Associazione Culturale Parentesi


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Avvenimenti

Recensioni libri – “Giallo Siciliano” romanzo di Geri Villaroel

GIALLO SICILIANO di Geri Villaroel

Ed. Fratelli Laterza. Bari,  1989

   I frequentatori di libreria che accarezzano, con mani sensibili da ciechi, le copertine dei volumi posti sui banchi, cercano, anche attraverso la porosità della carta, di individuare cosa contengono, evitando così di perdere tempo a leggere cose inutili, o peggio, dannose. Questo “Giallo siciliano” di Geri Villaroel, lire 24.000 edito da “Fratelli Laterza” (che non è la “Laterza”, come “Leonardo” non è la “Mondadori”), al tatto è pieno, alla vista è abbagliante (la splendida copertina di Paulucci), all’odore è accettabile. Simpatico, in una parola, con il bel ritratto dell’autore fotografato da Gian Gabriele Fiorentino e riprodotto in copertina, la cui descrizione puntuale, “autobiografica “si ritrova nel personaggio di Gaspare (pag. II): “ancora abbastanza prestante, portava benissimo quell’età, estremamente delicata, che navigava tra i cinquanta ed i sessant’anni. Era di aspetto giovanile con i capelli radi ed appena brizzolati, sufficientemente alto, di portamento snello, affabile, rude nel tratto, ma denso di simpatia, dimostrava soprattutto una spiccata personalità”. Il lettore quindi, in questo caso aprirebbe il libro. Qui cominciano i guai, però. Subito. Intanto la presentazione dell’editore, retorica banale, perfino inaffidabile sul piano grammatical-sintattico, tant’è che ci vediamo costretti a, chiedere, visto che si firma l’editore e che, come abbiamo detto sopra, l’editore è “Fratelli Laterza”, a quale dei fratelli in questione (due? quanti?) vanno addebitate le intemperanze logico-grammaticali. Scavalcata quindi a pie pari la inutile, dannosa anzi, presentazione, neppure l’”ouverture” del romanzo è convincente, con quel riferimento alle cicale il cui “zirlare più che un canto era un appello di sete”. Ma l’autore non ci può lasciare cosi. Dopo averci informato che le cicale sono poliglotte (dato che “zirlare” è proprio del tordo – vedi Dizionario Garzanti – mentre le cicale, come abbiamo appreso da piccoli “friniscono”) ci dice che hanno sete Ma di che, di grazia? Ricordiamo dalla famosa storiella che erano piuttosto vanesie a cospetto delle laboriose formiche. E allora? Cognac, grappa? E se di acqua, come, liscia o gasata…? E ancor più in là, la “minchia” viene definita parola “fallica”. Certo, come dire che cetriolo è pare a cetriolica e carne parola carnivora…per non parlare poi delle olive che rullano nei canestri…”
Ma non è il caso di insistere in questo versante. Il gioco sarebbe fin troppo facile dato che l’autore, in fondo, si espone tranquillamente ad osservazioni di tal genere. E, tutto sommato, è questo il lato piacevole del libro (al di là della lingua forzatamente vernacolare, del mito del maschio che ne costituisce una sorta rigida spina dorsale, dei tanti “homages” obbligati, da Liolà al   pardo), la capacità affabulativa dell’autore cioè, che pur tra ridondanze, eccessi, in mezzo a personaggi improbabili vecchie zitelle siciliane che si esprimono come la Aspesi – mette in mostra se stesso, esibisca la propria simpatia, come usa fare -e già sappiamo con successo nei conversari con gli amici, protetto se non dal galeotto “cedro del Libano” che dà il titolo al primo capitolo del libro, dai rassicuranti convivi rotariani o dalla soffice atmosfera della provincia, nel cui ventre molle trova nutrimento e consenso la rigogliosa pianta dell’esistenza borghese.

Adele Fortino

 

Parentesi anno II n. 8 maggio 1990

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