Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

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Intervento di Filippo Briguglio: Mass-Media: bilancio critico ed utilizzabilità nell’educazione

Seminario sul giornalismo

I mass- media e loro influenza sull’educazione

 Patti 22 giugno 1996 (Foto a sinistra Dott. Filippo Briguglio e a destra Prof.  Antonino Mangano Ordinario di Pedagogia nell’Ateneo Peloritano.

Innanzitutto desidero ringraziare il Sindaco di questa bella e ospitale città di Patti e gli organizzatori  di questo seminario, che si tiene all’interno del corso di Giornalismo scolastico destinato ai docenti, per avermi invitato. Rivolgo, quindi, un caloroso saluto a tutti gli intervenuti.
Dopo la relazione del chiarissimo professore Mangano, ordinario di Pedagogia presso la Facoltà di Magistero di Messina, non è facile intervenire e, soprattutto, aggiungere altro.
Per questo motivo il mio intervento sarà breve.

La scelta di questo tema mi è parsa frutto di sagacia e di sensibilità, dal momento che ci si rivolge in questa occasione principalmente ad un pubblico di insegnanti, che, per il loro ruolo di educatori, svolgono una funzione fondamentale nello sviluppo psichico, sociale e affettivo dei ragazzi. Vorrei assieme a voi riflettere sui processi di apprendimento e sulla differenza tra informazione e formazione.
Possiamo dire con il pedagogista svizzero Jean Piaget, che per tutta la vita ha studiato i bambini ed i loro comportamenti, che la conoscenza procede in maniera graduale, cioè dal più facile al più difficile, dal reale all’immaginario, dal concreto all’astratto. A mo’ di esempio, quando il bambino dice: “Bau”, inizialmente indica solo il cane, più avanti nello sviluppo si riferisce a tutti gli animali.
Attraverso processi associativi sempre più complessi, quindi, la sensazione diventa percezione e poi, mediante il linguaggio, si sviluppano prima la fantasia ed infine il pensiero. Riprendendo l’esempio precedente, se nella prima fase bau era il cane, poi tutti gli animali (processo associativo), successivamente, con l’uso del linguaggio, viene attuata l’evocazione fantastica dell’animale anche quando questo non è presente e, quindi, si sviluppa il pensiero astratto. Ecco perché gli input che vengono dall’esterno dovrebbero essere il più possibile fedeli alla realtà che ci circonda: proprio per evitare una formazione di comportamenti e una prospettazione di modelli distorte che, soprattutto nel caso dei ragazzi, possono essere oltremodo pericolose. L’adolescenza, infatti, costituisce un momento estremamente delicato nel processo di crescita dell’individuo: un momento critico in cui è facile che vengano recepiti, assimilati idee e comportamenti che diverranno costitutivi della personalità. Questo è un innegabile dato di fatto che è importante tenere in considerazione, dal momento che il nostro vivere sociale si fonda proprio sul ricevere e inviare messaggi su ciò che avviene intorno a noi. Ogni persona, infatti, scambia con le altre persone diversi tipi di comunicazione. Si inviano messaggi attraverso la mimica del volto e del corpo, attraverso le immagini rappresentate mediante disegni e fotografie; attraverso suoni e rumori; attraverso il linguaggio verbale, sia orale che scritto. A queste modalità di interazione si affiancano le comunicazioni di massa, che rivestono un ruolo ed una diffusione ormai sempre crescente. In passato, infatti, le comunicazioni tra le persone avvenivano soprattutto a viva voce o per lettera. Solo cinquant’anni fa, la vita sociale si svolgeva in ambiti ancora molto ristretti: il maestro, il medico, il parroco – tanto per fare degli esempi – erano i divulgatori e gli interpreti delle informazioni e, quindi, i referenti della cultura morale.
Via via, il progresso scientifico e le innovazioni tecnologiche, in continua evoluzione anche nel campo delle comunicazioni, hanno rotto l’isolamento degli individui e hanno trasformato il loro modo di relazionarsi. Oggi la società si evolve con un dinamismo febbrile: mentre prima a molti bastava conoscere soltanto quello che accadeva nel proprio quartiere – che rappresentava il loro mondo – oggi non è più così. In questi anni gran parte delle comunicazioni ha assunto le caratteristiche che vengono denominate “di massa”: ciascuno riceve ogni giorno numerosi messaggi, inviati da un ridotto numero di emittenti. Nelle comunicazioni di massa – i cui veicoli sono comunemente indicati con il termine di mass-media – non vi è un rapporto diretto tra chi invia i messaggi e chi li riceve.
La comunicazione di massa è sostanzialmente a senso unico: un emittente invia dei messaggi attraverso canali quali il giornale, la radio, il cinema, la televisione. Questi messaggi arrivano ad una molteplicità di destinatari, i quali, però, non possono rispondere direttamente.
D’altra parte, è proprio grazie alla penetrazione capillare dei mass-media se oggi la conoscenza degli eventi politici, economici e culturali non rimane più confinata nell’ambito dei diretti interessati, ma diventa patrimonio comune. Essa appartiene al villaggio globale. La donna serba violentata, l’atrocità dei polsi spezzati alla zingarella che rubava, il disabile rifiutato dalla scuola non sono più solo argomento di racconti e conversazioni privi di fonte certa, ma fatti che toccano ed influenzano tutti, perché siamo tutti cittadini del mondo.
Ciò detto, non bisogna sottovalutare la considerazione che, comunque, le comunicazioni di massa orientano gli atteggiamenti ed i giudizi della gente. Coloro che gestiscono i mass-media possono, infatti, selezionare quali informazioni dare e come proporle, influenzando così la formazione delle opinioni. E poiché, tra l’altro, i mass-media sono in competizione tra loro, le indagini di mercato o gli indici di lettura e di ascolto – che valutano la soddisfazione e le aspettative del pubblico – inducono editori e produttori ad operare in modo da coinvolgere una platea sempre più vasta, indirizzandone i giudizi ed i comportamenti.
Sotto questo aspetto, la libertà di pensiero, cioè la libertà per ognuno di elaborare una propria opinione, finisce con l’essere alienata o, quantomeno, compromessa, perché viene condizionata dalla insistente opera di persuasione praticata con i diversi strumenti che caratterizzano i mass-media. Una stessa informazione, infatti, può essere data in forme diverse: può essere scritta su un foglio, espressa con un disegno, trasmessa oralmente, oppure con una foto, uno schema, dei gesti. Cinema e televisione fanno uso di immagini e di accompagnamento audio; la radio, del parlato; giornali e riviste, di testi ed immagini. Queste forme di comunicazione sono diverse tra loro, ciascuna presenta le proprie caratteristiche. Mentre la comprensione di un’immagine è immediata, lo scritto richiede un lavoro di interpretazione. La comunicazione orale trasmette il messaggio in modo analitico, mentre un’immagine consente una comunicazione globale. Il linguaggio del corpo, da un punto di vista emotivo e relazionale, è più rivelatore di un testo scritto, con il quale è più facile diffondere contenuti ambigui o trarre in inganno.
Per riassumere, una immagine comunica in modo diretto, emotivo, globale; il parlato comunica in modo analitico, ridondante, personale; lo scritto comunica in modo conciso, preciso, sequenziale. La televisione, nel processo che si evolve dalla percezione sensoriale al pensiero, utilizzando per la divulgazione delle notizie immagini, colori e movimenti, si sostituisce al dinamismo mentale, favorendo una diminuzione dell’attenzione e, quindi, della concentrazione e della capacità di applicazione. Di conseguenza, l’informazione viene recepita passivamente e non apporta un contributo significativo alla formazione. Giornali, riviste, libri, invece, costituiscono propriamente degli strumenti di formazione, in quanto attraverso la parola si interiorizza l’immagine, stimolando la fantasia, rafforzando la memoria e favorendo la concentrazione. Si passa, dunque, dalla percezione al pensiero che, per la sua peculiarità di essere facilmente assimilato e ritenuto, si presta al condizionamento. È questo che si verifica quando, per esempio, i gruppi finanziari che hanno la proprietà di un quotidiano impongono alla redazione di manipolare i fatti o la loro analisi, in modo tale da fuorviare moltissimi lettori e indurli a sostenere opinioni in materia di economia o di politica dalle quali quei gruppi possano ottenere vantaggi. È questo il male endemico del mondo della grande carta stampata, che finisce col favorire sistematicamente gli interessi delle lobby a discapito del diritto all’informazione imparziale che, se fosse fornita rispettando scrupolosamente il suo valore, sarebbe essa stessa espressione di cultura. Per ribadire questo punto, posso testimoniare (me lo consentono sia l’esperienza maturata in sette anni alla guida di una piccola testata periferica quale è il periodico bimestrale Parentesi, sia il confronto costante con altre analoghe realtà di editoria  minore)  che,  invece,  laddove non  esistono interessi economici  o  politici  che  in  qualche misura possano incidere sulla presentazione e sui contenuti dell’informazione, informare per il piacere di  informare diventa una sorta di culto della trasmissione di un messaggio attraverso la carta stampata. Ed allora, mentre nel mondo della grande editoria accade che gli interessi della collettività vengono ignorati o quanto meno sminuiti e assoggettati agli interessi prevalenti di pochi, viceversa, con la piccola editoria si verifica il contrario. L’interesse di pochi a fare informazione e, quindi, cultura, si sposa con l’interesse dei più a ricevere informazione che diventa formazione. In questo caso, dunque, l’esercizio della libertà di pensiero, propria di ogni individuo, diventa fattore di crescita intellettuale. Nonostante le limitazioni ed i rischi di cui abbiamo parlato, bisogna guardarsi dal demonizzare i mass-media, che in ogni caso svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione dell’informazione e, pertanto, costituiscono degli strumenti di conoscenza.
Circa dieci anni fa, il professore Catalfamo, ordinario di Pedagogia presso l’Università di Messina e direttore del Centro Audiovisivi, da me intervistato sull’introduzione degli audiovisivi  nell’educazione, asseriva che l’applicazione dei computer all’insegnamento della matematica o della musica, la lavagna luminosa, ed altre attrezzature dello stesso genere, costituiscono dei mezzi didattici possibili, ed anche convenienti; ma occorre evitare di delegare alle macchine l’insegnamento, perché queste sono utili strumenti  nelle mani dell’uomo, un supporto assai valido, ma pur sempre solo un supporto. L’individuo, oggi, è continuamente sottoposto ad una pressione derivante dall’incalzare dei media; allora l’uomo, prima di essere utente della televisione, dovrebbe essere utente di se stesso, cioè dovrebbe coltivare e difendere la propria personalità. Se l’uomo è stato educato a coltivare il proprio sviluppo culturale, non potrà mai diventare un video-dipendente; lo diventa nel momento in cui non ha un patrimonio personale di convinzioni, di capacità, di principi morali da opporre alle suggestioni dei mezzi di comunicazione di massa. La società di oggi è caratterizzata da un sistema di iniziative che riescono a condizionare l’individuo sprovvisto di difese intellettuali. Ecco perché i bambini video-dipendenti si avviano verso la superficialità, l’impoverimento interiore, l’esteriorizzazione. Siccome il bambino non  ha la capacità  di opporsi ai condizionamenti esterni, deve essere l’adulto a fare da tramite.
Vorrei concludere citando un pensiero di un esperto della comunicazione, il futurologo Roberto Vacca, che in un suo libro scrive: Comunicare significa creare una nuova cultura umanistica e tecnico-scientifica. A tal fine, bisogna cambiare la società, migliorare la scuola, gli insegnanti e soprattutto il nostro impegno personale, trasformare sostanzialmente e qualitativamente la mentalità di tutto il villaggio globale, di cui noi tutti facciamo parte in prima persona.

Patti, 22.6.1996

Filippo Briguglio

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