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Recensione : “Addio ‘900 ” di Geri Villaroel – Presentato il 22 dicembre 2001 al Teatro Vittorio Emanuele di Messina

Recensione di Filippo Briguglio

Il pensiero di Geri Villaroel è quello di un siciliano doc, come testimoniano la sua scrittura, la sua capacità di raccontarsi e di descrivere le situazioni più diverse… “comiche o tragiche che siano, siciliano persino nella rappresentazione dei colori, che riflettono e rifrangono un mondo fatto di passioni, di calore denso di ebbrezza, in lui alberga ancora la speranza, anche se a volte è sottolineata da una vena di malinconia.” (Allone) Egli si può definire1 un epigono della nobile tradizione letteraria siciliana.
Una delle sue caratteristiche è quella di essere un grande affabulatore: un pregio (o difetto) che egli riesce a palesare sempre bene anche nella attività di scrittore. Nei suoi romanzi, che ormai sono tanti, Villaroel mescola, con sapiente artifizio, fatti storici, intrecci amorosi, situazioni scabrose, storie di sesso a fatti di cronaca ed eventi eccezionali, con immancabile estro e con la simpatia ben nota a chi lo conosce. È un aspetto stilistico riscontrabile anche in quest’ultima sua fatica2, Addio ‘900 (Rubettino editore, 2001), che già nel titolo presenta un habitus interessante e intrigante.
Un romanzo che, a parere di chi scrive, aspira a raffigurare i tratti caratteristici del secolo che si è appena concluso.
Un secolo ed un millennio contraddistinti dalla presenza di innumerevoli opposti estremismi, sempre assoluti, che ci hanno influenzati, come il potere di un Giano bifronte, con il sottile gioco delle ambivalenze radicali, dei paradossi.
Lasciandoci alle spalle il millennio, poiché sarebbe troppo pretenzioso racchiuderlo in poche righe, rivolgiamo uno sguardo al secolo che si è da poco concluso, e che è più vicino a noi. Un’epoca che ha conosciuto prima una devastante dittatura fascista, durata un ventennio, e poi una democrazia fragile e contraddittoria. Un periodo connotato da miseria e ricchezza vera e falsa, da barbarie e da progresso, da impotenza e da grande innovazione. Un secolo caratterizzato da soluzioni mai stabili, da equilibri non definitivi. Cento anni nei quali la tecnologia ha assunto un ruolo sempre più prepotente e i media una capacità di diffusione superiore a quella raggiunta in ogni altra epoca storica. Un tempo che ha visto imporsi l’ossessiva volontà di plasmare il pianeta, che ha fatto crescere negli uomini la febbre del fare e dello strafare, sempre mortificata dalla parziale, incompleta capacità di controllo dei propri gesti.
In questo clima, ed in questo travaglio epocale si dipana il romanzo che, come già il titolo preannuncia, racchiude in sé tante cose: nostalgie, paure, commozione, ricordi belli e brutti di tutta una vita. L’autore riesce a mescolare sapientemente eventi che si intersecano in ambientazioni diverse, che conducono il lettore nelle direzioni più impensabili. Dall’epico mare di Ulisse agli sconfinati oceani, dalle affollatissime e pericolose strade di New York alla misteriosa Cina, all’India, al Giappone, questi scenari fanno da sfondo alla storia di un marinaio del villaggio di Torre Faro (Me). Il più grande desiderio del protagonista, che vive a Yokohama (1), città devastata nel 1923 da un terremoto e successivamente dai tragici eventi della seconda guerra mondiale, è quello di ritornare nel “luogo natio”; un desiderio che sente sempre più forte, soprattutto con l’avvicinarsi delle festività.
Così Lillo Arena (questo è il nome del protagonista del romanzo) fa ritorno nella sua Sicilia, per attendere l’alba del nuovo millennio, proprio sulla sponda del Capo Peloro, dove aveva vissuto la sua adolescenza nel periodo della barbarie bellica.
Il romanzo, pur sviluppandosi tra miti, leggende e racconti popolari, è impreziosito dalla raffigurazione dei luoghi, in cui si concentrano e coesistono le più svariate contraddizioni; dove “civiltà e miseria, bellezza ed inquietudine e le passioni nascono spontanee” e colorano – come dice lo stesso autore – “…un naturale scenario della Sicilia, che si offre ad eventi d’amore o di morte. Dove l’uno può essere conseguenza dell’altro.
Ultima annotazione: Addio ‘900 è il decimo libro di Villaroel. È stato presentato lo scorso 22 dicembre, nel prestigioso ed illuminatissimo salone del Teatro Vittorio Emanuele, ad un numerosissimo pubblico, dal sottosegretario ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi, che lo ha definito così: “… Un romanzo che è un intreccio manzoniano in grado di raccontare i fatti salienti del secolo appena alle spalle”.

di Filippo Briguglio

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