Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

opinioni sulla scuola e le prospettive occupazionale per i giovani

IL MITO DELLA SCUOLA DI STATO

di Salvino Greco

La possibilità di trovare un impiego dopo la conclusione degli studi superiori costituisce ancora oggi, per i giovani diplomati, problema molto serio. La così detta area di parcheggio, la snervante attesa, cioè, del posto di lavoro malgrado gli interventi governativi e lo sforzo (anche se disorganico e disarticolato) degli Enti locali è divenuta ormai una sosta senza termine, una sorta di grande imbuto in cui è facile scivolare, ma dal quale è arduo uscire. Nemmeno la raccomandazione politica appare più capace di sbloccare l’accesso al lavoro, e questo non solo per il grande proliferare della selva clientelare ma anche per l’effettiva mancanza, di capacità occupazionali offerte dall’imprenditoria pubblica e privata. Anche se tutto il settore produttivo nazionale attraversa un momento difficile, in conseguenza della crisi che ha investito quasi tutti i paesi sviluppati, ma soprattutto a causa della concorrenza sempre più pressante della manodopera specializza europea e generica degli extra comunitari,  i giovani studenti che per la prima volta si affacciano al mondo del lavoro non si rassegnano certo alla speranza di un incerto domani e il malumore popolare scarica tutte le colpe sulla classe imprenditoriale italiana incapace di trovare nuove fonti competitive di approvvigionamento e nuovi mercati di vendita. L’evoluzione democratica dei paesi dell’Est europeo, lungi dall’esser prodromi di nuovi mercati espansionistici, rischia di divenire solo una fonte di manodopera  abusiva, generica e non qualificata, una morale e sociale che frena lo sviluppo tecnologico e culturale e apre problematiche e Conflitti sociali di enorme e imprevedibile portata. D’altra parte solo una ripresa produttiva industriale su larga scala e una accresciuta competitività commerciale dell’impresa possono assicurare il superamento delle attuali difficoltà e creare nuovi posti organici di lavoro e rinnovati stimoli all’attivismo dell’indotto. Sono imprescindibili condizioni della ripresa industriale e commerciale, però, non solo le risorse economiche e imprenditoriali, ma anche la qualificazione seria e specializzata del personale di lavoro e l’impegno personale e di gruppo dei lavoratori nell’ambito aziendale.
E qui torniamo alla serietà della preparazione scolastica. Gli esperti per i prossimi anni prevedono una parziale ripresa industriale, con conseguente formazione di posti di lavoro per lo più a base professionale. Ma la maggior parte dei diplomati delle scuole italiane continua ad uscire ancora dagli Istituti liceali e magistrali e solo in misura minore dalle Scuole tecniche e professionali che meglio si adattano, almeno in teoria, alla preparazione di una classe di lavoro più specializzata. Se poi a tutto ciò si aggiunge anche la nota carenza delle strutture scolastiche, seri dubbi possono legittimamente formularsi circa la serietà della preparazione culturale e la competenza imprenditoriale dei nuovi diplomati. Oggi, quasi tutte le industrie, procedono, all’atto delle assunzioni di giovani diplomati, a supplementari corsi di qualificazione professionali condotti sui nuovi orientamenti della scienza e della tecnica. Questa è la prova più eloquente dell’incapacità della scuola di Stato a preparare seriamente i giovani al lavoro Studenti coscienziosi, consapevoli di questi limiti organo della scuola, tentano di supplire alla carenza didattica gettandosi a capofitto nello studio delle varie discipline scolastiche. Il risultato migliora, ma non di molto. Non è certo buttandosi a capofitto nella ortodossia della didattica d Stato che si raggiunge una adeguata preparazione per affrontare il sempre più specializzato e differenziato mondo del lavoro. Da qui nasce allora, spesso, l’insuccesso, la sfiducia; perché scuola e lavoro sono un binomio inscindibile la prima costituisce il seme che ha da nascere, il secondo il frutto che si ha da raccogliere. Se non si provvede in tempo, alla fine di ogni nuovo anno scolastico i giovani diplomati, promossi o meno con il massimo dei voti, si troveranno davanti alla solita terna di scelte: continuare gli studi, iscrivendosi ad una facoltà universitaria; mettersi alla ricerca di un posto di lavoro; rassegnarsi alla deludente condizione di disoccupato mantenuto dai propri genitori.

Purtroppo, è amaro constatarlo, ancora una volta sarà la lista dei disoccupati ad essere la più lunga: colpa certamente della mancanza di posti di lavoro, ma anche colpa, ammettiamolo, di una scuola che non sa preparare al lavoro, nel modo più razionale e idoneo, i giovani studenti.
Mi si dice: la società è carente e la scuola prende quello che la famiglia dà! Ma se può essere anche vero che il problema societario non si risolve solo tra i banchi di scuola e che questa non può certo sostituirsi all’ingiustizia di certe aberranti leggi di mercato, è anche vero che essa dovrebbe far di tutto per lavorare assieme ai genitori per risolvere i problemi dei giovani, piuttosto che rimandarli alla società del doposcuola. Periodicamente si dice: è giunto il momento d’impostare la scuola secondo criteri professionali, con programmi che guardino anche al mondo del lavoro e alle esigenze imprenditoriali. Fiato sprecato. Il giovane degli Istituti superiori continua a studiare antiquati programmi, è sospinto verso ideologie astratte e utopistiche, vive una realtà superata da decenni di progresso e di avanzamento culturale (anche letterario e non solo tecnologico), e mai è orientato a tener d’occhio i problemi del mondo del lavoro che pur dovrà conoscere ed affrontare tra pochi anni. La scuola di Stato dovrebbe essere tipicamente d’inserimento e non di alternativa. Oggi, invece, succede che il giovane studente, più che essere aiutato a conoscere i problemi reali che lo circondano, si senta assediato da un apparato scolastico che sembra operare in modo diverso del naturale e che di pratico e di utile offre veramente ben poco. È opinione comune che un ciclo di studi assomigli più ad un volo simulato, ma col torto di non essere verosimile né all’oggi né al domani. La desolazione del quadro scolastico non risparmia nemmeno gli insegnanti. Malgrado i loro encomiabili sforzi e la buona volontà, essi stessi spesso ne escono coinvolti e delusi. La società finisce per non capirli, qualche volta li accusa e attribuisce loro tutte le colpe della scuola. È indubbio, però, che la capacità d’insegnamento occupa un posto importante nella didattica scolastica. L’insegnante rende un servizio pubblico per il quale viene pagato, anche se in modo insoddisfacente. Ma l’esercizio della sua professione è anche una questione di lealtà. Lealtà e competenza sono infatti due requisiti peculiari che si richiedono ad un insegnante. Il suo status professionale affonda le radici nella società in cui vive, società che gli delega il compito di favorire negli studenti lo sviluppo dell’intelligenza e della fantasia, la preparazione culturale, e l’emergere di una coscienza sociale rivolta al bene e al sano comportamento. Per ottenere ciò è necessario che l’insegnante sia innanzitutto convinto del suo ruolo e che lo eserciti con competenza e lealtà. E poiché il suo è un
impegno formativo non solo rivolto ma anche condotto con i giovani, è necessario che egli stabilisca con gli studenti un travaso di esperienze, senza preconcetti e senza falsa autorità. L’insegnante deve interrogare, ma deve anche lasciarsi interrogare. Una scuola ottusa e un insegnante impaziente spesso sono più deleteri della stessa ignoranza. E ci si cominci a guardare attorno, perché la natura è anch’essa una maestra di vita, non secondaria, non superficiale. Ricordo un aneddoto che si raccontava qualche anno fa nell’ufficio di un capitano d’industria. Un padre, che con grandi sacrifici era riuscito a fare diplomare perito tecnico un proprio figlio, si recò da un grosso magnate dell’industria, suo buon amico d’infanzia e gli chiese di assumere il figlio m una delle sue fabbriche. “Volentieri! – gli rispose l’amico – Ho giusto un posto che fa al caso suo…” “Quanto? …” – domandò timidamente il padre. “Tre milioni al mese, va bene?” – gli rispose il magnate. E il padre: “Ma no! Mi sembrano troppi per un giovane che comincia a lavorare … Non vorrei che si viziasse!”. “Ho capito – rispose l’industriale – Allora, ho un posto al piano di sotto, da due milioni al mese … Va bene?”. Il padre scosse ancora la testa: “Ma sono ancora troppi! – protestò – Non avresti per mio figlio un posto più modesto? Che so, da ottocentomila, un milione massimo … Sai, vorrei che cominciasse dalla gavetta… “.

A questo punto l’imprenditore allargò le braccia: “Mi dispiace – rispose con aria mortificata – ma non so come fare. Di posti da ottocentomila al mese ne ho, si … Ma sono riservati ai laureati!”.

Salvino Greco

“Parentesi”  anno III n.16 1 novembre/ dicembre 1991

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