Associazione Culturale Parentesi


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Avvenimenti

“Parentesi” le nostre interviste – a colloquio con Diego Curtò, presidente del tribunale di Milano e scrittore

di Mario Calamia
SOTTO LA TOGA, SCRITTORE DELLA REALTÀ

 

Diego Curio, magistrato-scrittore o scrittore-magistrato? L’autore de “La pelle del giudice”, messinese, vive a Milano. Il suo valore letterario emerge dai suoi racconti. A tredici anni la prima novella, a sedici una tragedia in versi: Cleopatra. L’Intervista a Parentesi.

(nella foto di destra:Diego Curtò con Giorgio Zampa al Circolo della Stampa di Milano in occasione della presentazione del romanzo “La pelle del giudice”1990)

Oriana Fallaci, scrittrice prestata al giornalismo sostiene che “scrivere è il mestiere più faticoso, più doloroso, più tormentoso del mondo. E più è difficile, più è bello”. Essere scrittore, quindi, ha un senso. Doppio, quando si è impegnati su due fronti, in ciascuno dei quali si ritrova la propria vocazione. Diego Curtò, magistrato e scrittore, rappresenta l’uomo di legge e di lettere. Una personalità poliedrica, interessante, tutta a sé, intessuta nel fare, nel dover fare, nel saper fare.

Curtò più magistrato, o meglio presidente del Tribunale di Milano, o più. scrittore? Forse o senza forse è giusto affermare: magistrato e scrittore nello stesso tempo?


— “La contemporaneità dei ruoli – sostiene Curtò stesso – mi ha giovato come scrittore e come giudice perché da giudice mi sono avvalso delle intuizioni e delle capacità introspettive e di raccordo dello scrittore, mentre come scrittore ho recuperato i requisiti di investigazione della realtà, di verifica razionale, di giudizio e confronto che sono propri dell’attività giudiziaria”. Il professor Alessandro Galante Garrone, in una sua lettera inviata all’editore e pubblicata all’inizio del volume “La pelle del giudice”, un’opera letteraria, matura, ispessita dalla profonda umanità, dentro alla quale, il Curtò estrinseca le sue qualità di osservatore acuto e di scrittore fine e sottile, meritevole del moltiplicarsi dei successi, mostra la sua gratitudine per l’autore.
Caro Editore, – si legge nella missiva del 31 dicembre 1987 rivolgendosi a Vanni Scheiwiller di Milano – La pelle del giudice è un libro che mi scosse nel profondo, per la sua originalità, la sua forza, la sua tensione morale. Ricordo che. dopo averlo letto, pensai di scrivere all’autore per dirgli quanto gli fossi grato. La penna acuta di Giorgio Zampa, critico letterario, offre la rara opportunità di un approccio veloce e approfondito con Diego Curtò superando l’interrogativo: giudice-scrittore o scrittore-giudice? È il caso di ripetere con Ralph Wualdo Emerson, filosofo e poeta statunitense, “Ciò che tu sei rimbomba cosi forte, che mi impedisce di udire ciò che tu dici”.
La fecondità di Diego Curtò non si esaurisce. Ha scritto molto e continua a farlo con la passione di sempre. Cominciò a tredici anni con una novella pubblicata sulla Gazzetta di Messina. A sedici, una tragedia in versi: Cleopatra pubblicata dall’editore Gastaldi di Milano e poi, una produzione senza line. D’accordo con Pascal: Nulla di grande si compie senza una passione.

 

Presidente Curtò, giudice di mattina e scrittore di pomeriggio?

—”Contrariamente a quanto credevo scegliendo giurisprudenza, non ho dovuto sacrificare completamente gli studi umanistici e la letteratura. Il sacrificio parziale peraltro mi è stato compensato dalla notevole esperienza di vicende umane, di sentimenti, di conflitti anche interiori tra persone, che ho potuto acquisire facendo il giudice.

Molti miei racconti, infatti, hanno trovato spunto e ispirazione da casi trattati nella mia carriera. Per esempio: Il posto giusto. Lauretta, Donna del sud. per non parlare de La pelle del giudice”—.

 

I suoi romanzi raccontano la vita, i desideri e le aspirazioni dell’uomo comune e le discrasie con la realtà.
E vero?

 

— “Verissimo. I miei personaggi vogliono vivere a dispetto delle malattie, delle avversità, delle delusioni e vorrebbero che la vita fosse giusta per tutti così come la morte”—.
La filosofia di Diego Curtò è questa: La vita deve essere vissuta, sta a noi renderla degna.

La sua poetica? Le risorse della fantasia, l’esplorazione delle zone d’ombra dell’esistenza per una maggiore appropriazione della realtà da parte dei personaggi che s’inventano meraviglie e occasioni oltre l’apparenza, ai quali il suo autore trasferisce tutta la ricchezza della sua interiorità, la sua penna forbita, la profondità del suo pensiero, portando in superficie quanto di più recondito ci sia nell’animo umano.
Uno scrittore che raccoglie numerosi riconoscimenti, all’attenzione dalla critica più severa, in un esame superato.

Mario Calamia

Parentesi” anno III n.16 novembre dicembre 1991

 

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