Associazione Culturale Parentesi


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Avvenimenti

Arte e storia :il “tuffatore cola pesce”

IL “TUFFATORE” COLA PESCE

Dipinto da Renato Guttuso sul soffitto del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, rievoca il gesto calandariale connesso ai culti che avevano come fondamento la sacralità del mare.

Fortunato Pergolizzi

Dal soffitto del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, dipinto da Renato Guttuso.
ci viene una immagine, quella del “Tuffatore” (Cola Pesce) che rievoca iconografie riferito al rito del “Salto” nell’acqua, praticato nell’area mediterranea influenzala dalla cultura greco-etrusca.
In particolare dei tuffatori affrescati nella tomba della ‘Caccia e della Pesca” di Tarquinia e in quella di Paestum, la Poseidonia greca, la prima collocata intorno al 510 a.C. la seconda, scoperta nel 1968 dal professore Mario Napoli, si fa risalire al 480/70 della stessa era.

I due reperti costituiscono una testimonianza figurata del così detto “rito di Leucade “, del “Salto” nel mare effettuato come gesto calendariale connesso ai culti che avevano come fondamento la sacralità delle acque, considerate l’elemento da cui tutte le forme di vita avevano origine come da un cosmico grembo materno, e agli dei del mare, si dedicavano numerosi templi sulle scogliere e le rive bagnate dal Mediterraneo.
Era però il “Salto” nell’acqua, oltre che un atto del rituale propiziatorio, anche un gesto punitivo che si praticava nel l’isola di Creta dove sul acroterio di una rupe a poco sul mare, sorgeva un tempio dedicato al dio Apollo e proprio dal suo vestibolo si costringeva al tuffo, che poteva essere mortale, chiunque si fosse macchiato di offese rivolte al nume o ne avesse profanato l’altare, cosi come racconta Strabone; ma dalle rupi di Leucade si tuffavano anche gli innamorati delusi per guarire dal male d’amore e a compiva si gesto estremo del suicidio: la prima a praticarlo, secondo Menandro, fu la poetessa Saffo delusa dal rifiuto di Faone, al quale aveva offerto il suo amore.
In altre celebrazioni rituali sacrificali- propiziatone, si usava, tuttavia, applicare al “Tuffatore” delle ali posticce (una rielaborazione del mito di Dedalo) affinché attutissero la caduta, e se la vittima olocaustica fosse riemersa viva, accolta su una barca e graziata, veniva condotta fuori dal territorio della comunità, allontanando cosi tutte le impurità che si condensavano sulla sua persona e si placava quindi la collera degli dei.
Si trasmettevano in sostanza nel “Tuffatore” le funzioni che erano proprie del “Pharmacos”, l’uomo predestinato al sacrificio mediante la lapidazione o all’’allontanamento dal villaggio, previa la cerimonia della fustigazione degli organi genitali con rami di fico, i cui frutti erano l’emblema fallico delle forze generatrice della natura che venivano esorcizzale a rinnovarsi ciclicamente.
Ma l’immagine del “Tuffatore” si ravvisava pura nello “Sciamano”, un personaggio-citato da Erodoto-carismatico. medico e indovino, ancora oggi operante nelle società tribali, il quale riceveva i poteri magici
durante la cerimonia di iniziazione che doveva coincidere con uno stato febbrile del neofita. II candidato stregone intatti, in preda ai deliri, era sollecitato ad attraversare in trance, le tre regioni cosmiche, l’aria, la terra e il mare dove si tuffava infine, per riemergere dopo un breve viaggio nell’erebo per ricevere dalla “Malattia” i poteri occulti e il nuovo nome di “Huottaris” il “Tuffatore”. Infine praticavano il Salto dal monte Dikte, dedicato alla dea Diktyneion (la dolce Vergine salvata dalla rete di un pescatore) i sacerdoti, per immergersi in seno alla Magna Mater, come gesto catartico magico-religioso.
Nella tomba di Tarquinia dunque, la presenza sulla sommità della rupe di un personaggio che tende le braccia in avanti, come se avesse spinto il “Tuffatore” a compiere il “Salto” e la presenza nella barca di un occupante che le braccia invece le alza, come per accoglierlo, si doveva riferire al “Salto rituale sacrificale, mentre per il “Tuffatore” dipinto sulla faccia interna della pietra tombale di Paestum, lo scopritore Mario Napoli, propende per la lettura misterica, intesa simbolicamente, come l’atto iniziale  del viaggio che doveva portare il tuffatore a transitare verso dimensioni ultraterrene. Ugualmente augurali,allora,consideravano le figure conviviali dipinte sulle pareti interne, escludendo altresì la suggestiva ipotesi che voleva quel loculo, appartenuto al campione olimpionico Parmenide, poiché la prova del “Salto” apparve nei giuochi del 468 a C.
Il sovrapporsi però dell’inesorabile tempoe di altre culture, offuscava il rito di Leucade, anche se in alcune celebrazioni della religione cristiana, il mare e le acque non cessarono di essere luoghi di riferimenti sacrali che si sostituirono alle solennizzazioni pagane, delle quali rimasero ampie tracce nella nuova confessione.
Ma il “Tuffatore” come tate, riaffiora nell’età medievale leggende popolari rivolte a dare corpo a un personaggio dalla connotazione reale, un uomo dotato di eccezionali capacità natatorie tanto da competere con i pesci e che nel mare viveva come se fosse il suo elemento naturale e pur non presentando parti squamose e non essendo caudato (per altri lo era) guidava le navi fuori dalle tempeste e nello Stretto di Messina, facilitava la navigazione tra i procellosi refoli: lo chiamavano Cola Pesce.

Le sue imprese divennero straordinarie e la più rievocata fu la periodica ispezione delle tre colonne che dal fondo del mare sostenevano Messina o, addirittura, la Sicilia, poiché delle tre colonne, solo una era intatta, sicché l’esistenza della città e dell’isola tutta risultava precaria, e se incombente era la catastrofe, su questa minaccia vigilava l’uomo pesce che, instancabilmente, si tuffava per raggiungere i fondali più impervi costellati di infide voragini ed era pronto a dare l’allarme nell’imminenza de) pericolo. Si trattavaevidentemente,di una trasposizione fantasiosa legata all’ancestrale paura degli eventi sismici che periodicamente squassavano l’isola e in modo particolare Messina, dove l’eroe del mare compiva l’impresa di incatenare Scillae Cariddi, con chiaro riferimento alla fontana del Montorsoli dedicata a Nettuno, nel quale il popolo identificava “u Gialanti pisci” adattando così, nell’età rinascimentale una favola dalle origini leggendarie che prese corpo però, durante la dominazione normanna. In questo periodo infatti, Cola Pesce si veste di presunta storicità grazie ai racconti diGervasioTilbury, nipote di Enrico Il d’Inghilterra, che lo faceva muovere nelle acque dello Stretto al tempo di Ruggero (1127/54), oppure durante il regno di Guglielmo II (1166/80) per lo scrittore medievale Gualtiero Maspes. arcidiacono di Oxford, presente comeiTilbury, in Solía,che faceva di “Nicola Pipe”, il protagonista dei famosi tuffi effettuali per indagare la natura dei fondali. E lo poneva anche al centro di gare tra nuotatori, per conquistare la corona regaleouna borsa di monete che il monarca gettava in mare per dilettarsi, aumentando il valore del premo, di volta in volta, sino a quando Cola, esausto, non aveva più la forza di emergere e la morte suggellava la fine di un giuoco crudele, nella rievocazione, forse, dei sacrifici umani dedicati alle divinità del mare.

Anche nei racconti popolari raccolti da Benedetto Croce, come dal Pitré, Cola Pesce veniva usato da Federico II per indagare lo stato delle fondamenta del Castel dell’Ovoocomandato a raccattare una palla di cannone sparata da Capo Faro di Messina verso Napoli, per soccombere nell’ impresa, cosi come in altre versioni, Cola Pesce finiva col sostituirsi alla colonna rotta per evitare il crollo della sua città offrendosi, vittima sacrificale, rimanendo in fondo al mare, nel ventre della Grande Madre, che accoglieva i corpi dei morti (i pesci che popolavano i mari dipinti nelle tombe e negli elementi fittili e musivi), nel mare considerato luogo di purificazione che precedo l’anabasi, la salila delle anime (gli uccelli) verso le sfere celesti. Addirittura l’esistenza del giovane tuffatore, che si muoveva tra Napoli e Messina, (ma era presente pure nella tradizione pugliese) veniva traslata al tempo in cui regnava nel meridione Alfonso d’Aragona, il Magnanimo, 1416/58) il quale si dilettava a far recuperare la solita corona dal fondo del mare, riaffermando, nel gesto, il legame con il mito greco nella memoria analogica dei tuffi effettuati da Teseo, Glauco, Le Sirene, Icaro Poseidone e tanti altri dei, semidei ed eroi, con echi biblici, quando Cola si faceva inghiottire dai grossi pesci dai quali veniva fuori squarciandone il ventre, nella similitudine emblematica con la leggenda di Giona, il quale, inghiottito dalla balena, veniva rigettato sull’altra sponda della vita; o se si vuole, a una sorta di personificazione del delfino, poiché Pisci-Nicola, Pescicola, Gialanti-Pisci, Nicola Pesce o Cola-Pesce che sia, soccorreva gli uomini in preda alle onde e salvava i bambini. Possedeva cioè un carattere opposto all’uomo pesce presente nella cultura nordica da dove venne presumibilmente, con i normanni, il nome al nostro eroe, da quel “Nicor” spirito delle acque che aleggiava minaccioso nelle lande anglosassoni, dedito a infastidire i pescatori e aggredire i bambini, simile nel carattere al “Poisson Nicole” (Pesce-Nicola) del nord della Francia, nome riferito a un grosso pesce che parlava come gli uomini e che le madri usavano menzionare come spauracchio, una entità negativa che gli inglesi indicavano come “Old Nck” il diavolo (Seppillì).

Nell’evolversi quindi della favola nelle coste mediterranee, il Pesce Nicola subiva una metamorfosi benefica diventava cioè, l’eroe buono e generoso del nuovo mito che si sovrapponeva ai modelli arcaci, per ritornare il personaggio, tra le brume bretoni e anglosassoni, attraverso la nemesi della sua personificazione, nella veste del Santo Nicola, l’arcivescovo di Mira, il cui culto, sin dall’età bizantina, era largamente diffuso e fortemente sentito anche nel meridione normanno, sostituendosi, per le sue peculiarità di protettore dei marinai e dominatore delle tempeste, al mito di Poseidone, il “Tuffatore” per eccellenza, detronizzando nel nord, l’infernale Nicola.
Quel San Nicola che si commemora il 6 dicembre con la distribuzione dei dolci e balocchi ai bambini, il santo che moltiplicava i pani e proteggeva le ragazze da marito, era l’ultimo anello di un ciclo di leggenda legate al mare, l’elemento ritenuto dagli antichi egizi, il liquido amniotico che accoglieva l’uovo cosmico da dove scaturiva ogni forma di vita, il mare, sede di ancestrali paure nel quale, simbolicamente, ogni essere vivente è chiamato a compiere l’ineluttabile “Salto”’ per riemergere purificato, a godere della piena Luce di Dio o finire negli inferi del terrificante “Nulla”.

Fortunato Pergolizzi

Parentesi anno III n.15 settembre/ottobre1991

 

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