Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

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La casa Mondio di Contesse

 

Un luogo di rimembranze storiche, destinato a scomparire sotto Il diluvio del cemento armato.

di Fortunato Pergolizzi

Anche Bixio Gerolamo, detto Nino, ebbe modo di scroccare venti giorni di villeggiatura per ritemprarsi dalle fatiche guerresche
che lo avevano portato, dopo l’occupazione di Messina avvenuta il 27 luglio del 1860, ospite della famiglia Mondio, nella casa di campagna in mezzo ai giardini odorosi di Contesse, villaggio che sorgeva lungo la strada del Dromo grande, a sud della città.

Cosicché al pari di Garibaldi, generale Giuseppe, il cui sonno trovava ricetto in case e palazzi delle contrade siciliane e ricordato con acconci epitaffi, don Nino, fucilatore di poveri disgraziati (metteva al muro, davanti al plotone d’esecuzione, alcuni giovani garibaldini rei di aver ricavato stoppini per i fucili dalle frange dei tappeti della duchessa de Spucches, in Villagonia) ebbe la sua lapide, nella androne della dimora di Contesse, con la quale si tramandava ai posteri che “… Qui la brigata dei garibaldini condotta da Nino Bxio sostò dalla marcia e riposò alcuni (venti giorni dell’anno della libertà 19860)-

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Il condottiero cioè posava le stanche membra sotto lo stesso tetto che aveva accolto nel 1835, nientemeno che il sovrano delle due Sicilie, Carlo III di Borbone, ricevuto con adeguata pompa da don Paolo Mondio dei nobili Marchione e Navarra, avvenimento, al pari del primo e citato, ricordato da un marmo nobilitato dalla scrittura latina, e costituisce tale incisione uno dei pochi segni che documentano oggi, al pari di altri particolari architettonici in una struttura ormai fatiscente, l’importanza storica dell’antica abitazione che la tradizione vuole che sia sorta nell’età rinascimentale, nel ‘500, sulle rovine di una torre medievale, appartenuta a una delle tre contesse che diedero il nome alla contrada. Erano le matrone, Violante Palizzi, Eleonora di Procida e Beatrice di Belfiore, pervase di mistico desiderio di dimenticare le vedovanze per votarsi alle pratiche ascetiche, e unite dall’univoco sentimento, si trasferirono nelle campagne ubertose presso la foce della fiumara di San Filippo nel cui territorio sorgeva la chiesa della Calispera, un tempio che custodiva una immagine carismatica della Madonna, lasciata in quel sito da alcuni marinai greci.
Il Samperi narrava l’evento con accenti miracolistici, poiché, come manifestarsi della volontà della Madre di Dio di fermarsi m quei luoghi, la nave, che trasportava la sacra effige, malgrado il vento favorevole, rimaneva ferma in mezzo alle agitate acque dello Stretto.


All’ equipaggio disperato venne l’ispirazione di fare voto alla Madonna, intuendone il desiderio, di trasferirne l’immagine a terra, cosa che fecero, allogandola in una chiesetta che sorgeva nei pressi della spiaggia, e ai naturali del luogo che, meravigliati, chiedevano ai marinai greci il motivo di quel gesto, rispondevano, poche non capivano l’idioma, “Calispera, Calispera” cioè Buona sera, Buona sera”, come dire un discorso tra sordi, allora Calispera fu detta l’icona e anche la chiesa, e con il nuovo ordinamento amministrativo, il nome è stato assunto dal IV quartiere, una vasta area nel contesto urbano di Messina, che ha inglobato villaggi e casali con l’avvenuta espansione edilizia, al punto da cancellarne l’identità territoriale. La casa dei Mondio, oggi di proprietà della famiglia Giordano, tra le poche abitazioni che in Contesse conserva ancora una certa identità, subiva un ampliamento nel lontano 1726, per volere di don Giuseppe e, nell’opera migliorativa, proseguiva don Pietro nel 1800, per ripararne probabilmente i danni subiti dal terremoto del 1783, lasciando segni di carattere neoclassico che si riscontrano nello stipite voltato dell’ingresso principale, come nella scalinata che porta al piano nobile, anche se realizzata all’insegna del risparmio, poiché la balaustra è composta di manufatti in gesso e il passamano in legno dipinto a mò di marmo, come la zoccolatura Ad ingentilire il vano della stessa scalinata, sulla parete, campeggia un coloratissimo stemma gentilizio di forma detta “inglese” col partito decorato per metà, con un cipresso e un leone rampante e nell’altra, con due cani; il tutto sovrastato da svolazzanti cespi vegetali con al centro un elmo di “gentiluomo di tre razze”.
Ma il nome Mondio che sottolinea lo stemma di ceramica, e lo stesso
emblema, non risultano tra le righe del “Teatro Genealogico delle famiglie siciliane” di Federico Mugnos, una sorta di Bibbia nel genere, e tantomeno il blasone è citato nella “Raccolta Araldica” dell’autorevole V. Palizzolo Gravina, barone di Ramione, cosicché lo stemma in questione non trova fondamento storico-araldico, quindi si tratta di una pretenziosa, probabile invenzione.

Altri manufatti di vil gesso, sono i grandi medaglioni ovali che campeggiano sulle pareti dell’androne della casa, che ci tramandano le effigi di don Paolo e della moglie, Teresa Cardia, dall’aspetto procace
questa, il cui modellato rivela il tipico gusto di quegli anni, quando in
Messina operava lo scultore Buceti, ma il segno, l’impronta del plasmare dei due personaggi, rivela una mano artigianale, dall’incerto inciso nella figura di don Paolo, irrigidito come un fantoccio nel gesto
delle braccia che si incrociano con  sussiego sulla palandrana e con il volto, mimicamente stentato, serrato nello striminzito parrucchino.  Altro ambiente che mostra l’impronta del passato è la tipica alcova ricavata in un cubicolo attivo alla stanza nuziale che per altro risulta l’unico ambiente originale nel contesto del primo piano ricostruito, dopo il terremoto del 1908, con materiali di mediocre fattura come le Quadrelle di cemento decorate con motivi geometrici e sulla facciata mostrano la banalità della forma, i balconcini in cemento armato, che ne fanno della casa, una comune abitazione dell’agro, perdeva cioè l’abitazione, ogni traccia di dignità architettonica, che sulla facciata che guarda la campagna, invece si conserva nell’arco policentrico con la ghiera cinta da una cornice modanata che si imposta su peducci dal fogliame tardo gotico. Complessivamente l’aulica dimora mostra un diffuso sfasciume prossimo a un totale collasso anche se ancora sopravvive, in un corpo avanzato della casa, la chiesetta padronale i cui rifacimenti hanno risparmiato una finestrella ogivale e sul fronte, l’ingresso neoclassicamente trabeato che sottolinea il contrasto con lo squallore dell’interno delle pareti istoriate da macchie di muffa e di umido che incorniciano le lapidi funerarie dedicate al cavaliere Paolo Mondio del 1887 e a don Giuseppe, deceduto nel 1909, e di donna Ninfa che è passata a miglior vita nel 1932.  

Il sacello più antico mostra un modesto sarcofago di segno neoclassico, un particolare che eleva il tono dimesso dell’ambiente, ma suscitano, casa e chiesetta, sentimenti di struggente malinconia per una plaga che ha perso ogni originaria connotazione, ed aleggiano ora, echi di “…cantilene d’uomini e cigolio di traini/ con le lanterne che oscillano sparute/ed hanno appena il chiaro di una lucciola…”( Salvatore Quasimodo) sopraffatti oggi, da rombi e miasmi e dal cemento, che tutto ha seppellito, il passato e anche il presente.

Parentesi anno IV n. 18, maggio/giugno 1992

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