Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

Personaggi storici di Messina

FRANZ CANNIZZARO, FIGLIO DI TOMMASO:  PIÙ “GRANDE” DEL PADRE

di Marcello Danzè

  (a sinistra Franz Cannizzaro e a destra il busto del padre Tommaso)

  A Messina un nome che scorre ancora sul filo della memoria è quello di Tommaso Cannizzaro (1838- 1921). scrittore poliglotta e poeta di buon livello se non altro perché allo stesso restano intitolate una strada, una biblioteca, una scuola. Quasi a nessuno è invece nota l’esistenza del figlio di lui Francesco Adolfo, familiarmente detto Franz, che pure ai tempi suoi fu tenuto in altissima considerazione per i numerosi impegni pubblici encomiabilmente assolti ed ancor più per la fama di studioso non limitata ai partii confini. Nato il 13 luglio 1867, fu dei quattro figli superstiti il prediletto dal padre, il quale, sconsolato per la sua precoce scomparsa avvenuta il 12 maggio 1914, ne dettò in ricordo una succinta nota biografica, un epicedico componimento lirico, un’epigrafe da porre sulla “memore pietra” tombale, dove venivano in sintesi illustrate le mirabili e peculiari doti del defunto, che naturalmente non erano poche ed erano anzi conosciute se il genitore parla di lui come di un “filologo autodidatta” ch’aveva già incontrato “la stima dei più illustri zendisti d’Europa” per essere stato il “primo interprete in Italia del codice sacro dei Parsi”.

Ecco, questo implicito accenno al mondo dell’AVESTA, il libro sacro dello zoroastrismo, ci dice subito in che genere di studi era maggiormente versato il giovane Franz, che però amava anche il “libero errar” insieme “di parte in parte del sapere nei campi e in quei de l’Arte”.

D’ingegno vivacissimo e versatile, per sua natura propenso ad un autonomo accrescimento culturale, presto mostrò di possedere una mente virtualmente enciclopedica, ravvivata da un’incessante sete di sapere, che gli consentì via via di rinsaldare sulle iniziali basi educative, per lo più affidate ad esperti maestri
privati, le strutture organiche di una formazione maturata con ammirevole impegno attraverso un processo di apprendimento, che appariva avido di conoscere e soprattutto incontenibile. Anche per questo l’anziano genitore si decise a fargli proseguire gli studi nell’Ateneo romano, dove ebbe modo di trarre proficuo tesoro dagli insegnamenti di illustri maestri, quali allora erano: il  giurista Francesco Filomusi-Guelfi, l’indianista e letterato Angelo De Gubernatis, il filologo Ernesto Monaci, il filosofo Antonio Labriola, l’esperto in filologia comparata Giovanni Lignana ed altri ancora. Frutto di tali insegnamenti, nel sessennio praticamente trascorso a Roma dal 1887 al 1893 in più ampi orizzonti di visione e ricerca scientifica, furono quindi le due nutrite memorie pubblicate dal Cannizzaro junior nel 1893, “Genesi ed evoluzione del mito”, e nel 1895, “Le origini religiose dell’India e della Grecia secondo P. Regnaud”.

Poi il giovane studioso, rientrato intanto definitivamente a Messina, iniziava una fattiva e prolungata collaborazione con l’Archivio delle Tradizioni Popolari di Palermo, conseguiva nell’anno 1894 – su sollecitazione paterna – la laurea in Giurisprudenza a Catania; ma, avendo scarsa attitudine all’esercizio delle discipline legali”, per vivere, fu costretto a ripiegare sul versante dell’attività di
maestro di scuola. Partecipe, altresì, con passione e competenza, dei civici consessi, amministrò con lealtà gli affari della collettività nei vari uffici a lui affidati. Il che, tuttavia, non valse a distrarlo gran che dagli studi preferiti, se è vero che il padre continuava a vederlo “curvo” su “le sudate carte” e pago soltanto “delle soddisfazioni intellettuali” che gli procurava il senso dell’applicarsi con acribia nei diversi campi d’indagine a lui congeniali: filosofia, scienza delle religioni, studio dei miti, folklore, letteratura italiana e letterature antiche, lingue moderne europee, lingue orientali e in ispecie l’antica lingua iranica, che apprese “da solo”.

Del resto l’esatta contezza della varietà d’interessi che dominava l’intelletto fresco e vivido di quest’”umile solitario autodidatta”, che lo storico contemporaneo Gaetano Oliva definì un “anacoreta dello studio” animato da una tensione ideale è data dalla congerie di scritti “consistenti in estratti di opere studiate, in materiali raccolti per lavori da iniziare, in appunti ed osservazioni sparpagliate, in saggi di traduzioni del sanscrito e in note bibliografiche’ , tutti ritrovati e riordinati dal padre, ma rimasti in gran parte inediti e forse ancora giacenti nell’archivio della omonima biblioteca civica.

Egli intani solo nell’ anno 1913 aveva dato alle stampe un primo saggio di 55 pagine su “Il capitolo georgico dell’Avesta Vendidad III”, che Italo Pizzi, grecista ed iranista di grido, segnalò ai cultori dei testi avestici come un contributo di notevole rilevanza, pur essendo soltanto una piccola parte dell’intero Vendidad (o Widevdat), che lo studioso messinese aveva quasi portato a termine nell’interpretazione scientifica in lingua italiana condotta ‘sul testo zendico di G. F. Geldner” allorché un “morbo inesorabile” lo sorprese e ne fermò per sempre il grande cuore.

Qualche anno dopo a sua morte, nel 1916, il testo integrale del Vendidad rimasto inedito fu però pubblicato per iniziativa dell’Accademia Peloritana e a cura dello stesso Italo Pizzi, che nell’introduzione ribadiva che si trattava di un’opera che faceva “onore all’Italia” e che, se morte prematura non l’avesse sinistramente colpito, il “valente studioso” messinese avrebbe potuto dare all’Italia la prima “traduzione scientifica anche di tutto l’Avesta“. Era l’ultimo dovuto omaggio reso da un iranista di autorevole prestigio a Franz Cannizzaro, il cui lodevole intento di tradurre il corpus completo dei sacri libo iranici non era un segreto per nessuno degli altri eminenti studiosi di quel tempo. Ma fu anche l’ultimo in ogni senso perché, dopo, su di lui cadde spessa e pesante la coltre dell’oblio ■

Marcello Danzè

 © “Parentesi” anno I n. 4 – settembre – ottobre 1989

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