Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
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Avvenimenti

Presentazione Fiamme sui Nuraghi

Presentazione del Romanzo postumo “Fiamme sui Nuraghi” di Mario Rappazzo

Presentazione Fiamme sui NuraghiPresentazione Fiamme sui Nuraghi

Presentazione del libro “FIAMME SUI NURAGHI”
di Mario Rappazzi
Aula Magna Universita degli Studi
Messina 2 luglio 2001

Saluto ed introduzione ai lavori di presentazione del libro di Mario Rappazzo “FIAMME SUI NURAGHI”  da parte del curatore e direttore della collana libri Parentesi,  Dott. Filippo Briguglio , Relatore Ch.mo Prof. Antonino Ioli, sono interventi il prof. Rinaldo Anastasi, la Prof.ssa Nella Trimarchi, e la Prof.ssa Iolanda Antoci vedova Rappazzo.

 

Uno dei grandi meriti di Mario Rappazzo, nella stesura dei suoi romanzi, è “quello scrupolo di scrittore che ha sorretto l’autore”di cui fa cenno Domenico Cicciò nella prefazione al romanzo”Kio il mamertino (1967).
E’ innegabile, infatti, che tutta la sua produzione è caratterizzata da un denominatore comune: “Una ricostruzione storicamente fondata alla quale si aggiunge il gusto di una narrazione che saprà trasmettere stimoli di ricerca e di curiosità…”.
Già, perché un tratto molto espressivo della personalità di Rappazzo è sempre stato, infatti, la capacità di dosare nei suoi scritti la realtà e la fantasia, i fatti di vita vissuta, impressi nella sua memoria, e la storia.

Ed è quello che accade in questo romanzo”Fiamme sui Nuraghi” di pubblicazione postuma.
L’idea di scrivere il romanzo nasce durante un suo soggiorno in Sardegna, incaricato quale commissario di discipline letterarie per gli esami di maturità.
La terra Sarda lo affascina, l’aria tersa, i paesaggi incontaminati e quei nuraghi, strane costruzioni, immote e remote, custodi di una storia millenaria.
Il “nuraghe”, che significa mucchio cavo dall’antica radice “nur” è costruito per la prima volta intorno al 1500 a.C.. E’ una torre tronco-conica a base circolare, costruita sovrapponendo grandi massi; il suo interno ha la struttura di una falsa cupola, la “tholos”, edificata anch’essa sovrapponendo circolarmente pietre le une sulle altre, con i massi di ogni fila leggermente sporgenti verso l’interno rispetto a quelli della fila sottostante. Questi nuraghi, tutti collocati sulla sommità della collina o ai margini di un altipiano e in ogni caso in una posizione di dominio, nella loro varietà, stanno in piedi da 3500 anni, grazie soltanto ad una calibrata distribuzione di pesi. Ve ne sono di più grandi e di più piccoli, a corpo unico, a struttura complessa con più stanze: ma tutti hanno in comune un’arcaica bellezza ed una maestosa complessità, oltre la caratteristica di costruzione fortificata a scopo di difesa.
Come poteva sfuggire tutto ciò all’occhio attento ed alla mente fantasiosa dello scrittore? La stessa storia di Sardegna è spunto per la narrazione.
Si racconta che il popolo dei nuraghi erano organizzati in tribù e clan fortemente gerarchizzate e caratterizzati da unità etnico-culturale: erano agricoltori e, soprattutto, pastori e, quindi, portati allo scontro per il dominio di sempre nuovi passaggi per i loro armenti. A capo di questo popolo di pastori, stava un re, un capo, dotato di massimi poteri militari e religiosi che viveva nel nuraghe, la sacra dimora- fortezza intorno a cui sorgeva il villaggio.
La storia affascina e Rappazzo ne è affascinato.
Così nel “villaggio” vive Varsu e una storia d’amore, di passione e morte si muove intorno a lui.
Dopo tanti secoli i nuraghi ritornano a vivere, la descrizione è così felice da far sembrare come vivi i personaggi: il capo Puttulu, Antinu, Lugìa, Lillìa, il protagonista Varsu sembra quasi di vederli muoversi nei boschi, sulle colline, in riva alle sorgenti, nell’intimità delle forti mura di pietra, tra le fiamme che tutto divorano e bruciano, tra passione e distruzione.
La storia, come la vita e la morte, scandisce il tempo che passa e per lo scrittore e poeta Mario Rappazzo il tempo trascorre tra i bagliori della storia, la levitas e la passione dei grandi sentimenti.

Filippo Briguglio


Anch’io, come il prof. Ioli, sono un lettore privilegiato di Fiamme sui Nuraghi, in quanto ho avuto l’onore di scrivere la prefazione e quindi la possibilità di leggere il romanzo in anteprima. Ho ricevuto l’incarico da parte dell’Associazione alla quale appartengo, l’Asis (Associazione Stampa Italiana Scolastica), presieduta a livello nazionale dal professore e amico fraterno Mario Calamia, alla quale Associazione era stata richiesta dal dott. Filippo Briguglio. Grazie al mio incarico ho avito modo di apprezzare e soprattutto amare l’opera.
Amo il romanzo Fiamme sui nuraghi e il suo autore, Mario Rappazzo, anche se non l’ho mai conosciuto.
Lo amo per quello che il romanzo ha significato per me. Quando l’ho letto vivevo in ospedale un’angosciosa situazione di impegno per cercare di strappare all’abbraccio della morte mio padre, che versava in gravissime condizioni. La mia vicenda, in quel momento, mi appariva simile a quella di Varsu, il protagonista, più che per la sofferenza del padre Astartu, da anni affetto da tremendi dolori agli arti, per la sua caparbietà nel voler contrastare il destino di morte che incombe crudele sul popolo dei nuraghi. La vicenda di quei personaggi che si avvicinavano inesorabilmente verso la morte mi sembrava simile a quella del mio anziano ed ammalato padre. I terribili “guerrieri romani, che avevano vinto e cacciato […] i Cartaginesi, aiutati dai Fenici e da uomini della costa, facevano delle incursioni verso l’interno per impadronirsi di bestiame e di quanto loro occorreva”. Tutto ciò faceva presagire tempi tristi ed eventi sconvolgenti, avvenimenti futuri carichi di tempesta e di morte. I popoli dei nuraghi temevano per i propri beni, per le spose e i loro figli, nonché per la perdita della libertà”, per la quale “avevano combattuto duramente contro i Fenici, i Greci e i Cartaginesi e alla fine, per non perderla, […] si erano spostati verso i colli interni, verso i monti, rinunciando al mare per il solo orrore di vederli e di vivere accanto ai forestieri sopravvenuti”.
Varsu, figlio di Astartu, “re del nuraghe più potente e più grande”, prega il grande Jolao di scendere su di lui, di renderlo forte contro i nemici della sua terra, salvando il suo popolo e la loro libertà. Ma i Romani, come la morte, arrivano, vengono col bel tempo. “Avanzano compatti come le mandrie dei tori lungo i sentieri dei boschi, impedendo alle erbe di crescere dietro il loro passaggio. Chiusi nella armature di ferro e di bronzo, protetti da immensi scudi che mandano sinistri bagliori sotto i raggi del sole, sembrano una fiumana immensa di luce che avanza bruciando e distruggendo tutto ciò che capita sul suo passaggio”. Neppure la potenza degli dei adorati riesce a tenerli lontani.
Varsu perde la sua battaglia contro la morte, io, grazie al cielo, per adesso, in qualche maniera sono riuscito a vincerla.
Amo la vicenda di Varsu perché è un anelito di libertà. L’immensa tragedia che incombe inesorabile sul villaggio si compie. I Romani, con i loro corti mantelli rossi e gli elmi dalle grandi creste, forti e potenti, attaccano con macchine da guerra gli abitanti del nuraghe, che si difendono al meglio con archi e frecce avvelenate. La speranza di uscire salvi da quell’inferno svanisce a poco a poco, ma Varsu, sua madre Moira, sua moglie Lugìa, le altre donne ed i suoi pochi amici sopravvissuti, piuttosto che consegnarsi ai Romani, piuttosto che arrendersi, come proposto loro da Lillìa, la donna amata in precedenza da Varsu ed adesso schiava dei Romani, piuttosto che la morte della schiavitù, preferiscono la libertà della morte! Prendendo a prestito Giovanni Pico della Mirandola, possiamo affermare che piuttosto che degenerare verso gli essere inferiori, Varsu e il fiero popolo dei nuraghi preferiscono rigenerarsi nelle cose superiori, cioè in quelle divine.
Amo Fiamme sui nuraghi perché lascia il gusto della bella lettura, come un romanzo di Grabriel García Márquez, tanto che, parafrasando, un suo famoso titolo, la vicenda di Varsu e dei suoi sembra la Cronaca di una sciagura annunciata, anche se il lettore fino all’ultimo, sospinto dall'”idillio” iniziale, dal bozzetto di vita semplice e armoniosa, serena ed onesta della civiltà dei nuraghi, sostenuto dalla familiarità con i personaggi, dalla loro quasi visione fisica, spera che questa sciagura non si compia e che “il fuoco della libertà” possa trionfare sulla potenza delle armi e degli eserciti.
Amo, infine, il romanzo per come è scritto. Il presente storico utilizzato dall’autore Mario Rappazzo e l’assenza di espliciti riferimenti spazio-temporali fanno rivivere quel dramma e l’intrinseco suo travaglio, gli infondono immediatezza, vivacità ed efficacia, lo trasportano attraverso lo spazio ed il tempo, rendendo “vicino il ricordo di quel lontano giorno”, e gli conferiscono un’aurèola di grande storicità. La vicenda di Varsu non può essere circoscritta in un determinato periodo o in un preciso ambiente, ma è la vicenda di tutti coloro che hanno ritenuto, ritengono e riterranno la libertà un bene irrinunciabile!
Ritengo che l’opera sia altamente formativa, per i temi trattati e per la forma in cui è scritta, ed auspico che possa essere anche adottata nelle scuole affinché Mario Rappazzo possa esercitare ancora la sua funzione di docente ed educatore.
Grazie, allora, Mario Rappazzo per averci lasciato questa grande testimonianza, grazie sig.ra Iolanda Rappazzo per averla data alle stampe, grazie dott. Filippo Briguglio per averne curato la pubblicazione.

Rinaldo ANASTASI


Scrivere un romanzo ambientato in Sardegna, nel lontano periodo della civiltà nuragica, dimostra come il visitatore più sensibile trae la sensazione di vivere nella preistoria attraverso una continuità assunta dai monumenti che il tempo ancora conserva.
Il nostro Autore, che ha vissuto un breve periodo della sua vita in Sardegna, ha sicuramente subìto il fascino di questa terra, bella e misteriosa, al punto tale da lasciarsi trascinare fuori dal tempo storico e dare vita e anima al silenzio nuragico.
Il mondo nuragico è fatto di monumenti, che costituiscono la prima testimonianza di razionale capacità costruttiva, realizzati a ridosso di piccoli insediamenti umani, destinati alcuni a scopo militare e difensivo, altri ad uso religioso, formati da enormi blocchi di pietra, sistemati a secco, disposti su file aggettanti. Avevano la forma di un tronco di cono e potevano raggiungere i 22 metri di altezza, articolarsi in più torri tra loro comunicanti, al fine di costituire delle vere e proprie fortezze a pianta triangolare (S. Antine) o pentagonali (Barumini). Altre costruzioni architettoniche di tipo nuragico, sono i templi a pozzetto, dedicati al culto delle acque; altre ancora sono le tombe dei giganti: tombe collettive che potevano contenere centinaia di sepolture, di cui se ne contano oltre trecento. Ancora oggi, in Sardegna esistono oltre settemila nuraghi, considerando che prima i Cartaginesi, poi i Romani ne fecero largo scempio.
La civiltà nuragica scorre lungo circa mille anni di storia dal XVII al VII secolo avanti Cristo, caratterizzata per la metallurgia del bronzo, attestata da famosi bronzetti che riproducono soprattutto guerrieri, animali, modellini di nuraghi, che danno lo specchio di una civiltà agricolo-pastorale in cui il ceto aristocratico, sotto le vesti di pastore guerriero, assume grande importanza dal punto di vista sociale.
E’ in questa società che si sviluppa il romanzo di Mario Rappazzo, in un mondo agricolo dove il biondo grano dondola alle carezze del vento ed i pacifici animali brucano l’erba sotto la protezione del grande dio Jolao. In una natura fortemente animata, dove il sole, la luna, l’acqua, la terra, stanno in stretta relazione con l’uomo, ne segnano i passi e le azioni.
In un continuo susseguirsi di avvenimenti spicca la personalità del protagonista, pastore-guerriero, forte e coraggioso, dotato di molteplici qualità; religioso, vive la sacralità della famiglia che gli suggerirà la difesa strenua del proprio popolo.
L’assalto dei Romani non risparmia il popolo nuragico, seminando morte e distruzione di uomini e cose. Ma non muore l’esempio di libertà che animale azioni di Varsu, protagonista del romanzo “Fiamme sui nuraghi”
Grazie, dunque, a Mario Rappazzo che con questo romanzo ha dato voce al silenzio dei nuraghi e all’editore di Parentesi, dott. Filippo Briguglio, che ne da la possibilità di lettura ad un vasto pubblico.

Prof.ssa Nella Trimarchi

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