Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
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Avvenimenti

“Parentesi “– le nostre interviste a colloquio con la poetessa Maria Luisa Spaziani

QUANDO LA POESIA DIVENTA MODO DI VITA

 

Maria Luisa Spaziarti, una delle più alte voci della poesia italiana, contemporanea, accetta con piacere di essere intervistata durante un suo volante soggiorno a Messina, dove da più di venticinque anni insegna Letteratura Francese presso la Facoltà di Magistero.

di Teresa Lazzaro

 

 

Che cos’ è per Lei la memoria storica?

— La memoria storica, in senso personale, in senso psicologico, è veramente più che la brace ardente, proprio il terreno di cultura di tutto, del presente, dell’avvenire, della fantasia, perché noi ci differenziamo dagli ammali proprio perché abbiamo memoria. E proprio perché questa memoria non è soltanto personale ma è stratificata secondo direzione, secondo ideologie, secondo ondate di fede, secondo disastri, secondo quello che è successo prima. Il ricordo di questa storia fa si che noi abbiamo un’esperienza implicita, che passa come l’inconscio collettivo di Freudodi Jung e che ci permette di piazzarci nell’universo in una certa maniera, secondo certi meridiani e paralleli, per cui studiare la storia è veramente darci un’identità —.

La sua memoria storica?

— All’interno della memoria storica è evidente che noi abbiamo delle isole privilegiate. Non c’è nessun filosofo che abbia potuto abbracciare tutto e che abbia potuto studiare il passato razionalmente, cioè in modo equo, ma avrà sempre privilegiato un filone. Ora per un insieme di circostanze, quando ero ancora molto giovane, per un insieme di incontri quasi medianici con alcuni personaggi, mi è successo di identificarmi e di vivere nel Quattrocento francese. Vivere quell’epoca vuol dire imbattersi in quel grande mistero, in quel grande, quasi vorrei dire, archetipo che è Giovanna D’Arco. Per me la memoria storica è soprattutto lei, anche se ci sono altri periodi ella storia che mi interessano e addirittura mi appassionano, come per esempio, Caterina di Russia — .

Gli animali non hanno memoria, che rapporti si possono avere con essi?

— Amo gli animali senza esagerazioni. Come direbbe Cordelia, io do agli animali tutto quello che bisognerebbe dargli. Per esempio non porto più pellicce. Per esempio, sono contro la caccia. Per esempio, una volta che ho trovato un cane ferito, travolto da un camion, l’ho portato a casa, l’ho curato, l’ho fatto ingessare, gli ho dato le medicine, finché questo cane si è rimesso totalmente in piedi ed è diventato bellissimo. Tuttavia non ho tenerezze eccessive per gli animali. Cioè non mi capita mai di tenere un gatto in grembo per delle ore o di tenere un canarino in gabbia perché con la vita che faccio sarebbe impossibile. Per la stessa ragione non posso, benché io li adori, tenere un balcone pieno di fiori, perché quando torno sono pieni di ortiche. Tant’è che il mio prossimo libro, probabilmente s’intitolerà I fasti delle ortiche. Per esempio, una volta ero con Montale, in un viale di Torino, di notte, saltò fuori un grosso topo. Dissi “Oh, guarda un topo! Non so per quale ragione Montale sia stato molto colpito da questa mia frase e disse “Ma ti rendi conto di che cosa hai detto? L’hai detto in modo cristiano ed equidistante. Cioè non hai detto “Uh, che schifo, un topo! Ammazziamolo!” né, “Uh, che bello! Portiamolo a casa, profumiamolo e mettiamogli un collarino al collo”. Difatti siccome c’erano troppi topi – diceva – nella sua poesia, l’ha trasformato nel rospo pesce della fogna di una delle sue poesie, dove parla, appunto, di questa passeggiata, perché era stato colpito dal tono affettuosamente distaccato che avevo nei confronti di quel topo.

Pensando ai gatti mi vengono in mente il “gatto rannuvolato” di Penna e le “gatte amate” del Tasso.
Anche nella mia poesiacisono due otre gatti. Una ventina d’anni faci fu un’ondata in Italia di scrittrici che si facevano fotografare col gatto e che dedicavano poesie e scritti ai gatti. Veramente ce n’erano quattro
ocinque e regolarmente la fotografia era col gatto. Così anche le scrittrici inglesi che sono molto sensibili ai gatti. Per cui mi è venuta voglia un po’ di non seguire quelle orme —.

Che cosa rappresenta per Lei la finestra, vista come qualcosa che separa l’interiorità del poeta,dello scrittore dall’esterno. Per Calvino, in Palomar, era un varco.

— La finestra è una cosa molto importante Ricordo un racconto di Mario Soldati molto bello, intitolato La finestra, che è una sottile indagine psicologica su una fuga, cosa rappresenta una finestra per un pittore e spiega tutta la sua vicenda a chi lo guarda con attenzione. Ma io direi che le più straordinarie finestre che esistano al mondo sono gli occhi. Veramente non c’è niente di così miracoloso come i nostri occhi che ci permettono di vedere che cosa c’è vicino o lontano. È una meraviglia. Penso agli occhi della gente. Penso a quelli che non possono vedere e mi sembra un discriminare enorme. Mi ricordo un episodio avvenuto all’Università di Messina. Il più intelligente, il più preparato di tutti i miei studenti era un cieco dalla nascita. Un giorno parlando con lui ho fatto qualche accenno a questo latto dicendo con altre parole “Che peccato che un ragazzo cosi intelligente sia cieco dalla nascita! Lui mi disse: “Guardi Signora che non bisogna commiserarmi perché io sono una delle poche persone praticamente felici. Cioè ho un amico che mi legge tutto. Ho libri in Braille. Ho una moglie che mi vuol bene. Ho già trent’anni. Ho due pensioni privilegiate. Ho uno stereo, sento la musica. Mi domando cosa potrei avere di più dalla vita? “Poi fece una pausa. “Veramente c’è una cosa che desidererei al punto che offrirei metà della mia vita se potessi averla: sapere cosa significa verde, azzurro, bianco e nero. Ho fatto tutte le ipotesi. Se uno ti dice tagliente sai cos’è. Ruvido sai cos’è. Caldo sai cos’è. Ma i colori, questo proprio non si può.

Ho usato due o tre volte questa storia per dire cos’è la poesia. C’è gente che vive tranquilla e felicissima senza pensare che manca di un organo -.

Lei viaggia molto. Che cos’è il viaggio per Lei?

 

— Viaggio troppo. Il viaggio ha alcune affinità con la poesia. E cioè la rottura con le abitudini. Noi dobbiamo assolutamente evitare di prendere abitudini, di sapere che tutte le mattine a quella certa ora si va qui, si va là, si prende il caffè. Anche nel campo del lavoro lo dico, con la massima pena, per tutti gli infiniti impiegati di
questo mondo che sono, purtroppo, assoggettati ad un ritmo preciso e ne sono assolutamente contenti perché
si sono fatti una nicchia nel tempo. Il tempo è un fiume e non bisogna farvisi una nicchia dentro perché veramente è mortale farsi la nicchia nel tempo. Viaggiare molto ci costringe sempre a vedere paesaggi diversi, gente diversa, dormire in letti diversi, avere esperienze diverse e, soprattutto, non poter preordinare la giornata successiva perché non si sa come sarà. Invece se stiamo a casa, al calduccio, con le pantofole, noi più o meno, sappiamo come va la giornata, cosa mangeremo, chi vedremo, ed io questo non l’ho mai fatto. Anche quand’ero ragazzina ho viaggiato molto. Poi c ‘è stato un lungo periodo di pendolarismo tra Torino e Milano. Poi fra Torino e Roma, poi tra Milano e Roma. Poi da molti anni, fra Roma e Messina. Parigi sempre, perché ci vado frequentemente.

Come vede viaggio sempre. Si dice invece che uno scrittore dovrebbe avere un ritmo. Vedi Flaubert, vedi Moravia. Al mattino si scrive tre ore. Un sogno assolutamente irrealizzabile. Anzi quando ho cercato di realizzarlo, anelando in convento per un mese, mi sono annoiata mortalmente. Non riuscivo a tirar fuori lo scrittore in senso tradizionale. In realtà so che non lo farò mai. Mi consolo pensando che sia esistito un Rimbaud, un Alfieri, un Goethe (anche se questi ha fatto dei viaggi per poi tornare a casa); che siano esistiti degli scrittori viaggiatori, quelli che per ragioni vane hanno dovuto muoversi continuamente —.

Che cosa rappresenta per lei la città?

—  È la vicinanza degli altri. Per esempio, nei paesi apparentemente si vive meglio. Ritmo mono rumoroso, meno frastornato. Si parla col ciabattino di fronte casa, col parroco, col farmacista, in realtà è un caleidoscopio di voci, di sensazioni, di facce. È un rimescolio straordinario. Ho la strana caratteristica di guardare ogni persona come se fosse vera, come se fosse carne battezzata. Ogni persona mi dice qualcosa. Non è un essere intercambiabile e passeggero. In autobus se guardo una faccia, immagino rapidamente la sua vita,i suoi gusti, quello che farà la sera. Quindi è un teatro la città. Un teatro meraviglioso con i suoi inconvenienti. Certo c’è il rumore. C’è inquinamento. Ogni volta che ho provato ad andare via dalla città ho avuto delle rapide oasi di delizie come la mia Treviglio, per esempio, in realtà questa delizia esiste in quanto in realtà poi uno ritorna, nel calderone. Infatti tutti i paradisi in cui ho vissuto in vita mia, che sono stati quattroocinque, continuo a pensarli come dei paradisi. Se mi dicessero “adesso li compreremo una casa là, ci andrai a stare” urlerei dal terrore perché non è possibile. Il paradiso non si può abitare. Credo che sia un luogo comune, antico, un malinteso, pensare che in paradiso saremo fissi, immobili, almeno non nel mio caso —.

Sloskij ci ricorda in una sua opera che gli oggetti di solito non sono comuni se non per numero e per volume, ne vediamo solo la superficie, sappiamo però che per restituire il senso della vita esiste ciò che si
chiama arte. Per lei che cos’è l’oggetto
?

— Questa è una domanda molto importante. Ogni oggetto può essere un segno. Certo ci capita di usare una tazza senza farci sopra troppe elucubrazioni. Molto frequentemente l’oggetto rimanda ad altro, le famose sinapsi del pensiero e dell’arte, per cui si trasferisce dal significato di una curva, di un colore di un profilo, un valore che mettiamo noi il nostro cervello è un elaboratore), difatti quando noi diciamo sedia in poesia, pensiamo alla sedia di Van Gogh. E una sedia neanche tanto bella e non la vorremmo in casa. Però dentro sono passati dei messaggi. A proposito vorrei raccontarle dì una volta che al CENTRO MONTALE un ragazzo chiese a Giorgio Caproni di definire la poesia in due parole. Caproni disse “né in due né in venti perché la poesia è indefinibile per sua natura. Nessuno ha mai trovato una definizione globale. Tuttavia le posso dare un esempio che le chiarirà subito le idee Lei sa che tutte le sere nelle caserme si suona il silenzio, che è affidato, di volta m volta, ad un soldato diverso, a turno. Sovente non sanno suonare la tromba, prendendo stecche tremende, sbagliando il ritmo ed io lo so perché a Torino abitavo di fronte ad una caserma II silenzio è sempre seguito da clamori folli, insulti, risate, “cambia mestiere” e cose di questo genere. Immaginiamo – diceva Caproni – che il Comandante di una caserma per fare uno scherzo ai suoi soldati, una sera senza dire niente a nessuno, faccia venire Severino Gazzelloni. Dopo la prima e seconda nota si crea una pausa sbalordita, stupita eppure le note sono quelle, seppure suonate diversamente. Il silenzio è riconoscibile. Di colpo nessuno ha il dubbio che quella sia una cosa casuale, fatta male, e sente che in quelle stesse note si è trasfuso un messaggio, il messaggio della bellezza della perfezione, della forma. Trovo molto bella questa cosa. Straordinaria. Noi usiamo sempre le parole dei dizionari per le nostre poesie, però, non si sa come, legandosi insieme, quelle parole, in una certa maniera, m una certa scrittura, noi comunichiamo dei messaggi, che vanno molto aldilà dette parole. Perché questo è lo straordinario della poesia grande: che noi parlando del filo d’erba coinvolgiamo le persone più lontane in un piccolo problema che può essere nostro. E difatti. diceva Tolstoj, “se vuoi essere universale paria del tuo villaggio”. —

Alcuni, e sono in molti a pensarlo, sostengono che la traduzione rovina i testi. Lei ha tradotto molto. Quanto è importante tradurre per Lei?

 

— Moltissimo. Ho respinto l’idea della traduzione per anni. Poi c’ è una fase di Moravia che dice che la vita ci
insegna motto più attraverso quello che o costringe a fare che attraverso quello che scegliamo liberamente. Un anno in cui mi trovavo in grosse difficoltà economiche, un anno molto tragico, il ’59, l’anno più brutto della mia vita, mi telefonarono dalla RAI per chiedermi di tradurre per loro un testo del teatro francese: I visionari di Quinot. “No, non traduco. È un lavoro che non m’interessa”. Il furbacchione mi disse che mi davano un milione. Un milione nel ’59 era una grossa cifra Ripetetti stupita la cifra e chiesi quanto fosse lunga. Lui rispose “Non dovrei dirlo. È un testo francese in cinque atti, più o meno sessanta pagine. “Accettai a scatola chiusa come si va alla ghigliottina. Mi sono messa a tradurre.
Una festa. Una gioia. Un piacere. Ricordo che quell’anno andavo in una scuoletta e davo compiti in classe per tradurre 60, 70 versi a rima baciala mentre facevano il compito in classe. Era una droga. Mi avevano dato tre mesi di tempo per farla. In venti giorni finii tutto. Mi mancò e mi dicevo cosa faro? Poi è stata messa da Macchia in un volume sul gran secolo. Da lì ho incominciato ed ho tradotto circa venticinque libri finora. Libri vari che vanno dal teatro, Racine e Marivaux, ai romanzi. Ho tradotto Yourcenar, e Torrier. Ho tradotto Goethe e Bellow e ogni vota ho provato dei piaceri straordinari. Molte poesie naturalmente. Francesi e tedesche dell 800 e del 900. Herman Hesse, Toulet (ho fallo un libro con l’Adamo) L’ultima grande cosa riuscita moto bene dal punto di vista teatrale sono Britannico e Berenice di Racine che sono andate adesso nel settembre scorso, all’Olimpico di Vicenza per la regia di Segui —.

Molti giovani sentono oggi il bisogno di accostarsi ai classici e non è vero che non abbiano interesse per la poesia

 

— Ho visto che nei primi tempi del Centro Montale venivano pochi giovani. Adesso sono l’80%. Tant’è vero che abbiamo preso quest’anno il teatro dell’Ateneo che è all’interno dell’Università.

La Sapienza, proprio per permettere loro di partecipare alle nostre manifestazioni, ai nostri dialoghi. Credo che questo interesse sia dovuto all’abuso di parole, alla politica che ci ossessiona dal mattino alla sera con ripetizioni infinite, con scavi in profondità dei problemi più futili e alla pubblicità che o ossessiona e rovina la vita, l’occhio e l’orecchio. Vedendo la pubblicità dappertutto ha fatto venire un desiderio inconscio e generalizzato d parole d’oro, cioè di una parola che abbia la consistenza dell’oro che c’è in banca rispetto atta carta moneta- Noi siamo troppo circondati da valori fittizi come la carta moneta e quindi c’è questo bisogno. Solo che questi giovani possono attraversare tutta la vita senza rendersene conto sentendo un disagio, come un’energia che va dispersa. Ora tutto quello che noi – che ci occupiamo di poesia, cerchiamo di fare, e non solo quelli che si occupano di poesia in senso creativo – è proprio quello di avvertire il fenomeno, di scoprirlo da solo, che la poesia esiste ed è un’energia. Non è una beltà come afferma Zanzotto. Non è qualcosa di aggiunto alla nostra vita che può essere gradevole ma del tutto innocuo come diceva Montale. A parte il fatto che la poesia può non essere innocua affatto. Quindi i giovani vanno verso quella che chiamo con parola sproporzionata, la salvezza, la salvezza dei valori, la salvezza di una individualità nostra che si sta perdendo. ■

Teresa Lazzaro

Parentesi anno III n.16 novembre-dicembre 1991

 

 

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