Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

Avvenimenti

Una pagina di storia per la conquista dell’autonomia siciliana

La loro sfida spavalda contribuì all’autonomia siciliana

I RAGAZZI MESSINESI DELL’EVIS AL COMBATTIMENTO DI S. MAURO

di Bruno Villari

 (Concetto Gallo e Antonio Canepa, in alto, Salvatore Aldisio e Antonio Varano, in basso)

Il gustoso episodio qui raccontato dal professore Vincenzo Modica con goliardica spigliatezza è parte di un sanguinoso dramma nel quale furono coinvolti una quarantina di ragazzi siciliani dell’esercito separatista (gran parte dei quali nostri concittadini) e reparti dell’esercito e dei carabinieri: la battaglia di S. Mauro, una località nei pressi di Caltagirone dove, verso la fine del 1945, si era insediato il comando dell’Evis per la Sicilia orientale.

Vincenzo Modica è nato a Messina il 2 febbraio 1928, terzo dei sette figli di Francesco, Il Maestro che si segnalò anche per la sua incrollabile fede repubblicana. Vincenzo è laureato in lettere ed è stato per molti anni professore di materie letterarie nella media. Attualmente insegna presso l’istituto Darwin.

È stato segretario della sezione repubblicana Mazzini e successivamente segretario provinciale del Pri. Divenuto poi presidente delle federazioni provinciali del partito repubblicano, è componente del comitato di segreteria regionale

Ha scritto numerosi articoli, specialmente sulla questione meridionale alla quale ha dedicato e dedica gran parte della sua attività politica.

Educato agli ideali mazziniani, Vincenzo aderì nel 1944 al ricostruito Circolo giovanile repubblicano del quale era segretario il fratello Nino.
Al Circolo si erano iscritti molti giovani antifascisti che condividevano il malessere per la ricomparsa sulla scena pubblica di personaggi compromessi col passato regime. Essi sostenevano peraltro che il fascismo si era potuto affermare grazie al tradimento della monarchia che doveva perciò cadere come era caduto il regime. Ma il loro impegno politico era anche mirato contro l’accentramento unitario, attaccato allora da buona parte della stampa cittadina.

Le premesse per una identificazione fra separatismo e avversione alla monarchia (e quindi al principio unitario che essa rappresentava), si erano profilate già nel novembre 1943 con la comparsa sul Notiziario di Messina di un articolo di fondo in cui il direttore Silvio Longo, ripercorrendo per sommi capi la storia della Sicilia, scriveva: “… La Sicilia fu peraltro una delle regioni che più sentirono gli ideali del Risorgimento… e accettò di farsi assorbire totalmente
nell’Italia. Una sacrificando grandi e vitali interessi … L’accentramento purtroppo …si tradusse per la Sicilia in una situazione di asservimento morale, politico ed economico… La Sicilia è stata lasciata a sé stessa… sacrificata agli interessi industriali del Nord …Il regime fascista, lungi dall’attenuare questo squilibrio, lo aggravò … Oggi la Sicilia non sente di ripetere un errore storico
che ribadisca sotto altre forme l’assoggettamento e l’abbandono in cui fu relegata …La Sicilia deve essere messa in grado di potere garantire da sé la propria amministrazione e i propri interessi, soprattutto economici- Due soluzioni a questo punto si presentano. La prima è quella di rimanere nell’ambito della famiglia nazionale, ma con propria autonomia di governo e
cioè quale Stato facente parte di una confederazione italiana. La seconda soluzione è quella dell’indipendenza sotto la garanzia delle Nazioni unite.

Nell’articolo era anche riaffermato il diritto del popolo siciliano di decidere autonomamente del proprio destino.

Su questa base programmatica si innestarono le rivendicazioni dei giovani repubblicani che si ispiravano a Carlo Cattaneo e non accettavano la via attraverso cui era passata, nel 1860, l’annessione della Sicilia, realizzata grazie all’alleanza tra borghesia e nobiltà che aveva tagliato fuori le classi popolari e subalterne. L’annessione voluta dalle due classi del Mezzogiorno che si illudevano di potere concorrere allo sviluppo economico e politico dell’Italia in condizioni di parità con quelle settentrionali, portava però all’accettazione dell’egemonia dello stato piemontese …” e alla realizzazione “di un compromesso: la nobiltà e la borghesia meridionali rimettevano la direzione politica delle Due Sicilie alla classe dirigente settentrionale, non si opponevano allo sfruttamento e alla colonizzazione del Mezzogiorno, e in compenso la borghesia settentrionale garantiva, col peso della sua organizzazione statale, la continuità e l’intangibilità dei loro privilegi sui contadini e sulla terra” (Vincenzo Modica, “Le due Italie”, in Poloverde del 10/4/’82).

Questi dunque i presupposti ideali che portarono i giovani repubblicani messinesi a aderire alla inevitabile svolta militare del separatismo siciliano. Ma verso la fine del ’44, quando la crisi alimentare si era fatta più acuta e la protesta popolare era esplosa in rivolta, il movimento separatista registrò anche il massimo consenso popolare. – In questo clima la chiamata alle armi parve perfino provocatoria e molti coscritti non si presentarono, incoraggiati anche da un volantino del Comitato repubblicano in cui si affermava che 7 giovani della Sicilia intendono conservare le proprie forze per riscattare l’onore al momento opportuno”. Al governo venivano poste quattro condizioni: annullamento dell’armistizio, decadenza della monarchia, restituzione della libertà e pane per il popolo.
Se tali condizioni non fossero state accettate entro dieci giorni, “saranno immediatamente costituite bande armate sulle montagne della Sicilia e saranno iniziati atti di ostilità contro gli Alleati e contro il Governo”.

Coraggiosa sfida alla quale seguirono i fatti. Il 17 giugno 1945 in un agguato tesogli dai carabinieri nei pressi di Randazzo cadde Mario Canepa comandante
delle formazioni orientali dell’Evis. Gli successe Concetto Gallo che stabili il quartier generale in una sua proprietà in contrada S. Mauro, presso Caltagirone.

In ottobre Parri fece arrestare Varvaro, Restuccia e Finocchiaro Aprile, il leader che aveva inviato ai Cinque, riuniti alla conferenza di Londra, un telegramma in cui si minacciavano disordini se non si fossero date garanzie per l’indipendenza della Sicilia.

Era oramai chiaro che si andava verso la lotta armata.
Da Messina, eludendo i controlli della polizia, partirono alla spicciolata una quarantina di ragazzi. A S. Mauro essi videro sventolare alta la bandiera a strisce orizzontali gialle e rosse con la triquetra d’ora in campo azzurro nell’angolo superiore, che da lontano rassomigliava alla bandiera americana. Ma non videro altri segni che indicassero un campo militare. Sull’ampio pianoro soltanto tre povere casupole sparse. In seguito, si videro pochi uomini armati di mitra che si aggiravano con l’aria spavalda dei veterani: erano quelli della banda dei Niscemesi. Tutti gli altri, sparuti, con fucili che sulle loro spalle sembravano cannoni, erano ragazzi volontari dal viso allampanato e senza peli. Niente artiglieria. Solo due mitragliatrici.

Quando fu l’ora di combattere si trovarono di fronte un generale, centinaia di soldati, carabinieri, armi pesanti e carri mandati dal commissario del governo Salvatore Aldisio, acerrimo avversario del movimento separatista.

Fiumara Iniziò le operazioni la notte del 28 dicembre, cogliendo la favorevole circostanza della nebbia che gli consenti di circondare la località senza esser visto.

Quando la mattina del ’29 le truppe furono avvistate da una pattuglia in perlustrazione, l’accerchiamenti era già compiuto.

Il combattimento Iniziò alle nove. Il minuscolo gruppo di S. Mauro era costituito da 43 volontari in gran parte messinese. Gli undici fuorilegge della banda Avila ebbero incarichi di pattugliamento e di collegamento all’esterno della linea e non parteciparono quindi allo scontro.

I ragazzi furono divisi in quattro squadre. Nella terza, comandata dal messinese Piero Napoli, militavano, fra gli altri, Gianni Implora, che fu ferito nel combattimento, Domenico Frisone, anche egli ferito, Sandro Staiti, Manfredi Costanzo, i fratelli Giovanni e Giuseppe Barbera, Giovanni Scarinci, Nunzio Venuti e Giovanni Mundo. Fu la squadra che si distinse più delle altre e meritò una segnalazione. Vincenzo Modica era stato aggregato al comando generale insieme a Giuseppe Venuti e Umberto Siracusano.
Concerto Gallo, che alle prime fucilate si era allontanato dal campo portando con sé un paio di ragazzi con l’intento, dichiarato a posteriori, di concentrare su di sé il fuoco degli attaccanti, “sì da consentire a tutto il resto della brigata di ritirarsi per eventualmente contrattaccare’ (lettera-rapporto dal 4/1/46 inviata
a Guglielmo di Carcaci, comandante supremo dell’Evis), fu subito catturato in circostanze mai del tutto chiarite.

I ragazzi messinesi, senza comando, né direttive tattiche, né, tantomeno, alcun sostegno logistico, continuarono a sparare fino a sera coi loro fucili, mai scorati dal tuono dei mortai né dall’incessante miagolio delle pallottole di mitraglia.

Quando sopraggiunse la notte e le armi tacquero, i Niscemesi, eludendo l’accerchiamento, rientrarono nel campo per raccogliere i volontari e trarli in salvo.

II mattino successivo il generale Fiumara trovò il pianoro deserto.

Usciti da quell’inferno alcuni ragazzi, sfuggendo ai posti di controllo della polizia, rientrarono a Messina a piedi e con mezzi di fortuna. Altri seguirono incautamente per qualche tempo la banda Avila, subendone spesso le angherie e condividendone involontariamente qualche triste impresa. Francesco Modica, in un intenso articolo sul Notiziario di Messina del 20 maggio 1948, in cui i sentimenti del patriota idealista prevalgono su quelli del padre coinvolto in quelle drammatiche vicende, scrisse: “…
quando la coalizione dei benpensanti infieriva sulle piazze e sulla stampa, quando si profilava nera a ammonitrice l’ombra del carcere e del plotone di
esecuzione per lesa Patria, e l’odorai polvere si faceva più acre, fu privilegio di pochi imberbi giovinetti credere ardentemente, con l’ingenua fede dei loro candidi vent’anni, nei diritti della Sicilia, nel suo divenire, nella libertà … S.
Mauro fu sfida lanciata al mondo, alle menzogne, alle vergogne, agli inganni, ai bassi e vilissimi calcoli, al piombo regio, all’Italia savoina. Fu condanna dei suoi sistemi accentratori e soffocatori di ogni nostra iniziativa. Fu il rifiorire magnifico dell’impulso generoso del nostro sangue migliore, l’inno della forte gente di Sicilia, echeggiante nei secoli contro ogni forma di sfruttamento …” E ancora: ‘Non discutiamo né giudichiamo se quei giovani fossero nel vero o nel falso, se facessero bene o male: non spetta a noi sentenziare; lasciamo ad altri quest’arduo o facile compito. Noi vogliamo dire soltanto che quaranta giovani, fra i quali sono molti repubblicani, credenti in un ideale, sospinti da una fede, senza nessun calcolo, senza speranza di medaglie o di medagliette, per reazione ad uno stato di cose veramente deprecabile, in nome della gente di Sicilia, accettarono dibattersi in pochissimi contro migliaia, male armati contro armi potentissime … E dobbiamo pur riconoscere che quella loro sfida spavalda contribuì non poco alla nostra autonomia.

Pochi mesi dopo la battaglia di S Mauro, infatti, il 15 maggio 1946. Umberto II firmava il decreto di approvazione dello statuto che concedeva alla Sicilia lo status di regione autonoma.

Bruno Villari

© “Parentesi” anno I n. 2 maggio/ giugno 1989

(Andrea Finocchiaro Aprile,in una foto scattata nel 1945 davanti all’albergo  Reale- collezione avv. Giuseppe Coppolino)

IL LUPO MANNARO A S. MAURO

di Vincenzo Modica

Quella notte il comandante aveva provveduto a dislocare una pattuglia non lontano dalla strada provinciale, allo scopo di assicurare un efficiente servizio di guardia in occasione dell’arrivo, nel nostro campo di S Mauro, di un personaggio molto importante. Si diceva, ma io non ne ebbi mai la certezza, che si trattasse di un inviato di Salvatore Giuliano, a quel tempo colonnello dell’E.V.I.S. (esercito volontario indipendentista siciliano) il cui comandante generale era Guglielmo di Carcaci. Della pattuglia avanzata, che si era allocata in una piccola costruzione non molto lontana dalla strada da sorvegliare, faceva parte, oltre a me e ad altri tre giovani, il figlio del bandito Avita, un giovinastro allampanato e taciturno, con cui non eravamo riusciti mai ad entrare in confidenza. Ostentava, a tracolla, un mitra, da cui non si separava mai, e portava con sé una sacca stracolma di caricatori e di bombe a mano. Capoposto era il più anziano. Credo che non avesse più di ventitré anni. Era anche lui di Messina, come la stragrande maggioranza dei giovani che costituivano il primo nucleo di quel nuovo campo dell’Evis che Concetto Gallo, nominato comandante per la Sicilia Orientale, aveva intenzione di costruire, dopo lo sfortunato tentativo dei prof Canapa, conclusosi tragicamente con la morte dello stesso in un agguato tesogli dai carabinieri in quel di Randazzo. Il nuovo campo, il nostro, si trovava in un’al tura, quella di S. Mauro, tra Caltagirone e Niscemi, e guardava, a sud, la piana di Gela. Giunti in vari scaglioni ed in tempi diversi, formavamo già un gruppo, forte di una cinquantina di elementi. Alcune case coloniche costituivano i nostri alloggiamenti. Solo in un secondo momento
si aggregarono a noi i componenti della banda dei Niscemesi, il cui capo era un nipote di Avila, don Totò, rozzo, tarchiato e violento. Eppure nei primi giorni il comandante, parlandoci dei Niscemesi, aveva esclusa l’eventualità di un nostro rapporto con essi. Ci avrebbero dovuto assicurare le spalle ed i rifornimenti, rimanendo lontani dal campo. Le cose, poi, andarono diversamente.
Debbo riconoscere, però, che ci rispettarono sempre e ci furono molto utili. Infatti, quando il 29 dicembre 1945 fummo attaccati da un contingente di tremila uomini tra esercito e carabinieri, guidati dal generale Fiumara della “Sabauda”, i Niscemesi, che erano assenti dal campo dalla sera precedente, vi ritornarono, malgrado l’accerchiamento, quella notte stessa, per portarci in salvo assieme ai feriti, evitandoci la cattura o la morte. Il comandante, spintosi con una pattuglia al di là della nostra linea di difesa, era stato catturato nella stessa mattinata. Era la fine di un sogno generoso, ma folle. Torniamo ora al racconto iniziale ed alla nostra pattuglia di guardia nell’avamposto isolato; era, in verità, una piccola stalla abbandonata. Il capoposto si era recato all’alloggio del comandante, dove era già arrivato l’ospite importante. Era già notte avanzata, e nel cielo sereno brillava la luna piena che inondava col suo chiarore la campagna circostante. All’improvviso il silenzio della placida notte venne squarciato da un urlo che aveva ben poco di umano. Mi ricordava il muggito di dolore, anche se più cupo, della giovenca che Avila padre abbatté, colpendola ripetutamente nella fronte con un grosso e nodoso bastone. Trasalimmo e ci guardammo perplessi. L’urlo, intanto, si ripeteva e sembrava si avvicinasse rapidamente. Ci stavamo ancora chiedendo di che cosa potesse trattarsi, quando il rampollo del secondo bandito di Sicilia (c’era una taglia di un milione per la cattura di Giuliano e di mezzo milione per quella di Avita), dopo aver gridato “u lupu mannaru”, imboccata l’uscita della piccola stalla, fuggì a gambe levate. La sua repentina fuga ci colse di sorpresa e ci lasciò interdetti.

Ma fu un attimo. O potenza della suggestione! Non attendiamo il ripetersi di quell’urlo terrificante. Il panico si era già impadronito di noi e ci ritrovammo fuori a correre a perdifiato per i campi illuminati a giorno dalla luna, nel vano tentativo di raggiungere Avita figlio. Quando, trafelati, giungemmo al comando, i colloqui col personaggio importante continuavano fitti in una stanza chiusa. E questo ci salvò per il momento. Il capoposto, vedendoci arrivare, si turbò parecchio, temendo un attacco improvviso. Poi, rassicurato dal nostro racconto che ascoltò con un sorriso alquanto ironico, ci fece tornare in tutta fretta sui nostri passi, prima che il comandante si accorgesse che avevamo abbandonato il posto di guardia. Il raggio impietoso della luna illuminava il nostro umiliato ritorno. Una certa titubanza, che ci accorgemmo andava impadronendosi del capoposto, non valse certo a tranquillizzarci, e con le armi spianate ci avanzavamo cautamente.

L’urlo, parò, non si ripeté. Giunti alla stalla, questa ci apparve come auspicato rifugio. Furono subito stabiliti i turni di guardia. Toccò a me uscire per primo nella notte. Pregai gli altri di non chiudere la porta e, simulando una certa noncuranza, mi avviai fuori. La calma della notte, la luna nel cielo, il fucile, con il proiettile in canna, ben stretto, fecero svanire a poco a poco il disagio provato all’inizio. Mi venne in mente il primo esperimento di turni di guardia, effettuato da noi al campo, avendo a disposizione un solo orologio. Questo veniva affidato alla sentinella che, ultimato il suo turno di guardia, lo consegnava a chi doveva subentrare al suo posto. L’indomani sembrò che il sole non volesse più spuntare all’orizzonte. L’orologio segnava già le nove del mattino, ma fuori era ancora buio. Il mistero fu presto chiarito. Ad ogni cambio di guardia ognuno aveva pensato bene di accorciare il proprio turno, portando avanti le lancette dell’orologio. Fatti i calcoli, il conto tornava. Finì con una risata generale. Ricordando tale episodio sorridevo. Giunsi, perfino, a ridere di quella debolezza” di cui avevamo dato prova poco prima, lasciandoci contagiare da quel bandito, non certamente temerario, che si era dimostrato il giovane Avila.

Ultimato il mio turno, rientrai nella piccola stalla e mi sdraiai su un po’ di paglia. Chi mi aveva dato il cambio era piazzato sull’uscio e sembrava ben intenzionato a non allontanarsene.

Lo prendemmo in giro, ma ci dimostrò che non era affatto permaloso e non si mosse. Partecipai per un poco alla conversazione, il cui tema, manco a dirlo, era la paura, poi mi addormentai. Fui svegliato all’improvviso da furiosi colpi alla porta. Frammiste ad urla ed imprecazioni udii parole concitate, i cui destinatari non tardai molto a capire chi fossero. Eravamo tutti dentro. Fuori, di guardia, non c’era nessuno. La porta, all’Interno, era sbarrata da un grosso masso.

All’esterno c’era ad urlare il comandante con altra gente a cavallo.

Forse era venuto per fare constatare al grosso personaggio la sorveglianza speciale predisposta quella notte in suo onore. Il capoposto, ancora intontito dal sonno, accorse in fretta. Nel disperato tentativo di trovare una giustificazione cominciò a farfugliare: “U lu, u lupu mannaru!… “,ma fu travolto da una sequela di improperi, e non aggiunse altro. Il comandante era letteralmente imbufalito “Ve lo do io il lupo mannaro!”. Poi si lasciò sfuggire: “VI farò fucilare”. Ma si corresse subito. Domani sarete frustati! Ve lo giuro! E tu per primo, capoposto dei miei…” Diede un colpo di frustino al cavallo e si allontana rapidamente con gli altri.

Ci guardammo costernati, mentre il capoposto, che non era riuscito ancora a superare lo shock, si chiedeva come mai quel masso fosse finito dietro la porta. Sfiduciati ed incerti attendevamo il nuovo giorno, pensando sempre alle parole del comandante, l’avevamo fatta veramente grossa!

L’indomani, però, la temuta, ma non immeritata punizione non ci fu. Concetto Gallo aveva già dimenticato l’episodio. Era fatto così Lui. I suoi ragazzi non si toccavano!

Vincenzo Modica

© “Parentesi” anno I n. 2 maggio/ giugno 1989

 

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