Associazione Culturale Parentesi


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Avvenimenti

arte e storia: MATTIA PRETI, IL CAVALIER calabrese (1613-1699)

PITTORE PRIGIONIERO DEI CAVALIERI DI MALTA

 

Nelle 27 lettere scritte al duca di Bagnare don Antonio Ruffo, Mattia Preti esternava la sua amarezza per il trattamento subito dai Cavalieri di Malta. Ma anche il nobile di Bagnare lo utilizzava per i suoi interessi commerciali con Malta e per farsi procurare dipinti destinati alla pinacoteca della abitazione di Messina, alla Palazzata.

di Fortunato Pergolizzi

 

Il “Cavalier Calabrese”, Mattia Preti, il3 gennaio del 1699, raggiunse quella luce di Dio che animò la sua vita di uomo e di artista, e mai una lapide fu cosi falsa come quella che copri le sue ossa.

Nella Cattedrale di San Giovanni, a La Valletta, nell’isola di Malta, le cui volte furono dipinte, con la tecnica da olio, dal Preti, sulla tomba terragna, il confrate Camillo Alberti, Priore e Governatore dell’Ordine di Malta, faceva incidere, che, alla fine dei suoi giorni, il pittore calabrese distribuiva ai poveri l’ingente denaro guadagnato nell’isola con la pittura: “…

Ingentem pecuniam, tabulis quaesitam erogavit in pauperes…”segno evidente che il Governatore non era a conoscenza di quanto il Cavaliere scriveva confidenzialmente al duca Antonio Ruffo, sul comportamento, poco ortodosso, dell’Ordine di Malta, o forse era un modo per mascherare quello che ormai tutti sapevano, e cioè che il pittore, di fatto, era semplicemente ricattato e ridotto alla soggezione e all’indigenza, al punto da annotare il 17 mazzo del 1667, in una delle 27 lettere scritte al Ruffo “… donde vedo che si va verificando quello che molti amici mi anno detto che per tenermi sempre soggetto non mi dava (l’Ordine di Malta) quello che mi hanno promesso , che non so se potrò stare alle mosse di tanta ingratitudine …” e chiudeva la missiva col “bagiare” quelle mani del Ruffo che semmai, gli doveva tagliare, poche il duca di Bagnara. noi riguardi del pittore, usava un contegno ambiguo e privo di carità cristiana.
Don Antonio, infatti, con un certo cinismo, utilizzava il fiducioso Preti, solo per farsi procurare dipinti di artisti famosi che destinava alla pinacoteca della casa di Messina, alla Palazzata, posta tra la porta dei Greci e quella del Campo (attuale sede del Banco di Sicilia) e lo trascinava in una lunga e snervante attesa di una commissione che non pervenne mai al povero Cavaliere, il quale, teneva moltissimo ad affrescare il Duomo di Messina. Il fatto che il duca lo delegasse soltanto a procacciare quadri d’autore, era però, un segno di stimare il calabrese, più come intenditore e sensale che operatore d’arte e lo teneva, impudentemente, legato ai suoi scopi, non esitando a lusingarlo, con promesse mai mantenute, di fargli avere l’agognato lavoro per il Duomo di Messina anzi, lo induceva a lavorare su bozzoni e archetipi, accompagnati da proposte di pagamento accomodanti e inadeguati per un pittore della sua levatura.

Sta di fatto che il Preti ebbe acquistato dai Ruffo due dei quattro quadri presenti nella collezione, di cui, quello con “Sofonisba che piglia il veleno con altre 4 mezze figure”, fu comprato per 51,10 onze a Roma, con i proventi della fornitura di grano per i messinesi, spesso alle prese con la cronica penuria del prezioso alimento, data la insufficiente produzione locale, aggravata dalla ricorrente siccità.

Don Antonio, che si era arricchito con i profitti ricavati dall’esportazione della seta, stoffe, e broccati, cereali, formaggi calabresi, carne salata, lardo e legname (aveva anche l’appalto delle gabelle e della neve che costava 4 grani al rotolo), provvide, nel 1647, tramite i maneggi del fratello, l’abate Flavio, ad avere una “galera” carica di 4400 rubbi di frumento; si rabboniva cosi il popolo già pronto alla ribellione, come era avvenuto già a Napoli e a Palermo.
L’operazione commerciale procurò ai fratelli Ruffo oltre che la benedizione dei cittadini, anche un bel gruzzolo di onze e don Flavio comprava per conto del fratello Antonio, un quadro di Mattia Preti, che in quegli anni operava già in Roma nello studio di Campo Marzio insieme al fratello Gregorio, maggiore di età ma di minore talento. Nella galleria di casa Ruffo, in Messina, di Mattia Preti c’erano, come detto, oltre alla “Sofonisba” già citata, un “Dionisio di Siracusa” eseguilo in Malta nel 1662, la “Storia di Rachele” e il “San Luca sopra un bove” che don Antonio ebbe in eredità dal fratello Flavio, passato a miglior vita nel 1665, ucciso dalla peste, e dalla madre, donna Antonia Gotho. Finivano qui le committenze al Preti, il quale avrà una fitta corrispondenza col duca, sempre più sordo alle richieste del devoto paesano, ma tanto pressante nel chiedere sempre consigli per acquistare dipinti di autori, quali Tiziano. Veronese, Carracci, Gentileschi e altre opere che i procuratori del Tesoro di Malta, Monteraut e de Fursat, alienavano. E a proposito dell’ipotetico lavoro per la Matrice di Messina, il Preti scriveva al Ruffo, il 2 ottobre del 1661, da Napoli, una lettera che sarebbe rimasta senza risposta, dato che ricordava al nobile conterraneo che “… ora per il desiderio che di S.S. dì persona e anche di essere onorato di questa nobilissima Città di Messina in publica per la medesima Cita io mi contento e rimetto a S.S. Ill.ma ogni mio interessa, che so che farà cosa da pari, pur che la medesima mi onori di una sua lettera per tale opera e io sono prontissimo alli suoi comandi… mentre per finire li bagio le mani…” econtinuò invano,il buon Preti a “bagiare” a ogni chiusura di lettera, quelle mani che don Antonio non tendeva al suo devoto paesano. A mo’ di ringraziamento, il munifico Ruffo, si limitava però a inviargli delle pezze di stoffa, affinché il Cavaliere potesse rinnovare giacche, firrioli e casuni, fin troppo lisi come menzionava egli stesso, costretto sovente, a coprire i rattoppi col prestigioso mantello dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Ordine che in fin dei conti, nello sfruttarlo, non fu secondo al Ruffo, con l’aggravante del plagio operato nel nome dei millantati doveri, promessi con giuramento di fedeltà ai gerosolimitani.
Invero, il Preti, dal 1661, anno in cui si trasferiva da Napoli a Malta (forse nel tragitto, soggiornò in Messina) non poté lasciare l’isola, pur richiesto in altre città, impedito dagli speciosi obblighi che lo legavano alla nomina a pittore ufficiale dei Cavalieri; fu quasi un sequestro di persona, una costrizione ideologica che lo indusse a decorare con notevole impegno, le chiese di La Valletta, continuamente blandito con promesse di lauti guadagni che si tramutavano, puntualmente, in miseri e saltuari acconti, qualche medaglia e ipotetiche pensioni, mentre i suoi e confrati, tra un assalto e l’altro alle feluche turche, (turchi e cristiani sì davano a vicenda del “cane infedele) senza badare a spese e mortificazioni, si sollazzavano tra feste e festini nei dorati palazzi.

Non a caso il Preti esprimeva al duca, nel 1663, il suo disappunto sulla condotta dei Cavalieri e del Gran Maestro, Fra Martino Redin, scrivendo: “… non ò avuto ne una dimostrazione cossì delli quadri auti dal Gran Maestro come dell’opera della Ciesa (di San Giovanni) penzando che solo mi basti l’aplauso dell’opera e io che ò speso quel poco denaro che mi portai che già sono in fine…che il dipingere non si puoi far in gredenza con solo la speranza di penzioni che non si pagano mai…” e per chiudere, “bagiava” sempre le mani di don Antonio, insensibile alle lamentele del disperato pittore, ma sollecito a commissionargli incetta di opere di mano altrui. Anzi, il duca di Bagnara, continuava a ignorare il Preti come artista, quando chiamava i pittori messinesi Bova e Scilla, per farsi decorare le volte della sontuosa dimora destinate alla distruzione durante la rivolta, contro gli spagnoli nel 1672/78, dal Ruffo, osteggiata, perché fedele alla corona di Spagna. Intanto per prudenza, don Antonio lasciava la città dello Stretto, per rifugiarsi nella sua Bagnara, dove anche il mare e il pescato gli appartenevano e, al sicuro, aspettava fiducioso il ritorno degli spagnoli, i quali, rimesse le mani sulla città ribelle, premiarono l’accorto Ruffo concedendogli, i feudi della Scaletta, tolti al barone don Giuseppe Marchesi, fiero “malvizzo” e il titolo di Principe. Svanirono anche i bei tempi vissuti prima della rivolta e nella casa alla Palazzata., non risuonarono più sotto i soffitti affrescati, i madrigali che accompagnavano le danze, e le teste allietate dalle voci cristalline dei “figghioli castrati”, tutto era Imito e appartenevano le giornate liete, a una età irrimediabilmente perduta, come abolita, fu la libertà e, ai messinesi, per dileggio, cantarono, dopo la partenza dei traditori francesi (li gaddi, i galli) che “… ristau sulidda la gaddina nama / si fici paci ppi la so ruina (la pace di Nimega del 1678) abbandonava Messina alla feroce vendetta degli spagnoli, per mano degli assassini de Bonavides. il viceré e del Quintana) ci pirsi la ricchina e la cullana / non c’ è cchiu fumu nta la so cucina / e disparata lu succursu chiama / lu portu è apertu e sta senza catina / non c’è cchiù privilegi né campana…
Anche per il Cavaliere proseguiva resistenza grama, tra difficoltà economiche e recriminazioni, costretto a vivere di malavoglia nell’isola di Malta. Tuttavia, proseguiva, il buon calabrese, a lavorare non solo per non rimetterci il credito, che sperò invano di recuperare, ma ancora e soprattutto perché animato da un grande sentimento mistico che poneva al servizio della Fede, anche se avrà rimpianto le sue giornate trascorse a Roma, quando libero dalle spire dei Cavalieri, mostrava il suo talento affrescando l’abside di sant’ Andrea della Valle.
Rivelava, in questa grandiosa opera, quanto era riuscito a rielaborare dagli stili, scuole e tendenze che animavano la pittura del suo tempo, oscillante tra l’Accademismo degli “Incamminati e le dinamiche eleganze dei Domenichino, intingendo pure il pennello, nella dorata, raffinata tavolozza della pittura veneziana e, scrutando le tenebre caravaggesche, portava alla luce la sua personalità volta alla sintesi iconografica, amalgamata nella modulazione di atmosfere tendenti al lirismo, dove rifluiva il sentimento elevato a preghiera. Fu una strada impervia, quella percorsa dal Preti, dai tratturi della selvosa Taverna, dove vide la luce nel 1613, alla capitale della cristianità, Roma in quegli anni soggetta a un rinnovamento edilizio urbano, tramato dal Bernini e dal Bornomini. Si realizzavano infatti, sontuose chiese, scenografiche piazze e palazzi corredati di cappelle e teatrini, luoghi deputati allo strusciare di sottane gonfie di crinoline di seriche vesti talari tra arabescate palandrane e teste imparruccate, Nell’intreccio di intrighi politici e ovattanti amori, giunse il diciasettenne Mattia, spaesato e chiuso nel bossolo della sua educazione patriarcale, accolto dal fratello, dal quale riceveva i primi rudimenti del mestiere che ne stimolarono il potenziale talento, che si risolveva in una serie di riflessioni che attraversarono diagonalmente, la sua qualità pittorica, intensa di vibrazioni atmosferiche e di monumentalità compositiva.

A Napoli, Modena come a Roma, a Taverna, Malta (a Messina, nel museo regionale si conservano due dipinti a lui attribuiti, la “Madonna della Lettera” e un “Cristo deposto”, in uno scorcio ardito, entro un ovale) le opere mostrano la costante timbrica e il ritmo iconografico che li accomuna, dove i santi e i comuni mortali, il cielo e la terra, hanno la stessa solidità corposa e plastica, tangente un senso popolaresco, nell’accezione più nobile del significato, sottolineato dal chiaroscurato clima, fremente di drammaticità. La suddetta qualità artistica la profuse per oltre trent’anni, dipingendo, a la Valletta mentre Messina l’attese invano, pur chiamato dai gesuiti, per ornare la chiesa di San Nicolò, poiché il Gran Maestro gli negava ostinatamente il visto di uscita dall’isola e il buon Mattia, amareggiato, scriveva al Ruffo per intercedere alla sua liberazione. Scrisse ancora il 10 marzo del 1669, che nei suoi confronti trionfava la tirannia “… contro chi à fatto quel che ò fatto io ne so risolvermi dispiacendomi il partire per non perdere quanto ho fatto … mi vedo più rovinare e vivendo in tanta confusione prego la S.S. ill.mo consolarmi con i suoi comandi”.
Non vennero né comandi né permessi, anzi, l’attesa fu intensa di significativi e crudeli silenzi, rimasero impassibili come statue di marmo, il duca e il Gran Maestro, verso l’esule calabrese, buono come il pane, figlio sfortunato di una terra generosa, destinata a donare agli altri, l’operosità dei suoi figli, da sempre sfruttati e dimenticati, e poteva farla propria, il Preti, la canzone della sua gente sulla malasorte che scandiva, inesorabile, gli ultimi anni di una esistenza operosa di grande artista, al colmo delle delusioni avute come mercede al suo donare, tanto e invano: “… di quanti sfurtunati su à lu mundu / eu lu cchiù randi mi vogghiu chiamari /jettu la pagghia a mari e mi va an fundu / e all’atri viu lu chiumbu nzummari / … autru spremi la petra e nesci zucu: pi mia ssiccaru tutti li funtani…”
Traduzione “… di quanti sfortunati ci sono al mondo io il più grande mi voglio chiamare, getto la paglia nel mare e mi va al fondo mentre degli altri, vedo il piombo galleggiare …altri spremono la pietra ed esce succo: per me si sono essiccate tutte le fontane …”

Fortunato Pergolizzi

Parentesi anno III n. 14 luglio/agosto 1991 

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