Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
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Avvenimenti

ADOLFO BERDAR, NATURALISTA DELLO STRETTO DI MESSINA

UN’ANIMA CHE CERCA E SI CERCA

di Nino Pafumi

(Adolfo Berdar nello studio di casa)(mandibola di Archi)

Messina non è nuova a personaggi che venuti da lontano ritrovano qui la terra che cercavano e che li farà rivivere in un sortilegio che modella la loro anima e la identifica come “messinese” Siciliani si nasce, è stato detto, ma per i vari Houbraken, Durand. Costantino Lascaris, Tomeucci, e tanti e tanti altri, messinesi si diventa. In questa schiera,last not least, ultimo ma non per importanza, Adolfo Berdar. È il più noto naturalista dello Stretto. Ce lo ha regalato lo sciovinismo slavo nei giorni bui del secondo dopo guerra togliendogli lavoro e terra natia. Sono più di un centinaio le pubblicazioni scientifiche che portano il suo nome e gli strati della Paleontologia della nostra terra avrebbero un’altra “facies”, certamente più povera, senza la sua ricerca continua e incisiva. La Biologia marina dello Stretto lo trova, in alcuni settori, maestro indiscusso e indiscutibile come recita l’epigrafe che Francesco Costa ha posto al suo bel libro “Atlante dei Pesci dei Mari italiani”, Milano, Mursia,1991:”Al naturalista Adolfo Berdar mio maestro”. La rivista inglese “Nature” ha trattato la sua scoperta di una mandibola neandertaliana ad Archi (RC).

Uomo di frontiera a contatto con diverse etnie (e nato a Fiume nel 1919) ha saputo mantenere e difendere la propria identità accettando la perdita della terra natia e del lavoro. Trapiantatosi a Messina con la famiglia, la sua passione di naturalista di razza gli ha permesso di trovare momenti magici nella ricerca sul campo. In questa è stato instancabile, coraggioso e competente come pochi. Senza strutture che lo sostenessero la sua ricerca e stata, infatti, un’avventura a proprio rischio. Si deve essere accanto agli scavatori per individuare e liberare reperti inglobati nella sabbia, cosa che può costituire un esercizio di pazienza quando si lavora per spianare una cima di collina (come avvenne ad Archi), ma può costituire un rischio quando ci si deve addentrare nelle cave in cui la sabbia sovrastante da un momento all’altro può franare com’è successo negli sbancamenti della Nuova Panoramica. Di questo acquario straordinario che e lo Stretto Berdar ha studiato correnti, dinamismo, ambiente, flora e fauna.

Con un giovane studioso, Franz Riccobono. archeologo e storico infaticabile e irregolare quanto Berdar, ci dà un’opera inestimabile: Le Meraviglie dello Stretto di Messina”, titolo che non è barocco considerato l’argomento.

Ma, abbiamo visto, la sua ricerca si estende alle sponde e alle terre circostanti. Ad Archi, sulla sponda calabrese, scopre un deposito originario con resti di elefanti giganti, rinoceronti, ippopotami, megaceri, cervi, Alca impenne, testuggini d’acqua dolce, malacofauna, legni silicizzati e una mandibola infantile neandertaliana (di crea 80 mila anni fa) che costituisce a tutt’oggi la più grande scoperta paleontologica di questa area geografica. Sulla riva opposta, lungo la Nuova Panoramica dello Stretto, tra Poggio Paradiso e la Fiumara di Curcuraci, trova resti di elefanti, ippopotami e cervi pigmei databili a 500 mila anni fa. Nel greto del Torrente Trapani isolerà un molare di Elefante nano ed una zanna nella Valle degli Angeli (zona Sud della città).
Ha studiato, con risultati determinanti, il fenomeno dello spiaggiamento di fauna abissale nello Stretto, la commestibilità di alcune specie abissali (batifile) e le caratteristi che merceologiche di un’alga marina, gli epifiti delle gigantesche alghe Laminarie, gli otoliti di varie specie ittiche, la gasoftalmia in specie ittiche in cattività e tanti altri fenomeni che non elenco per non rendere ancora più impervia la pagina. Ha collaborato con vari Istituti scientifici dell’Università e con diversi studiosi anche di altre aree italiane.
Oltre al libro sullo Stretto per il grande pubblico meritano un segno: “La Real Cittadella di Messina (in collaborazione con Riccobono e La Fauci) e “Mattanza” (Le tonnare messinesi scomparse) in collaborazione con Li Greci e Riccobono (Messina, Magno, 1991).

Adolfo Berdar ad oltre settant’anni rimane un irregolare come il primo giorno della sua ricerca. Il suo accostarsi al relitto preistorico o all’animale che vive è un rito confortato e sostenuto dalla pietas. La condizione umana, mi disse una volta, citando Poincaré, è chiusa tra il buio dei tempi anteriori alla nostra vita e il buio sempre più vicino
della morte. In questa luce e di questa luce Berdar è testimone e interprete tra i più alti e più liberi. Pauper et humiliscome uomo, divescome anima che cerca e si cerca.

Nino Pafumi

“Parentesi”, anno IV n.17 marzo 1992

 

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