Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

“Parentesi” I nostri servizi speciali – Eruzione dell’ Etna – Spettacolo – Paura – Tanta emozione

TRA PAURA ED EMOZIONI UN’IMMAGINE DI SCONVOLGENTE STUPORE
ETNA: IL GIGANTE DALLA LINGUA DI FUOCO

di Filippo Briguglio

Dallo spettacolo suggestivo delle colate all’aspetto storico e scientifico dell’attività eruttiva, e agli interventi, anche attraverso le autorevoli opinioni di “voci non sentite”: Renato Cristofolini, docente di Vulcanologia dell’Università di Catania e Letterio Villari, direttore dell’Istituto Internazionale di Vulcanologia di Catania

E’ difficile definire la sensazione straordinaria che si prova guardando la lava che scende dal monte lenta, maestosa, inesorabile.
Ma è innegabile dire che è uno spettacolo terribilmente bello.
Risalire il vulcano di giorno, spingendosi fin dove è possibile, arrampicandosi tra ciottoli e massi sopiti ma non spenti in una natura dove ben poco è rimasto vitale, dà l’impressione di immergersi in un paesaggio irreale e senza tempo.
La lava già raffreddata, più alta più bassa, multiforme e imprevedibile si staglia contro un cielo incolore offuscato dallo spandersi dei vapori che emanano dal vulcano e che creano un velo impalpabile.
Si coglie il moto di una silente implacabile trasformazione del terreno: da una specie di buca simile ad un pozzo si intravede la lava che scorre sul fondo, fiori solitari disseminati qua e là, indifesi paladini, vengono sepolti dai massi che impietosamente rotolano, più in basso case coloniche, abbandonate, aspettano rassegnate il compiersi del loro destino affidato ormai soltanto al vulcano.
Ma di notte lo spettacolo è ancora più suggestivo, e terrificante.
L’atmosfera scaldata dalle alte temperature delle lave disegna nell’aria giochi di luci e di riflessi inventati e mossi da una oscura mano.
Viste dall’alto, quelle striscie di fuoco scorrono verso il fondo valle come fiumi incandescenti.
A due passi da un fronte lavico si rimane senza fiato. Il silenzio della notte è rotto soltanto dal crepitio di un masso che si accende dall’interno e pian piano si trasforma in una sottile lingua che corrode, consuma, brucia una terra già arsa. Il masso rotola su un altro masso, che si accende, e così all’infinito. Qualche albero ancora superstite leva i suoi rami disperati verso il cielo, prende fuoco, si accartoccia e scompare.
Il Mongibello, così è anche soprannominato l’Etna per retaggio del suo nome arabo Djebel Nar o Hunthamet (montagna di fuoco), è l’unico imprevedibile artefice delle sorti della vita che pulsa lungo i suoi fianchi, ineluttabilmente legata allo scorrere del magma.
Che, ironia della sorte, raccolto ancora incandescente e forgiato può diventare, ad esempio sotto forma di portacenere da vendere come souvenir, l’unico risvolto positivo della medaglia.

Non è facile descrivere i pensieri: sbigottiti e impotenti siamo muti spettatori della forza del corso di una natura che l’uomo può, forse, cercare di contrastare, ma non piegare o sconfiggere. “Qualsiasi tipo di intervento – sostiene il Prof. Renato Cristofolini, docente di vulcanologia all’università di Catania – è sempre in qualche modo un intervento tampone”.
“E’ una lotta contro il tempo, una sperimentazione verso la mitigazione degli effetti”- è l’opinione del Prof. Letterio Villari, direttore dell’Istituto Internazionale di Vulcanologia che ha sede a Catania.
E l’Etna “isolato come una mole immensa, una piramide maestosa innalzata in migliaia di secoli da milioni di generazioni umane – scriveva alla fina dell’800 lo storico Gustavo Chiesi – che si specchia nel mare Jonio e nell’Africano… che alle falde ha i giardini più fioriti d’Europa…che presso le vette ha il deserto carbonizzato prima, ed il ghiacciaio eterno poscia, e che dalla vetta vomita fumo e fuoco e lave ignescenti a torrenti irresistibilmente devastatori, scendenti talvolta fino al mare”, primo vulcano d’Europa per dimensioni e continuità di attività, con i suoi 40 Km circa di diametro, allungato più verso nord/sud che non verso est/ovest, con la sua vetta oltre i 3000 m. e la sua millenaria storia di eruzioni e distruzioni, da qualche mese è salito alla ribalta della cronaca con il suo milione di metri cubi al giorno di lava eruttata.
Già nel passato il vulcano faceva parlare di sé. Lazzaro Spallanzani così cominciava la sua relazione dell’ascensione e degli studi fatti sull’Etna durante il suo viaggio in Sicilia nel settembre 1788. “Quantunque il Vesuvio per sé stesso considerato, debba dirsi un insigne vulcano, e in ogni tempo per le calamità e rovine apportate, stato sia il più grande oggetto di costernazione e spavento ai circostanti paesi, pur nondimeno, ove vogliasi all’Etna paragonare perde assaissimo di sua fama e si rimpicciolisce per guisa che oserei quasi nomarlo un vulcano da gabinetto… Il monte Etna all’incontro, presso alle radici volge attorno centottanta miglia, e la sua elevatezza dal mare oltrepassa d’assai le due miglia. Sui fianchi dell’Etna levansi altri monti minori quali suoi figli… Le lave s’inoltrano al quindicesimo, al ventesimo miglio e taluna sino al trentesimo…”
Su questa sua ultima “performance”, tuttora in corso si è già detto molto e di tutto.
Nelle fasi più salienti, soprattutto degli interventi per “fermare il vulcano”, le manifestazioni eruttive sono state studiate, approfondite, indagate, radiografate attraverso fiumi di parole. Termini come bocche effimere, tracimazione, argini e così via sono rimbalzati sulla bocca di tutti come se il parlarne fosse implicita solidarietà con quella gente che, mentre tutti parlano, sta lì a vedere inghiottire le terre, coltivate o incolte, dei padri e dei padri dei loro padri. Tra la rassegnazione derivante dalla consapevolezza che, vivendo sotto il vulcano, il pericolo è sempre in agguato ed il fastidio per taluni, mitigato dal protagonismo d’altri, di dover vivere un destino avverso nel clamore di tutti quelli che, cronisti fotoreporter televisioni, hanno invaso la loro vita.
E così come in ogni evento che si rispetti c’è chi ha parlato molto, ma sempre gli stessi, chi pur seguendo l’attività intorno al vulcano non è stato mai direttamente interpellato, e chi, pur avendo tutte le carte in regola per esprimersi, è stato assolutamente emarginato.
Crea sorpresa constatare che la gestione dell’”affaire Etna” è stata affidata solo ad esterni, cioè a quello stesso CNR chiamato con la sua “intellighentia” della casa madre di Pisa a fare parte di quel comitato tecnico-scientifico che opera a fianco della Protezione Civile.
Eppure proprio Catania è stata prescelta come sede dell’Istituto Internazionale di Vulcanologia, peraltro creatura dello stesso CNR, ospitato nel bellissimo antico palazzo che fu del duca di Misterbianco, dotato di sofisticate strumentazioni che studiano capillarmente attimo per attimo l’attività del vulcano e sono in grado di prevederne le manifestazioni e la portata di esse (tranne che la loro durata), diretto quasi senza soluzione di continuità da anni dal Prof. Letterio Villari. Altrettanto sorprendente è venire a sapere che, nel quadro nazionale di organizzazione della ricerca la legge 64 ha devoluto al CNR tutto ciò che attiene alla ricerca privilegiandolo rispetto alle Università.
In questo quadro è fatto assai deludente aver dovuto prendere atto che la stessa Università di Catania, che pure vanta un Istituto di Scienze della Terra con una cattedra di vulcanologia da trentanni affidata al Prof. Renato Cristofolini, che si occupa di ricerca di alcuni aspetti in particolare dell’attività dell’Etna sia come ricerca di base che, anche se in maniera più diluita, di problemi relativi alla pericolosità di tali attività, sia stata in questa circostanza completamente emarginata.

Al di là dei giochi politici e di potere, nel cui merito non vogliamo entrare, in questa Italia dei miracoli può accadere di tutto.
Finanche che la gente di Zafferana Etnea, divisa su chi in caso di deviazione forzata debba sacrificare la propria terra ed in scettici e convinti sulla positività degli interventi umani sin qui posti in atto con clamore da assetto di guerra, abbia, comunque, persino rispolverato l’antica devozione per “fermare il vulcano” portando in processione quello stesso simulacro della Madonna che la tradizione vuole abbia salvato il paese dalla lava circa 200 anni fa.
Così come era già accaduto quando nel 1886 la popolazione di Nicolosi, minacciata da un torrente di lava che avanzava implacabile, “alternò tridui e preghiere svolti nelle chiese alle processioni per le vie del paese, e invano in quelle processioni – scrive Gustavo Chiesi – si portavano in giro i Santarelli, protettori del paese: Sant’Antonio da Padova e Sant’Antonino; e si tennero esposti con la faccia rivolta al monte in eruzione…”oppure come quando, durante la terribile eruzione del 1669 che arrivò a Catania, la lava fu dirottata verso il mare dal velo di Sant’Agata, protettrice della città, che più volte il vescovo avrebbe spiegato davanti alle lave minacciose.

Ma qual è la storia di questo vulcano, considerato un “gigante buono” perché vomita lunghe e lente colate di lava, ma non sembra predisposto ad attività esplosiva (l’ultima si fa risalire a 5.000 anni fa e secondo indicazioni molto vaghe sembra aver influenzato la migrazione di quelle popolazioni che dai tempi di Diodoro Siculo si spostarono verso la Sicilia Occidentale), la cui nomenclatura è fatta di antichi pittoreschi nomi che non fanno paura come Valle del Bove, Salto della Giumenta (che rievocano l’esistenza di un’attività agricolo-pastorale anche a quote relativamente alte), Piano dell’Acqua (legato all’esistenza di una sorgente), Val Calanna, Torre del Filosofo? Per quello che se ne sa l’Etna ha cominciato la sua attività circa mezzo milione di anni fa in un ambiente completamente diverso da quello di oggi, probabilmente ai bordi di un golfo molto più profondo che costituiva la piana di Catania. Una parte dell’attività del vulcano è iniziata in ambiente subacqueo mentre un’altra parte in ambiente emerso ha avuto tutta una serie di evoluzioni con la costruzione di diversi edifici più o meno sparsi alcuni dei quali erano ubicati nella zona della Valle del Bove a partire da circa 10.000 anni fa, epoca in cui l’attività si è concentrata tra questa zona e le bocche centrali attuali. Un momento importante nella vita del vulcano risale a 5.000 anni fa perché vi sono indicazioni (depositi di materiale tufaceo) che in un intervallo di tempo compreso tra i 30.000/20.000 e i 5.000 anni fa il vulcano abbia avuto un comportamento molto vivace anche se con eruzioni, talune esplosive, intervallate nel tempo e con periodi di stasi più o meno lunghi.
Per la storia contiamo cronologicamente almeno un centinaio di eruzioni in tempi storici.
La prima, storicamente datata, è quella del 476 a.C. descritta da Pindaro. Cui seguirono attività più o meno gravi delle quali ricordiamo quelle del 396, 126, 122, 121 a.C.
In questo millennio la prima più importante eruzione risale al 1169, seguita da quella molto grave del 1329 che distrusse tutte le campagne sulla sua strada scorrendo verso Catania alla quale non arrecò nessun danno, si dice, per la protezione di Sant’Agata.
Nel 1537 una nuova eruzione fu preceduta da terremoti avvertiti in tutta la Sicilia orientale e le ceneri delle lave si spinsero sino a Messina.
Seguirono piccole eruzioni nel 1607, 1610, 1614, 1624, 1646.
La più memorabile delle eruzioni etnee, che non ha eguali nella storia geologica moderna e dei cui ricordi Catania è ancora piena, è quella del 1669 durante la quale 27.000 persone rimasero senza tetto e infinito fu il numero dei morti e dei feriti; in questa circostanza presso Nicolosi si formarono i Monti Rossi (che sono il cratere spento di quella eruzione) e l’immenso campo di lava che da Nicolosi si spinge verso il mare.
Dopo questa catastrofica eruzione l’Etna si assopì.
Sino al 1756 anno in cui diede segnale di ripresa, proseguendo nel 1767 e 1792.
Nel 1812 un’eruzione, pur se non violenta, durò sei mesi. Mentre nel 1819 si ebbe un’attività breve, due mesi, ma potentissima.
Nel 1843 la lava si riversò nei pressi di Bronte, nel 1852 interessò i dintorni di Zafferana Etnea.
Ma le eruzioni più violente della fine dell’800 furono quella del 1879 e quella del 1886 che interessò soprattutto Nicolosi che, su ordine dell’autorità prefettizia, fu evacuata, ma “la lava si arrestò a 330 metri dalle prime case di Nicolosi”, in prossimità di quegli Altarelli dove erano stati allocati, con fede e speranza, i Santi protettori unico baluardo opposto dal paese contro la lava.
Per qualche altro decennio l’Etna si riassopì.
Nel 1928 l’apertura di nuove bocche intorno al migliaio di metri provocò un’eruzione talmente violenta da distruggere Mascali; nel 1979 danni vennero arrecati a Milio e Fornazza; nel 1981 bocche alimentarono una colata che giunse sino al fondo valle dell’Alcantara e sbagliò di poco Randazzo.

Sull’attuale eruzione si sta facendo, come dicevamo, un gran parlare. Ma qual è il tipo di attività eruttiva più pericolosa dal punto di vista degli insediamenti umani?
“All’interno dell’attività eruttiva – dice il Prof. Cristofolini – si distinguono due tipologie: un tipo di colate con svolgimento molto rapido che durano pochi giorni e hanno un tasso di emissione, cioè una quantità di lava emessa nell’unità di tempo, molto elevato e quindi una velocità di avanzamento estremamente forte. Sono di ampiezza molto bassa, qualche centinaio di metri al massimo, e molto allungate. E sono sicuramente le più pericolose perché nell’arco di poche ore, massimo pochi giorni, raggiungono la massima estensione.
Di contro vi sono eruzioni di durata molto più lunga ma con un tasso di emissione relativamente modesto che condizione una velocità di avanzamento molto più bassa con un estensione laterale delle colate molto maggiore. Queste danno un maggiore respiro e sono quelle che in qualche modo consentono eventualmente di pensare un qualche tipo di intervento”.
E molto si è detto sugli interventi pensati e attuati per “fermare il vulcano” tra un misto di scetticismo di fiducia di incredulità e di speranze. Ma cosa si tenta in realtà pensando di “intervenire” su un vulcano?
“La sperimentazione nel piano di interventi – spiega il Prof. Villari –va intesa nel senso della mitigazione degli effetti di una colata lavica. E’ pertanto una lotta contro il tempo, non contro il vulcano.
In tal senso si sono configurati in questi mesi tipi di interventi diversi, tenuto conto di una morfologia dei luoghi in continuo mutamento. Ai primi di gennaio vi erano condizioni morfologiche favorevoli per pensare al contenimento, sino al riempimento, di quel grosso serbatoio che il bacino naturale della Val Calanna è stato. Si è cercato di contenere il flusso lavico nelle porzioni più prossime alle bocche di efflusso erigendo delle barriere che costringessero le lave ad accumularsi aumentando in spessore e non in estensione. Fatto questo ed esauritasi la fase del contenimento, dopo il riempimento del bacino naturale si è passati per processo logico ad un tipo di intervento più difficoltoso, la tracimazione.
Per una sostanziale modifica delle condizioni morfologiche si è osservata una riduzione della portata che ha provocato lo scorrimento della lava in condotti sotterranei all’interno del campo lavico anziché in superficie. Tale scorrimento in tunnel sotterranei mantiene fluidità alla lava così che quando essa viene a giorno, attraverso le cosidette bocche effimere, ha le stesse temibili caratteristiche di fluidità e di temperatura delle bocche eruttive, cioè di quelle bocche attraverso cui il magma fuoriesce e si riversa, che assicurano pericolosamente l’alimentazione costante di lingue che, così, spostano il significato delle bocche eruttive verso il fondo valle.
Ecco perché si è pensato di intervenire presso le vere bocche, quelle eruttive, dove la lava ha già creato un suo campo lavico, per far sì che essa esca dal canale principale e ripeta lo stesso percorso, individuando nella specie di gola che segna il passaggio dalla Val Calanna alla Valle del Bove l’unico posto utile per l’intervento, considerato il restringimento del fronte lavico”.
Aspre sono state, come sempre quando qualcosa non va, le polemiche scoppiate: da quelle dei vulcanologi sulla metodologia degli interventi alle accuse lanciate alle autorità competenti di immobilismo, di mancanza di idonei piani di intervento programmati e non affidati all’emergenza del momento, di carenza di criteri di urbanizzazione conformi ai rischi delle zone esposte.
“Le comunità scientifiche segnalano – dice il Prof. Villari – la pericolosità di aree di abitabilità in prossimità del vulcano. Ma non c’è stata adeguata attenzione verso il problema per una sorta di dicotomia di fatto tra strumenti urbanistici e temi che devono attuarsi in funzione del vulcano”.
Nel senso di una gestione pianificata delle iniziative in modo razionale si esprime il Prof. Cristofolini e sul piano degli interventi e sul piano delle urbanizzazioni. “La dinamica dei fenomeni eruttivi sia per la morfologia dei luoghi sia per tutta una serie di varianti che è difficile prevedere non consente di considerare sempre utile e possibile l’intervento tampone sul corso della lava, anche per i risvolti di carattere socio-economico e legale che interventi sul decorso della lava, non accuratamente programmati, possono causare.
Piuttosto sarebbe utile che finalmente si operasse nel senso della prevenzione impedendo l’espansione, cosa che invece è avvenuta, di insediamenti urbanistici immediatamente lungo le probabili direttrici della lava”.

Intanto, incurante del rumore intorno a sé, il vulcano continua a vomitare lava dalle sue viscere attraverso nuove temibili bocche che si vanno aprendo anche a bassa quota alimentando così, pericolosamente, una colata che, viceversa, perderebbe la forza della sua portata proprio per un fenomeno intrinseco di esaurimento ad una certa distanza dalle bocche eruttive.
E mentre la gente continua a sperare che “ la mano dell’uomo” oppure il “ velo di Sant’Agata” fermino queste lave infuocate che proseguono imperterrite nel loro cammino, esse, pur non costituendo (almeno per il momento) un immediato pericolo per il centro di Zafferana Etnea, incombono già sulle sue contrade periferiche.
Masso dopo masso, centimetro dopo centimetro la terra continua a morire e a trasformarsi dietro una ipnotizzante fantasia di morte e suggestione.
E non potrebbe essere che dopo tanti mesi altalenanti tra aspettative e sconforto, accada che sia proprio l’Etna a dimostrarsi il “gigante davvero buono?”.

Filippo Briguglio

“Parentesi”3) Anno IV n. 18 Maggio- Giugno 1992

Potrebbero interessarti anche:

Scrivi il tuo commento

error: Content is protected !!