Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
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Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

Perle di filosofia :“CONSUMARE E NON PENSARE È LA FINE DELLA STORIA”?

(Antonio Donghi, Circo equestre,1927)

 

 

di Trento Malatino

Si è cominciato, alcuni anni or sono, con l’abuso del «post»: il «postindustriale»: il postmoderno alla fine della tarda modernità, le post-avanguardie nell’arte; e si è andati avanti (o indietro?) fino ad affermare – ma senza un brivido – la fine della storia. Di qui il situarsi dell’umanità «postistoria».
Che significano queste perentorie – e secondo il mio giudizio – raggelanti affermazioni? Lo spazio di cui qui si dispone non consente di farne un’analisi puntuale. Si può soltanto tentare – correndo rischi di inevitabile insufficienza – di raccoglierle sotto il denominatore comune di un loro uso metaforico per tentare di convincere che ormai la categoria del nuovo, che è stata consapevolmente immanente in tutta l’epoca che va dall’Umanesimo ai giorni nostri, è un’illusione.
Al nuovo segue un nuovo nuovo (mi si perdoni il bisticcio) che annulla il precedente, e quindi tutto è un’illusione (Emanuele Severino). Non resterebbe che, «l’eterno ritorno del medesimo» (Nietzsche); cioè la routine, il divenire apparerete. E le variazioni nel tempo? Nient’altro che accidenti riassorbibili.
Che fare, allora? Accettare la quiete, e con la quiete soprattutto l’esistente e tornare, spegnendo la creatività, a forme precedentemente esperite e in qualche modo consonanti con queste esigenze, e il più delle volte prive di senso tranne quello del già visto che gratifica chi, senza accorgersene, è un pezzo della gran macchina della complessità sociale odierna?
Si può dire che circoli una parola d’ordine; consumare e non pensare, consumare e non vere problemi; e se problemi insorgano, lasciare che li risolvano altri. Chi?- che squallore!…
Lasciare manipolare, pare che divenga una condizione di alto gradimento.
Intanto dagli Stati Uniti giunge la notizia che la prospettiva, già delineata dal citatissimo saggio di Francis Fukuyama sulla «fine della storia», pubblicato sulla rivista «National interest», troverà approfondimento in un libro che diventerà sicuramente un best seller mondiale. Sembra che egli rimpianga la caduta della categoria del nuovo.
Intanto le liturgie dei sacerdoti del nulla insistono nel tentativo di ottenere l’assuefazione all’idea della fine della modernità e della storia. Questo discorso si è chiaramente manifestato all’inizio degli anni ‘60 con il filosofo e sociologo tedesco Arnold Gehlen, il quale, – di conserva col neopositivismo che intendeva limitare il divenire della storia a ciò che è manipolabile sul piano puramente tecnico, conservando la struttura sociale che sta alla base della tecnica, – sosteneva che «l’umanità deve sistemarsi nel circuito adesso esistente delle idee-guida». E aggiungeva; «lo mi espongo dunque fino al punto di predire che la storia delle idee è conclusa e che noi siamo arrivati alla postistoria… Per cui la terra, quando non può più verificarsi alcun evento di qualche importanza che non venga rilevato, diviene priva di sorprese…» Ma già il filosofo ungherese György Lukács, nello stesso periodo di tempo, criticamente affermava «L’autocompiaciuta contentezza di sé del neopositivismo e la ribellione a priori condannata all’impotenza sterile dell’esistenzialismo sfociano allo stesso modo nella negazione di un futuro che sia opera dell’umanità stessa».
Non c’era, e non c’è, da stare allegri. Altresì, proprio sul versante dell’ermeneutica esistenziale heideggeriana di questi ultimi anni, il filone della postmodernità e detta postistoria si diffondeva ampiamente in Italia Gianni Vattimo, filosofo operoso e fecondo, ne è stato il rappresentante più significativo. Elaborando una sua teoria sul «pensiero debole», sembra andare oltre la concezione dell’essere di Heidegger. Sostiene il concetto dello «sfondamento dell’essere» e della sua «risoluzione» (o dissoluzione) nel valore di scambio». Gli si può subito opporre che in tal modo come ogni cosa non può non essere scambiabile, cosi anche la persona umana è mercificabile e perde il carattere di fine in se che le aveva riconosciuto Kant.
L’essere dissolto non rimane più nemmeno nella sua somma generalità e occorrendogli delle specificazioni, per non rimanere vuoto, si disperde nel modo di un empirismo pulviscolare o, che è peggio, si acconcia alle affezioni di un pragmaticismo senza principi né prospettive né progetti di lunga durata nell’orizzonte, appunto, della storia. Infatti a lui non ripugna la veduta del Nietzsche del nichilismo perfetto. Di qui la coordinata prioritaria di queste sue
posizioni, per inevitabile conseguenza, è -la fine della modernità» (titolo di una sua opera) e quindi la fine della storia.
E già da tante parti si è anche sostenuto che non e più pensabile l’idea
del progresso, del quale la storia non sarebbe il terreno del suo realizzarsi. Esso è ricondotto a un’idea falsa e bugiarda. D’altro canto, si insiste in una avversione all’universale, quale condizione del «postmoderno». Soprattutto dalla Francia si diffondeva ciò che Lyotard sosteneva nel suo libro intitolato La condizione postmoderna. La sua influenza, divenuta di moda – questa terminologia si faceva sentire prevalentemente nel campo delle arti e della letteratura, – dilagava anche negli Stati Uniti, dove si incontrava con un favorevole terreno di coltura: il “decostruzionismo”, manifestatosi per gli stimoli provenienti dalla ricerca filosofica heideggeriana del francese Jacques Derrida. Esso, in ultima analisi induce ad una sorta di neo-intuizionismo e significa la dissoluzione di ogni testo (o contesto) e la ripulsa di ogni metodo di interpretazione intessuta di coordinate razionalmente mediabili. La meta ultima della enunciazione della fine della storia sembra essere l’accettazione supina dell’omologazione col superamento del conflitto. Si inclina a non pensare che la conflittualità è il carattere essenziale della vita e della storia umana. E non si pensa che essa non tanto possa essere superata quanto si debba elevarla nell’ambito di una nuova civiltà e di una cultura, il cui elemento essenziale non può che essere lo sviluppo della democrazia. Ma la reiezione di queste posizioni ruotanti attorno alla -fine della storia» si è subito manifestata.
Mi limito, per la necessità di essere breve a darne conto succintamente. La linea di un sostanziale intervento critico, con larga e incalzarne diffusione, l’ha indicata Jurgen Habermas, uno dei più grandi intellettuali europei. L’ultimo impegno della sua molteplice e influente attività l’ha manifestato in un libro del 1985 (pubblicato in italiano due anni dopo da Laterza) dal titolo Discorso filosofico della modernità. Nel quadro della sua teoria dell’agire comunicativo ridà alla storia le sue incontrovertibili dimensioni, respingendo gli argomenti affetti da ideologismo delle filosofie del commiato della modernità.
In Italia è stata molto acuta l’esigenza di rimettere in valore con la modernità la storia, sia pure riconoscendo la non esclusiva necessità di un ritorno al tradizionale storicismo. Molto significativa è pertanto l’opera, intitolata Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, pubblicata per i tipi de II Mulino (1989), dello storico della filosofia e della scienza Paolo Rossi. Un altro valido contributo è stato dato, in polemica con i sostenitori del «pensiero debole», da Carlo Augusto Viano con il suo libro Va’ pensiero pubblicato da Einaudi nel 1985. Infine, non si può non riconoscere che anche negli Stati Uniti si è manifestato un risveglio critico volto a prendere coscienza della genesi della problematica negativa e a spingere verso la rimozione della disposizione ad accogliere passivamente il corso delle cose, e verso «il ripristino di quella distanza critica che ha contraddistinto gran parte della tradizione moderna». Mi riferisco al libro di Frederic Jameson, edito da Garzanti (1989), dal titolo Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo.
Chiudendo questa nota mi pare di potere esprimere il pensiero che segue. Se la conoscenza storica è la documentata riflessione sul passato per comprendere il presente, come si può pensare che quest’ultimo sia privo di quell’orizzonte che non potrà non precisarsi in quella dimensione che è il futuro? Le motivazioni più o meno consce che fanno proclamare la «fine della storia» vanno affidate al non tramontato principio ermeneutico: la natura pratica dell’errore teorico.
*Trento Malatino

Prof. Trento Malatino, grande figura di docente ed educatore nella mitica sezione C del liceo classico “G La Farina “di Messina. Fine pensatore, di formazione socialista marxista, però democraticamente aperto alle altre aree politico-ideologiche, convinto del fatto che “la società potesse ricevere benefici da ognuna di esse”.

Parentesi – Anno II n.8 – maggio 1990

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