenza della produzione scientifica e filosofica del Positivismo, delle analisi e classificazioni, tanto di moda ed

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esemplari, per quegli anni (penso alle ossessive classificazioni di Vincenzo Padula), di Linneo, o gli scritti acuti e arguti di Darwin, soprattutto della sua opera meritatamente più nota, L’origine della specie, edita nel 1859.

Pascoli legge in chiave decisamente decadente non solo queste opere, ma anche quelle del mondo classico, greco e latino. Si pensi al ribaltamento di significato che opera della Egloga IV di Virgilio, dalla quale ricava lo stilema per il titolo della sua prima raccolta di rime: il verso integrale è ‘Non omnis orbusta iuvant humilesque myricae (IV, 2); si pensi al suo sodalizio col poeta umanista reggino Diego Vitrioli. Questi, testardamente volto al passato ritenendosi creatura del mondo classico, compone, a 25 anni, un poemetto in esametri sulla pesca del pesce-spada, Xiphias, grazie al quale, nel 1845, gli viene conferito il prestigioso premio Amsterdam per la poesia in latino, poemetto che, per piglio epico e per nitore del verso, sembra nato in età augustea. Ebbene, Pascoli non avverte più la gradevolezza di quel sapore antico. Nell’orazione funebre, che pronunziò al funerale del vecchio amico, a Reggio Calabria, il 20 maggio 1898, ricorda che “diceva sorridendo d’essere già vissuto tra Cicerone e Virgilio, e che si piacque di rivivere ora. Ma io risalirei più lontano. In lui era il Greco; e qualche sua poesia sente la mollezza ardente dell’antichissimo suo concittadino Ibyco. E non importa soggiungere che poetava anche in greco con elegante facilità. Ma, greco o latino, egli sdegnava il presente, né solo in letteratura e filologia, sì un poco in tutto (…). Egli viveva di cose svanite, e il suo pensiero aveva continuamente bisogno di risuscitare bellezze morte”. E conclude l’orazione: “Dicono che eri recitatore armonioso e persuasivo. Avrei voluto sentirti ripetere questi versi soavissimi, che continuano Virgilio, in faccia al mare che tu hai popolato di ‘Ninfe, vedendo nelle cimbe dei pescatori un pesce-spada, di che hai favellato al mondo. Ma tu ora non reciterai più soave e piano. La morte ha chiuso per sempre la tua bocca di poeta antico. Eppure non sei morto. I poeti non muoiono quando lasciano tanta vita d’immagini!”5. Che è ritratto verissimo di questo eccezionale epigono calabrese dell’umanesimo italiano.

Anche Pascoli, come si sa, compone in latino, e con risultati non volgari, se anche a lui viene conferita la medaglia d’oro del premio Amsterdam. Tuttavia, se gli ammiriamo il nitore classico della forma, lo spirito del poeta non è più quello del mondo classico. Ad esempio, il poemetto Tallusa, formalmente gradevole è lievitato di umori e di una visione del mondo dècisamente moderni.

D’altronde, se si vogliono cogliere rigorosamente i termini di questa svolta, della sua considerazione del carattere moralmente ambiguo della scienza e della tecnica, cosi scoperta nella sua opera e che, appunto, la registra come prodotto del simbolismo europeo, occorre tenere presente il testo di una sua conferenza letta a Messina nel 1899, intitolata non a caso L’era nuova, compresa nel volume I delle sue Prose, edite da Mondadori nel 1956. Intanto, denuncia la debolezza dei poeti che hanno,

a parer suo, tradito la loro missione di “sacerdoti e pacificatori”, tanto che gli uomini hanno tuttora “nelle dita i vecchi artigli e nelle mandibole le vecchie zanne e nel cuore la vecchia ferocia dei cannibali”6. È persuaso che spetti agli intellettuali trasformare la scienza in coscienza, offrendo una visione del mondo capace di eliminare la crudeltà e la ferocia:

La scienza può dire alla poesia: ‘Io ho lavorato e tu no; dal mio lavoro non è nato tutto il bene che doveva, ed è nato anche del male che non doveva, perché tu non hai cooperato con me… Io ho fornito la verità; ma tu non ne hai nutrito le anime. Non posso far tutto io sola’.7

In sostanza, l’abbandono dei valori e la conseguente decadenza della civiltà portano il poeta a far propria un’etica fondata sull’accettazione della morte e sull’accoglimento del destino. L’esatto contrario dell’ideologia positivista che esige la necessaria connessione scienza-progresso. E l’intera sua visione del mondo esprime tale incertezza di fondo.

Ioli ha una straordinaria capacità nell’organizzare e articolare scientificamente i mondi animali e vegetali così come sono stati esemplati, ovviamente in chiave metaforica, sparsi, franti, nella più schietta casualità, nel tessuto rigoroso ma altrettanto fragile delle Myricae, dal mondo animale degli artropodi e dei vertebrati a quello dei vegetali: un rigore di analisi e di ricostruzioni sinottiche che avrebbero sorpreso e stupito lo stesso Pascoli.

E vero che “provenendo dal mondo contadino, Pascoli conosce bene la biologia degli uccelli”8, ma egli adatta tale conoscenza alla sua visione inquieta, stanca e disincantata del mondo, tramata di simboli e carica di mistero. Tale è la sua attenzione per gli insetti, anticipando Gozzano; per le libellule, “supposte conoscitrici dei segreti”9, come scrive Ioli; per le cavallette; per le lucciole, “segno di luminosità che ispira un sentimento di tenerezza” per le cicale che “trasmettono una sensazione di spensieratezza o di serenità”11

L’assiolo, il chiù, assurge a emblema dell’ambiguità con la quale il poeta legge il destino dell’uomo. Scrive giustamente Mario Pratesi (1842-1921), un suo contemporaneo compreso di solito tra i veristi, “Dentro le mura del parco s’udiva il chiù con quell’accento immutabile, il quale dacchè mondo è mondo, cioè dalla comparsa del primo chiù, va sempre ripetendo la stessa cosa, senza che finora si sia arrivati a sapere se sia quella una domanda o una o una invocazione”12

  1. Pascoli, Un poeta di lingua morta, in Prose, Mondadori, Milano, 2A ed., 1963, voi. I, pp. 157 e 163-164.

6 G. Pascoli, L’era nuova, in Prose, Mondadori, Milano 1956, voi. I, pp. 109-110.

7 ivi. 110.

8A. Ioli, op. cit., p. 27.

10 ivi, p. 23.

“Ibidem.

12 li brano è tratto da Il momdo di Dolcetta, in G. Pascoli, Opere, a cura di Maurizio Perugi, Ricciardi, Milano-Napoli 1981, voi.

11, pp. 21 58-2159.

Ioli mette bene in evidenza come Pascoli sappia trarre dalle tradizioni popolari legate al mondo animale un originale argomento di poesia. Così, il corvo, l’aquila, il falco, il serpente, l’asino, il bue, il gatto nero, ecc. ecc., costituiscono forse il più moderno bestiario, che ripropone simboli e suggestioni lontanissimi ormai da quelli solenni e spiritualmente ammonitori degli antenati bestiari moralizzati medievali. Non solo. Ma quando questi animali-simboli gli toccano la corda degli affetti familia4ri, della casa, del nido, allora si traducono in delicati arabeschi di tenerezze e di protezione. Penso alle metamorfosi della rondine: rondinini, rondinotti, rondine/le, rondoni; così, gallo, galletto, galline. (Per rimanere al governo della casa, un fraintendimento che andrebbe corretto è l’identificazione che Ioli fa di porche dei versi Arano con scrofe. Si tratta delle zolle sopraelevate tra un solco e l’altro che il contadino spezza ‘con sua marra paziente’).

Altrettanto puntuale è l’analisi di Ioli del mondo vegetale presente in Myricae. E riesce, a parer mio, più persuasivo quando collega il ‘rigore scientifico’ del poeta al simbolismo decadente. Così, ad esempio, i gigli che trionfano sulle ortiche si fanno emblemi del bene che vince la cattiveria; il mandorlo è simbolo della primavera; il cipresso è sì simbolo della morte, ma anche della vita: ‘ogni cipresso/ porta il suo nido’ (Nel cuore umano, vv. 7-8).

A un certo punto Ioli riporta alcuni passaggi di Antonino Anile, che, a suo parere, “ben si attagliano allo spirito del commento” ’3 che lui propone per Myricae. Che possono anche essere validi, purché staccati dal contesto di Bellezza e verità delle cose.

Dev’essere chiaro che, con Anile, siamo di fronte a una personalità diversa e, per molti aspetti, opposta a quella di Pascoli. Intanto, egli è prima, e più, che poeta e scrittore forbito, uno scienziato, un docente di Anatomia umana, discepolo di Antonelli presso l’Università di Napoli, appassionato studioso di Leonardo Da Vinci, che, accanto a opere ingenerosamente dimenticate come Bellezza e verità delle cose (1935) e Questo è l’uomo (1944); a opere di poesia come La Croce e le Rose (1909) e L’Ombra della montagna (1939), è autore di testi scientifici famosi, come il trattato L’anatomia sistematica dell’uomo (1919) e Elementi di anatomia topografica (1921).

Anile crede nella scienza ed è un politico e un educatore militante. Pascoli è, e rimane, un poeta, un poeta che se offre l’esempio di un modo nuovo di far poesia, esprime una sensibilità introversa e distaccata, di una ‘aristocrazia~ culturale che, lontana dalle illuminazioni cristiane, radicate e vive in Anile, tende a tener altrettanto lontani gli altri, i più, quegli adulti coi quali occorre fare i conti in questo mondo. In una prolusione a un corso pedagogico per maestri elementari, tenuto a Bologna nel 1906, pubblicata col titolo Ai maestri elementari, Pascoli afferma di se stesso:

13A. Ioli, op. cit., p. 55.

                Come scrittore e come poeta io suppongo sempre avanti a me un pubblico di fanciulli e fanciulle; e questa immaginata corona di uditori innocenti dà a ciò che dico quella verecondia che non è virtù del mio animo, sì necessità del mio compito (…); perché se i ragazzi non possono dar la gloria, danno però l’amore; e l’amore, almeno quell’amore, appaga, mentre la gloria asseta.44

 

Non poteva essere più sincero. Di questo adulto-fanciullo, testimone e interprete di un tempo che, per incertezze, inquietudini, frustrazioni, delusioni e disillusioni, ancora appartiene anche a noi che fanciulli non siamo più, Ioli ci offre un ritratto rigoroso e suggestivo aiutandoci a illuminare meglio il suo mondo poetico. Di questo lo ringraziamo e gli siamo grati.

Pasquale Toscano.

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