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Tutto cambia per non cambiare nulla

La recente tornata elettorale, il modo in cui è stata gestita la chiamata alle urne per i referendum e, più in generale, la conduzione della “cosa pubblica”, invitano tutti noi alla riflessione.
Se è vero, infatti, che tutto viene svolto in nome del principio democratico, la domanda che ci poniamo è: si può realmente parlare di esercizio della “demokratia”, classicamente intesa come governo del popolo, e dell’attuazione dei suoi contenuti?
L’andamento dell’ultima consultazione amministrativa e i conseguenti risultati impongono alcune considerazioni.
Iniziata in tono minore, la campagna elettorale si è svolta in maniera decisamente confusa, con un’aura di mistero aleggiante sullo schieramento dei partiti, all’interno dei quali sono apparsi i nomi dei candidati cosiddetti “ad effetto”, considerati delle carte vincenti. In una vera e propria babilonia di eventi, le elezioni hanno visto protagonista un elettorato fondamentalmente stanco, oscillante tra lo scontento, la disillusione e l’indignazione e, cionondimeno, distaccato. Partendo dal presupposto che le ambizioni e gli istinti dell’uomo influenzino l’esercizio dell’attività politica, le strategie messe in atto dai partiti per raggiungere un ben determinato fine seguono indubbiamente un corso piuttosto strano.
In tal senso abbiamo assistito ad un alternarsi di beghe, intrighi e denunce più o meno plateali e ad un susseguirsi di eventi propagandistici quali party, meeting, convegni, distribuzione di omaggi in pieno stile americano, show televisivi e via di seguito; tutto apparentemente rivolto a quegli elettori che, da destinatari di un messaggio, si sono in realtà trasformati in spettatori passivi di una manifestazione di esaltazione della vanità individuale.
Ciò che maggiormente ha colpito, tuttavia, è stata l’eterogeneità e la pletora di candidati in lizza.
È pur vero che ogni concezione politica, prima di trasformarsi in manifestazione collettiva, in quanto elaborazione di pensiero, è espressione individuale di educazione, di tendenze, di sensibilità. Quel che ci preme capire, in sostanza, è se possiamo davvero ritrovarne traccia in tutti i candidati di quest’ultima competizione. In effetti, abbiamo visto farsi avanti figli poco noti2 di padri politicamente noti ai quali, volendo prescindere dal loro retaggio familiare, è difficile attribuire l’espressione di ideologie politiche e riconoscere un’autonoma capacità di convinzione e un’autentica forza trainante. Il gioco politico esige il ricorso a doti quali astuzia e sagacia, ed è proprio nel tentativo di conquistare e, soprattutto, di riappropriarsi di un seguito appannato o sopito, o nel tentativo di risollevare una sorte in declino, che entra in gioco la sconfinata ambizione dell’uomo. In un’operazione di mutuo scambio, nell’interesse di entrambe le parti, inesperti candidati sono stati allettati con il miraggio di una rapida ascesa sociale, conseguita attraverso la conquista del potere, sottacendo contemporaneamente l’effettiva necessità del potere stesso di recuperare terreno affidandosi alla credibilità di figure ancora integre. E così, intere schiere di professionisti, neofiti della politica, i cosiddetti “emergenti”, sono stati candidati e lanciati allo sbaraglio in questa corrida che, senza esclusione di colpi, si è alla fine trasformata in una corsa al massacro, nella quale imperava l’atavico principio “mors tua, vita mea”.
Ma questo, purtroppo, fa parte del crudele meccanismo alla base di molti fenomeni sociali secondo il quale, quasi sempre, i mezzi illeciti finiscono col trionfare su quelli leciti.
E seppur in taluni casi, sul filo di lana, i vecchi candidati hanno riconfermato la propria posizione rispetto a questi “yuppies”, promotori di un nuovo modo, spregiudicato e tuttavia dispersivo, di fare politica, a conti fatti non è emerso alcunché di sconvolgente, o semplicemente di nuovo; in definitiva, nulla che potesse recare vantaggio alla collettività: i forti sono diventati “più forti” e i deboli, “più deboli”.
In ogni modo, nonostante il malcontento e l’indignazione generali, ancora una volta l’opinione pubblica è stata incapace di reagire concretamente a quell’abuso, perpetrato in nome del benessere collettivo. Un abuso caratterizzato dalla costante ricerca di consensi, indipendentemente dal colore, ossia la continua, deleteria affermazione di una politica ancora impostata sulla faziosità e sull’interesse; una politica gestita da pochi e per pochi.
Come sempre, dunque, si è rivelata più pertinente che mai la ben nota, amara constatazione di shakespeariana memoria: “molto rumore per nulla”. (599)

Maggio, 1990

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