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Avvenimenti

recensione libri: Un interessante saggio di Antonino Laganà

METAFISICA E FINITUDINE UMANA

 

di Santi Lo Giudice

Ermeneutica, o arte dell’interpretare, è un termine di origine greca, che rinvia a Hermes, il dio che riporta ai mortali i messaggi degli dei e agli dei le suppliche dei mortali. Seguendo questa narrazione Heidegger dice che “ermeneuein è quell’esporre che reca un annuncio in quanto è in grado di ascoltare un messaggio”, mentre Kàroly Kerényi sostiene ”che la radice greca del termine herm è connessa alla radice serm da cui sermo, discorso”. Etimologicamente, dunque, la radice della parola ermeneuta rinvia a parola, discorso, linguaggio.
Nel mondo classico, compreso il Medioevo e il Rinascimento, esiste per l’uomo una realtà che si dà al pensiero e che viene enunciata dal linguaggio.
Nel mondo classico, compreso il Medioevo e il Rinascimento, esiste per l’uomo una realtà che si dà al pensiero e che viene enunciata dal linguaggio.
Nel mondo moderno si assiste a un’inversione del rapporto: non spetta più alla realtà, ma al pensiero che se la rappresenta (cogito cartesiano), il primato nel rapporto realtà-pensiero. Nel mondo contemporaneo, addirittura, il rapporto realtà-pensiero è soppiantato dalla parola, la quale cessa di essere un mero strumento del manifestarsi della realtà o del pensiero e si pone come orizzonte a partire è possibile il dantesi del dato, ossia il darsi delle cose all’uomo ( e l’uomo più le cose a se stesso). L’ottica del mondo contemporaneo si fonda principalmente sul pensiero di Haidegger, il quale, nell’affermare che “non c’è cosa dove la parola manca”, che “solo quando c’è la parola la cosa è”, non ha visto nel linguaggio solo una facoltà umana accanto ad altre facoltà, piuttosto ha visto in esso “la casa dell’Essere istituita e disposta dall’Essere”. Ma cosa accade nella dimora dell’essenza dell’uomo, ossia quali sono gli itinerari ermeneutici che offre il rapporto parola-cosa? È possibile il darsi della cosa al di là delle parole? È possibile il darsi dell’oggettività di un testo al di là delle diverse letture? È possibile il darsi di una verità al di là delle molteplici interpretazioni? Parlare di al di là, per Heidegger, è parlare di Metafisica.
Questa parola, coniata da Andronico di Rodi per designare i libri aristotelici da lui catalogati dopo (metà) quelli di fisica (tà physikà), col passare del tempo perde il significato meramente topologico ed assume quello di un ordine immutabile ed eterno al di là (tà metà) della mera physis (o mondo sensibile), la quale è possibile leggere e interpretare grazie all’ordine immutabile. Ma a chi è dato conoscere che quell’ordine sia l’’Ordine se non all’io esecutivo dell’uomo che così conviene intorno i significati delle cose? Non si può riferire intorno a quell’Ordine se non riproponendo quello che Nietzsche afferma di Dio: ”Ahimè, fratello, il dio che io creai era opera e illusione d’uomo, come tutti gli dei!”. Di qui non si dà cosa al di là delle parole, non si dà testo al di là delle diverse letture, non si dà verità al di là delle molteplici interpretazioni. Così “anima mia – dice Zarathustra – io ti restituii la libertà su tutte le cose”, tanto che chiunque abbia la pretesa di porre una parola a misura di tutte le cose vive ciò che per l’ermeneutica è la violenza della metafisica.
Tale violenza, ai giorni nostri, è smascherata, tra l’altro, dalla scuola ermeneutica (Gadamer, Ricoeur, Vattimo), attraverso la riformulazione del concetto di verità, pensata non più come dominio sull’Essere, ma come trasparire dell’Essere tramite il gioco delle interpretazioni, “quel gioco di comunicazione e meta-comunicazione – dice Vattimo – in cui le ‘cose’ si costituiscono e, insieme, anche sempre si destituiscono”; ma è smascherata anche da chi dice che se Le interpretazioni non hanno in vista una verità, o un’illuminazione da cui partire e a cui tendere, non riescono a costituirsi neppure come interpretazione.
A questa prospettiva teoretica appartengono le tematiche di idea della metafisica (Gangemi, Roma-Reggio Calabria 1990) di Antonio Laganà. Il lavoro, pervaso da un sottile rigore logico nelle analisi dei temi di fondo che hanno caratterizzato la filosofia dell’interpretazione, individua, nel pensiero che vuole indebolire la violenza celata nell’atteggiamento metafisico che pone in Ordine dell’essere al di là del gioco dell’interpretazioni, la cuspide della violenza, della hybris dell’arroganza dell’interpretazione che assolutizza se stessa nel momento in cui nega la possibilità di una luce veritativa. Produce, in altri termini, per Laganà, meno effetti devastanti la fede “Grande Anarca” che quella nella ecumenicità del valore-tensione legato alo potere dettato dal gioco dell’interpretazione.
Pur concordando con Haidegger che “il linguaggio è la casa dell’Es sere” diverso è l’atteggiamento dei due indirizzi nei confronti degli accadimenti che s registrano in questa casa: “ inabissarsi della parola nel senza-fondo del silenzio” per Vattimo e il “pensiero ermeneutico”, l’illuminazione e l’annuncio dell’Essere per Laganà. Se l’Essere tace, agli uomini non resta come luogo d’incontro che il frammento, la parola come oggetto interpretativo. A ciò si oppone Laganà il quale dice che
senza uno sfondo veritativo, senza la perìlampsis ( “illuminazione o folgorazione caratterizzata da una istantaneità che, azzerando qualsiasi distanza spazio temporale, con ciò preclude a limine ogni possibilità di interpretazione), sebbene inattingibile nella sua totalità perché al di là di tutte le interpretazioni in quanto è la condizione di esse, anche l’interpretazione perde la sua ragione d’essere essendo priva di costituirsi come interpretazione. Di qui o l’ermeneutica esce allo scoperto e ha il coraggio di manifestarsi come vero dipendente, come “un’opzione metafisica”, oppure, dice Laganà, “abbandonata a se stessa o ignara della sua genesi si assolutizza in ciascuno dei suoi livelli producendo una molteplicità di assoluti in contraddizione tra loro”, inevitabilmente apre le porte alla violenza. Di fronte al silenzio dell’Essere, all’assenza di uno sfondo veritativo, tutto è giusto, buono, bello, tutto trova giustificazione nel tutto, perché tutto trova legittimazione nel gioco interpretativo voluto dall’io esecutivo. Quale la differenza tra il “silenzio dell’Essere” o della “verità” e la “inattingibilità dell’Essere perìlampsis) o della verità “? Sotto sotto, credo, che la prima ipotesi sia sorretta dal convincimento dell’accettazione della condizione della finitudine umana, mentre la seconda dalla non accettazione di questa condizione di moralità.
Ovviamente non nel senso che Laganà nutra perplessità sul fatto che l’uomo è destinato a morire, ma nel senso che non crede, a prescindere dall’evento-mortalità, che possa darsi alcuna comprensione dell’uomo e alcuna parola appropriata.

Santi Lo Giudice
Parentesi anno III n.16 novembre-dicembre 1991

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