Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
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Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

Arte e Storia – Antonello Gagini

ANTONELLO GAGINI,  LO SCULTORE CONTESO E DIMENTICATO

  di Fortunato Pergolizzi

(Madonna delle grazie di Antonello Gagini -1498 – di Bordonaro-Messina)

 

Lo scultore Antonello Gagini fu conteso tra Messina e Palermo per via del luogo di nascita. In realtà lo scultore era nato nella capitale nel 1478 e finiva i suoi giorni in Mazzara nel 1536. Nella città dello Stretto tenne bottega dal 1498 al 1508, anno in cui si trasferiva nella città natale, dove assumeva l’incarico di costruire la Tribuna del Duomo, lasciando una larga schiera di imitatori, i ” gaginiani”, che dotarono la Sicilia e la Calabria di molte opere, impreziosendo le contrade, anche le più remote e dimenticate.

 

Antonello Gagini all’età di quattordici anni, nel 1492, ereditò dal padre Domenico, il mestiere, la bottega in Palermo e tanti debiti contratti per una serie di affari andati a rotoli, poiché pur essendo apprezzato scultore di Madonne, eseguite secondo un prototipo che incontrava il favore dei fedeli e che addirittura esportava in Catalogna, si dedicava al commercio dei panni e delle derrate alimentari che in Sicilia tornavano pure, come forniture di marmo bianco di Carrara.

Uno dei debiti lo aveva trattato con il patrizio messinese don Antonio La Rocca, barone di Militello, il quale come procuratore del convento di Santa Maria di Gesù al Ritiro, recuperava le sue onze facendo scolpire una Madonna con Bambino in braccio al giovane artista che nel frattempo si era trasferito a Messina al seguito del socio del padre e maestro, Andrea Mancino, probabilmente per dare una mano allo scultore don Blasco, impegnato a dover fornire entro breve tempo, “… mille lapides de bombarda, nigro de pirrera Zafferia…” ai deputati della Munizione.

Antonello che nel frattempo aveva raggiunto la maggiore età, nella città dello Stretto, oltre che il lavoro,incotrò la donna della sua vita, la figlia del datore di lavoro, Caterina e si faceva talmente apprezzare con le prime opere eseguite come “magister”, da mettere su bottega, raccogliendo numerose committenze nell’arco di un decennio di permanenza in Messina e vi gettava le basi di una fiorente scuola cui dovevano fare riferimento artisti che portavano per l’isola lo stile del maestro, i “gaginiani” appunto, e tra questi si distinguevano Giuliano Mancino, Bartolomeo Berrettaro, Fedele da Carona.

Diversamente dal padre, nelle cui opere si riflettevano le connotazioni culturali legate alla staticità romanica, secondo un modulo che si attardava nella scultura lombarda quattrocentesca, nell’orbita stilistica di Pietro da Milano, col quale aveva lavorato alla costruzione dell’arco di trionfo di Castelnovo di Napoli, il giovane Antonello si mostrava attento alle novità che maturavano nell’ambiente artistico siciliano, sensibile agli stilemi di Francesco Laurana, e sviluppava una sua matrice, misurata nei ritmi compositivi e nei segni iconografici, riconoscibili anche nelle opere della maturità.

Matrice che evolveva in morbide movenze soffuse di eleganti gesti e vibratili impronte di intensità pittorica, contenuti che si possono ancora ammirare nelle Madonne realizzate dal giovane maestro in Messina, custodite nella chiesa di Bordonaro, Santa Maria di Gesù di Gazzi, e quella attribuitagli, di Ritiro, tutte permeate di raffinate espressioni di gentilezza e scandite da movenze tese a ristabilire l’equilibrio dettato dal peso del Bambino in grembo alla Madre;elementi che davano rilievo alla naturalezza del gesto e imprimevano un leggero movimento indietro del braccio destro, piegato sul seno, moto sottolineato dal panneggio dai solchi simmetrici lanceolati verso base, lungo un asse leggermente obliquo, rievocante vaghe memorie gotiche.

Ma secondo l’usanza del tempo si aggiungevano, sul marmo scolpito, i colori e in questa fase l’attività del Gagini si intrecciava con quella degli eredi della bottega di Antonello, con salvo de Antonio figlio di Giordano, pittore di icone, per cui si imitavano nei panneggi i broccati e davano pure un tocco agli occhi e alle bocche, in modo inopportuno, per accentuare a loro modo, quel supposto realismo che doveva più tardi, essere esasperato nella iconografia barocca delle statue processionali di cartapesta, recitative di una tragicità religiosa che in fondo doveva riflettere (o riflette ancora?)il carattere dei siciliani, nelle contrapposte inquietudini che sottilmente rinviano alle radici della teatralità ellenistica.

Questo grande artista, dallo stile autonomo che non si lasciava lambire dall’invadente manierismo, e che non ha trovato il suo giusto posto nella storia dell’arte del nostro Paese, fu al centro di notevoli polemiche postume alla sua esistenza, poiché il luogo di nascita, conteso tra Messina e Palermo, provocava una diatriba tra abati, storici e studiosi a distanza di tempo e luoghi.

I contendenti spuntarono infatti le loro penne, in un duello che rinfocolava antichi rancori municipali fondati sulla mai sopita aspirazione di Messina di essere eletta a capitale e, alle origini, la disputa trovava fondamento nel contratto stipulato tra Antonello, definito messinese e tale Ferdinando Marinculo, per la compravendita di panni piemontesi, in data 16 agosto del 1500, e tale cittadinanza veniva confermata nel libro del Fasello, scritto nel 1578, intitolato “Opus Gagini messanensis”.

Per lo storico messinese Caio Domenico Gallo, autore dei famosi “Annali” che gli diedero nel 1754 fama, ma scarsa pecunia, non potevano sorgere dubbi sul luogo di nascita dello scultore e forte della testimonianza del Fazello considerata verità evangelica, annotava una fantasiosa storia di artista formatosi alla scuola di Raffaello e di Michelangelo a Roma, quando giovanetto si trasferiva dalla sua Messina che gli aveva dato i natali, a suo dire, nel 1484 e chissà come e perché, fissava anche l’anno della morte di Antonello, avvenuta nel 1571, alla bella età di ottantasette anni!

Respingeva anche con sdegno, le affermazioni scritte dall’abate Rocco Pirri nella “Sicilia Sacra”, in quanto osava ribadire che lo scultore conteso, veniva definito messinese per un errore dei tipografi commesso nell’impaginare il libro del Fazello, e per il Gallo erano queste, “…stomacose riflessioni..” al pari di quelle espresse nel 1698 da Vincenzo Auria nel “libercolo” intitolato il “Gagini redivivo”, dove veniva citato quanto stava scolpito nello zoccolo della statua della Madonna nella chiesa maggiore di Palermo: “…Opus Gagini panormitani Domenico scultore geniti XII die, novembre 1503…”, così come era rièpetuto nel San Giacomo Apostolo della chiesa dei Disciplinati di Trapani “… Antonius de Gagino Panormita sculpit A. MCCCCCXXI Juli…”.

Tutte fandonie le commentava lo storico messinese, considerazioni fatte “…in modo mordace e male affetto per la città di Messina…”, tanto che imperterrito mise mano per scrivere ancora di Antonello esule dalla presunta città natale, per un torto subito dal Senato, il quale gli preferì il Montorsoli per realizzare alcune fontane ornamentali, come di fatto avvenne, il fonte Orione e il Nettuno, non tenendo conto che in realtà, il Montorsoli aveva incontrato la delegazione messinese a Roma nel 1547 (Michelangelo declinò l’incarico) e che lo stesso Antonello concludeva la sua vita terrena a Mazzara nel 1536 e gli mise in bocca, pure la desueta invettiva: “…ingrata patria nec cineres meos habebis…” al culmine di un modo delirante di fare storia a vanvera, pur essendo stimato “dotto” dai suoi concittadini.

Almeno sino al 1883, anno in cui l’abate Gioacchino di Marzo, dei Gagini forniva una documentata storia fondata non solo sugli epitaffi, ma tratta dagli atti notarili, e aveva modo di riaffermare senza tema di smentite, la nascita in Palermo di antonello intorno al 1478, città eletta a domicilio dal lombardo Domenico che prendeva in moglie, prima Soprana savignone da Carini e in seconde nozze, dopo una breve vedovanza, Caterina, madre di Antonello e di Lucia, i quali si aggiungevano a Giovanni, figlio di primo letto e si mostrava così intraprendente Domenico, da fondare una corporazione tra “magister”, “mazonius” e “marammieri” lombardi, presenti in Sicilia, con intenti di mutuo soccorso, secondo i costumi venuti dalla Francia, dei liberi muratori, i soli che potevano tramandare i segreti dell’arte di costruire le basiliche.

Ma il Di Marzo non fu lo stesso gradito da un epigono del gallo che ebbe l’ardire di definire gli scritti dell’abate “… rancido intento di impanormitare tutto quanto di pregevole si ebbe in Sicilia…” qualificandolo “farraginoso ed erudito bibliotecario”. Era il professore Pavone che si sfogava in un libretto pubblicato nel 1892, intitolato “Cronache d’arte” che dedicava pomposamente al prefetto di Messina, il conte Guglielmo Capitelli, uno scritto segnato dall’enfasi e dalla arrotondata retorica che può tornare semmai utile, solo per alcune testimonianze su alcuni monumenti scomparsi col terremoto del 1908.

E toccava ad Antonello Gagini la stessa sorte subita dall’altro Antonello, il pittore, col quale fu spesso confuso, quella cioè di avere avuto le ceneri disperse, come cancellate furono le chiese che le custodivano.

Fortunato Pergolizzi

© “Parentesi” anno I n.4 settembre/ottobre 1989

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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