Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

Personaggio della cultura messinese ricordato dal prof. Giuseppe Miligi

GIUSEPPE RANERI – Un “Figlio del terremoto” testimone della fede, dell’entusiasmo, del fervore ideale di una generazione.

(In basso, Giuseppe Ranieri)

Un paio di mesi fa moriva a Messina Giuseppe Raneri, un personaggio molto noto negli ambienti culturali messinesi. Fu amico di Salvatore Quasimodo, Giorgio La Pira, Salvatore Pugliatti, Giuseppe Miligi. A quest’ultimo abbiamo rivolto l’invito di ricordarlo.Con immenso onore e  piacere ho voluto anche pubblicare  la lettera inviatami dello stesso professor Miligi di accompagnamento al suo scritto  in onore di Giuseppe Raneri.
(Filippo Briguglio )

(Prof. Giuseppe Miligi)

Caro direttore,

acconsento volentieri al suo invito di ricordare la figura di Giuseppe Raneri ai lettori di Parentesi riproponendo la mia prefazione al suo libro I figli del terremoto (Pungitopo. 1985).
L’invito, espressone dì un apprezzamento di cui le sono grato, naturalmente mi lusinga; ma sono altre le ragioni che me lo fanno accogliere con sincero trasporto. E almeno due desidero chiarirle.
La prima è che la sua iniziativa, nella forma prescelta, è dì per sé un incentivo alla lettura di un libro prezioso, umanissimo, che presenta in una prospettiva inedita, facendocela rivivere dall’interno, la storia degli anni bui, ma per molti vera esaltanti, dell’immediato dopo-terremoto. L’altra è più personale e mi tocca intimamente. Sta nell’opportunità che mi si offre di rendere testimonianza di affetto e dì stima ad un uomo vero, di grandi doti umane e di eccezionale statura morale che mi ha onorato della sua amicizia. Amicizia vera – debbo ripetere l’aggettivo – perché in lui tutto era vero. Se pure ne avessi avuto bisogno, la conferma mi è venuta dalla telefonata della figlia Mariella che la sera dello scorso 11 ottobre mi comunicava la morte del padre perché – mi disse – certamente lui non avrebbe voluto che l’apprendessi dalla stampa il giorno dopo.

Mi consenta però, caro direttore, qualche considerazione ad integrazione dello scritto, con preghiera di renderne partecipi i lettori.
Rileggendo il libro dell’amico, che più volte di questi giorni ho ripreso in mano, mi ha colpito soprattutto un elemento al quale quando scrivevo la prefazione non avevo prestato la dovuta attenzione, mentre ora mi appare addirittura fondamentale: l’elemento in virtù del quale nella pagina tout se tient. Alludo alla qualità della scrittura. E se in un primo momento ne sono rimasto un po’ sorpreso, ho poi trovato che la cosa non è senza significato. Credo di capire la ragione per la quale il dato non mi è balzato subito prepotentemente agli occhi; od è interna alla scrittura stessa: che si connota del garbato riserbo, della compostezza e della sorridente modestia che sono stati peculiari dell’uomo che l’ha espressa.

Mi viene da pensare che in questa capacita di “non apparire”; di non dar risalto ai valori della resa formale per non distogliere l’attenzione del lettore dal reale centro d’interesse che è l’impegno di testimonianza. Raneri rivela l’istinto sicuro, ma anche il consapevole senso della misura dello scrittore di razza (e non importa che non lo sia stato di mestiere). Il suo discorso si distende nel tono medio prediletto dai moralistes, che non va mai sopra le righe: pronto a ripiegare nell’ironia (che in lui più spesso è autoironia) o nei modi distaccati del cronista, quando ne avverte il pericolo. Lo fa con naturalezza, in virtù di un linguaggio duttile che non fa stridere i trapassi e sa coniugare la cordiale spontaneità della conversazione con la precisione che richiede l’esposizione dei concetti: rifuggendo dalla compiaciuta esibizione del termine dotto o ricercato senza tuttavia cadere nella sua sciatteria.

Un esempio? Eccolo in questa definizione delle “parole in libertà” di marinettiana memoria (Raneri aveva “iniettato” di futurismo l’intera sua classe: ce lo ricorda un delizioso capitoletto del suo libro: Futurismo spicciolo): le dice “architetture grafiche in cui i caratteri avevano dimensioni varie e volevano servire dì commento e di illustrazione al concetto dell’autore’ (p. 11 ). Avesse parlato, nel linguaggio degli iniziati, di “fruizione sinestetica” e di “funzione autoillustrativa” non avrebbe guadagnato affatto in precisione, mentre motto avrebbe perduto in chiarezza ed in cordialità comunicativa.
Un’altra considerazione ritengo utile.
Vorrei ritornare un istante sul gusto e sull’uso dell’aneddoto che è la connotazione più vistosa de I figli del terremoto, da me sottolineata in prefazione. Anche se la sottolineatura è chiaramente in positivo, ritengo opportuno, ad evitare possibilità di equivoci, precisare che tale propensione non significa incapacità di sollevarsi a più alti livelli di conoscenza e di interpretazione, quanto piuttosto è scelta consapevole, le cui motivazioni affondano le radici negli strati più profondi della sua personalità: la coscienza morale.
È la scelta della testimonianza da rendere alle verità del cuore, contro l’arbitrio del giudizio di chi, parte in causa e al centro della scena, manca del necessario distacco e delle giuste linee di prospettiva. Leggiamo alle pp. 55/56:

«Sarebbe bello scuotere la polvere degli anni e rivivere quelle ore di entusiasmo in cui la nostra esuberante giovinezza si apriva a speranze senza limiti.

Certamente questo ricordo non servirà a risolvere i problemi che assillano nè a determinare una svolta nella vita dei popoli. Ma la Storia è pur sempre maestra della vita, come ammoniva il nostro maestro tanti anni fa e se i fatti minuti, pur partecipando anche essi alla sua costruzione, non vengono menzionati, non sono da ignorare. Costituiscono quell’esperienza che si tramanda, che può essere guida per chi l’apprezza, ma che fa tanto bene al cuore di chi può testimoniare di un’epoca, specialmente quando per l’irrequietezza del vivere sociale i ricordi di ieri sembrano quelli di un’epoca remota».
I “fatti minuti”, in quanto sicuro ancoraggio al concreto, sono quindi per Raneri una specie di antidoto, di vaccino contro la tabe dell’amplificazione retorica che porta dritto alla mitizzazione (“i problemi che assillano”, le grandi svolte della vita dei popoli”): due mali ai quali il suo spirito decisamente repugna. E anche se la Storia (con la maiuscola) non li menziona, per lui “non sono da ignorare”. Non soltanto perché partecipano “alla sua costruzione” ma soprattutto perché costituiscono “quell’esperienza che si tramanda” che ne è la linfa vitale, in quanto portatrice di quei valori che possono essere guida alle generazioni future.
Mi pare che Raneri non avrebbe potuto adombrare con maggiore discrezione e pudore il significato della sua testimonianza: oso anche dire l’insegnamento del libro, pur sapendo che avrebbe accolto la parola col sorriso affettuosamente bonario, tra ironico e divertito, col quale era solito schermirsi dagli  apprezzamenti che alla sua ritrosa modestia apparivano troppo generosi, eccedenti la misura dei “fatti minuti”. Il tutto si può tradurre in un invito – implicito, addirittura preterì menzionate, perché il suo discorso muove dallo stesso livello in cui sta l’interlocutore e non da quello più rilevato della cattedra o del podio o del pulpito – un invito, dico, al rispetto totale della verità.
C’è nel libro, nel capitoletto dedicato a Quasimodo, una pagina illuminante a tal proposito. È la pagina d’apertura che ricorda l’incontro con il vecchio amico degli anni incantati, fresco laureato del Nobel, nell’occasione del suo ritorno a Messina. La riporto correggendo (in tondo) un lapsus di cui l’autore si è accorto quando non gli era più possibile rimediare.
A distanza di oltre quarant’anni, quando nel giugno 1958 Quasimodo, premio Nobel, venne a Messina per ricevere la cittadinanza onoraria, ci ritrovammo Eugenio Fiore, Salvatore Pugliatti, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Raneri e ricordammo gli amici assenti: Giorgio La Pira, Giovanni Morana. Mandanici, Giuseppe Galletta, Orazio De Gaetano, Rinaldo Denti.
Quasimodo ritornava alla sua terra prigioniero dell’alto riconoscimento che
aveva coronato la sua fronte di moderni lauri. Egli era ormai entrato nella vita ufficiale sicché in quei giorni tra laurea, cittadinanza e lapide a Tindari, il poeta moderno fu vittima della moda antica.

Molti anni fa scorrendo un’antologia, ho trovato una sua poesia. Era come se avesse abbandonato quella gioiosa libertà di cui, ragazzi, andavamo fantasticando lungo la via Salandra tornando da scuola e lungo le viuzze della città di legno che nella memoria hanno un volto preciso. Egli ebbe la ventura di dar veste ai sogni sommersi in fondo al cuore, ai sogni crocefissi dalla vita, e la designazione del Nobel gli scatenò attorno le inevitabili invidiuzze ed una canea dì amici nuovi, improvvisa e petulante. Seppi così che il poeta a quattro anni leggeva La Divina Commedia e domani diranno che cominciò a balbettare in versi. Tutto ciò mi dà fastidio perché nulla è più sciocco delle cose inutili. Perciò mi piacque salutare quel suo ritorno prendendolo per mano per rimestare le vecchie cose.
Quasimodo non mi portò rancore, ne fui certo, se il mio ricordo non aggiunse alcuna fogliuzza di alloro alla sua corona. Forse mi fu grato perché anche solo per un istante lo costrinsi a tornare all’epoca bella in cui eravamo ragazzi
.

È una pagina “anomala” in quanto per una volta Raneri rinunzia ai consueti modi espressivi morbidi e distaccati, alle predilette “figure” dell’attenuazione: la litote, l’ironia, l’umorismo … Uno sfogo amaro nel suo fondo, quasi risentito, in cui affiora una punta di sarcasmo.

Ho approfittato troppo della sua ospitalità caro direttore, e vorrà scusarmene. Mi conceda tuttavia il breve spazio di un accenno, che ritengo doveroso, al debito di riconoscenza che ho contratto con l’amico scomparso. Dirò soltanto che senza la sua generosa ed intelligente collaborazione non mi sarebbe stato agevole, e forse nemmeno possibile, orientarmi nelle ricerche che ho condotto su personaggi e situazioni della cultura messinese del dopo-terremoto.
Un solo merito rivendico: quello di averlo incoraggiato e convinto a riunire in volume, a tutti accessibili, gli scritti e i documenti che vi si riferiscono.
Mi creda suo obbl.mo

Giuseppe Miligi

“Parentesi” anno IV n. 20 settembre-ottobre- novembre – dicembre 1992

 

 

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