Associazione Culturale Parentesi


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Avvenimenti

Perle di Filosofia

“INDIVIDUALITÀ” È NATURA UMANA E DIVINA

di Santi Lo Giudice

Per Aristotele: è “la specie, in quanto, risultato della divisione del genere, non può essere a sua volta diversa”; per Tommaso d’Aquino è “ciò che è sussistente per sé e distinto dagli altri”; per Duns Scoto è “ciò che non è divisibile In molte cose e si distingue numericamente da ogni altra”; per Leibniz “involge l’infinito e che solo colui che è capace di comprenderlo può avere la conoscenza del principio di Individuazione di questa o quella cosa”; per Wolff è “l’Ente nel quale sono determinate tutte le cose che ad esso ineriscono”.

Da Stirner in poi il termine individualità, sinonimo di “unicità”, è stato associato a caratterizzazioni negative, da ambito psichiatrico. «Uomo affetto dalla sindrome dell’Assoluto», «solitario ribelle a ogni regola di convivenza», «solitudine del superuomo», «paranoico che pretende di essere Dio»: queste le accezioni più correnti.

Eppure, il termine individualità presenta connotazioni culturali di tutto rilievo: per Aristotele «è la specie, in quanto, risultato della divisione del genere, non può essere a sua volta divisa» (Met.V,10,1018b 5); per Tommaso d’Aquino è «ciò che è sussistente per sé e distinto dagli altri» (S.Th., I, q. 30. a4); per Duns Scolo è «ciò che non è divisibile in molte cose e si distingue numericamente da ogni altra» {In Mei., VII. q. 13, n. 17); per Leibniz, addirittura, «involge l’infinito e che solo colui che è capace di comprenderlo può avere la conoscenza del principio di individuazione di questa o quella cosa» (Nouv. Ess.f III. 3, & 6); per Wollf è «l’ente nel quale sono determinate tutte le cose che ad esso ineriscono» {Log. & 74).

Perché allora tanta acredine nei riguardi del termine in questione? La risposta costituisce parte del nucleo teorico di Homo-natura. Per una filosofia dell’ambiente (Ed. Brenner, pp. 130) di Pietro Ciaravolo. Questi, infatti, fa presente che la devianza interpretativa del termine individualità è legata allo sbarramento critico della folta schiera degli avversari di Stirner, i quali non hanno perdonato che venissero radicalizzate, senza alcun condizionamento ideologico-religioso, le connotazioni positive del termine offerte dalla tradizione filosofica a partire da Aristotele o dell’«ama il prossimo tuo come te stesso» di Cristo. In sintonia con questa tradizione per Stirner, dice Ciaravolo. «la diversità è la prima e forse l’unica caratteristica dell’individualità». Se diverso, l’individuo acquista la connotazione di irrepetibile; se irrepetibile è sempre originale; se originale è unico. L’unicità è l’identità dell’individuo. Di qui tutto un ordine semantico che fa comprendere quanto lontana dall’ideazione psico-patologica dell’identità unicità-Assoluto sia l’ideazione del concetto di unicità offerto da Stirner: unicità non equivale ad assolutezza, in quanto «non l’incondizionatezza ma l’inconfondibilità fa l’unicità»; «l’unicità è data dall’originalità non dal potere, in quanto quella del potere è violenza, quella dell’originalità è natura»; «l’assoluto è indistinctum ab alio mentre l’unicità dell’individuo «si costituisce nell’essere distinctum ab alio».
Tale distinzione non è stata sufficientemente contemplata dalla lettura dell’”individuale corporeo” di Hobbes. L’homo homini lupus non traduce affatto situazioni di natura, nelle quali l’uomo è costretto a difendere la sua libertà individuale. L’individualità non è affatto causa dell’ostilità umana. Intenderla come causa, rileva Ciaravolo, testimonia solamente della dipendenza del concetto di corpo di Hobbes da quello di Platone, che lo vedeva “tomba” dell’anima, sede del male, della ferocia, dell’aggressività, dei ciechi istinti; rileva come tale concetto di corpo sia stato osservato con «l’occhio del potere», invece di essere osservato con «l’occhio della natura», che consente di vivere, senza pregiudizi, di quel «meraviglioso regno egualitario nel quale la forza si esaurisce nei limiti del bisogno». E là dove accade ciò «l’individuo nasce dalla distinzione che si pone espellendo ogni forma d’assolutizzazione perché contraddittoria. La distinzione limita e limitando conferisce diversità, originalità, unicità». Qualità che non conducono l’uomo ai non sensi dei capricci di un divenire indeterministico, ma ai sensi di un divenire deterministico, fortemente avvinto dalla humus o “natura” dell’uomo, da cui si evince sul piano storico-culturale, ad es., che «la Rivoluzione francese non è figlia dell’Illuminismo, ma che questo le ha solo prestato le parole», che «la stessa Pietà di Michelangelo perde, agli occhi dell’affamato, la sua sublimità nei confronti di un filoncino di pane».

All’interno di questo orizzonte estremamente onesto di pensiero, che annuncia risvolti continui di tipo etico, Ciaravolo sviluppa la sua critica attenta alla filosofia della riflessione, a quella filosofia del cogito che da Cartesio m poi caratterizza lo scenario del mondo moderno.

Il cogito appare ai suoi occhi uno strumento a tinte mefistofeliche: un pericoloso strumento d’indagine filosofica che ritorna anche nell’avveduto metodo fenomenologico di Husserl, e che è fortemente presente anche in letture del mondo, come quella di Heidegger, che a volte danno la sensazione di scrollarsi da ogni ingombro idealistico e coscienzialistico. Ma ha poi ragione Ciaravolo nel tentativo di disfarsi del cogito e di disfarsi di questo ingombrante strumento di illusioni? O meglio: appellandosi al fatto che l’uomo, dopo la scomparsa delle illusioni filosofiche, può ritrovare subito la sua individualità, non ripropone lo stesso Ciaravolo il ripristino dell’idea metafisica d’identità? E non ricadono in questa riproposta tutti quelli che, ormai disillusi nei confronti di ogni idea filosofica legata al cogito, implicitamente affermano la forza e la verità della dimensione dell’individuale?
Di qui Ciaravolo si è impegnato a mostrare che ogni espressione dell’individualità, compresa quella filosofica, è per sua essenza una emanazione metaforica, e che proprio questo suo intrinseco limite è altamente produttivo; e poi si è impegnato ad evidenziare come la supposta verità dell’individuo non si manifesta attraverso definizioni e concetti, ma solo nel modo frammentario e plurale della narrazione, meta-narrazione, meta-metanarrazione, in un sottile gioco tra realtà e finzione.

Se l’identità del soggetto non è equiparabile a un’entità logica, quale entità resta al soggetto? Il “Sé”della propria natura, dice Ciaravolo, che varia, si trasforma, si contraddice, e nonostante le metamorfosi mantiene intatta la propria identità. Ma questa è solo mezza faccia: il Sé non sorretto più da alcuna forma di certezza, si autoriconosce attraverso il suo apparire agli occhi degli altri. Ciò significa che non è più il legislatore di se stesso, ma può solo prendere coscienza di sé attraverso la testimonianza della propria natura da parte degli altri soggetti: nella relazione è l’interlocutore il nostro “fondamento”, nella narrazione sono i ruoli in cui possiamo immaginarci che ci danno fiducia, nello scambio simbolico sono gli altri che ci consentono di possedere un’identità.
Tutto questo è homo-natura: un gioco niente affatto paradossale, visto il supporto teorico d’ispirazione stirneriana, ma che invece bilancia la ricerca e fa di Ciaravolo un testimone attento, acuto e profondamente onesto del nostro panorama filosofico. ■

Santi Lo Giudice

“Parentesi” anno III n.14 luglio/agosto 1991

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