Archivio Articoli Rivista

PROGETTO BANCA: VENTI DI RINNOVAMENTO

Anno I n.2
Maggio-giugno 1989

Intervista di Filippo Briguglio a Pompeo Oliva, vicepresidente della Sicilcassa

Sicilcassa-Banco di Sicilia: nascerà il grande polo bancario siciliano? Come influisce il clima di trasformazione che attraversa l’intero sistema bancario sui criteri di gestione del personale di banca sin qui adottati dalle aziende di credito? Quali le ripercussioni sulle contrattazioni aziendali? In particolare, come si prepara la Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele all’incontro con il 1992? Ne parliamo con l’avvocato Pompeo Oliva, vicepresidente della Sicilcassa.

Nel mondo finanziario e creditizio italiano spira aria di trasformazione. Con ritmo incalzante, sotto l’egida della Banca d’Italia e del Ministero del Tesoro, si susseguono le grandi manovre di fusione e accorpamento di grosse, medie e piccole banche, tese alla formazione di strutture con dimensioni tali da poter competere con i principali istituti stranieri. È la strada attraverso la quale tutte le banche procedono con impegno al fine di conquistarsi uno stabile “posto al sole” nell’ormai imminente scenario finanziario europeo.
Nell’ampio panorama di queste complesse operazioni di riassetto del sistema creditizio che si  susseguono nel mercato bancario nazionale (vedi i progetti di privatizzazione, la creazione di gruppi polifunzionali quale, ad esempio, quello perfezionato dall’Istituto Bancario S. Paolo mediante l’acquisto di alcune compagnie di assicurazioni, la fusione di banche come quelle avvenute tra il nuovo Banco Ambrosiano e la Banca Cattolica del Veneto, tra la Cassa di Risparmio di Roma, cui l’IRI ha ceduto la quota di controllo, e il Banco di Santo Spirito) tira aria di novità anche dalle nostre parti: si parla, infatti, della realizzazione di un grande polo bancario siciliano che unisca i destini dei due principali istituti di credito della nostra isola.

Chiediamo all’avv. Oliva: «È realmente ipotizzabile la fusione di Sicilcassa con il Banco di Sicilia?»

«Per potere rispondere alla domanda bisogna prima, necessariamente, fare alcune considerazioni sullo scenario di fondo del sistema bancario nazionale. Non c’è dubbio che il mondo bancario e finanziario è attraversato da vicende e processi che probabilmente nel giro di un quinquennio o di un decennio sono destinati a cambiare completamente il panorama delle banche e degli istituti finanziari in Italia. Le nuove linee di tendenza già si intravedono, e una di queste si può individuare nel processo di concentrazione che il sistema bancario italiano indubbiamente dovrà realizzare, poiché è, il nostro, un sistema eccessivamente parcellizzato e frazionato. Nel momento in cui il mercato unico europeo, ormai imminente, entrerà a pieno regime, non c’è dubbio che ci troveremmo svantaggiati se mantenessimo la situazione delle banche qual è oggi o qual è stata sino a questo momento. I giornali quasi quotidianamente si occupano di processi di fusione, di partecipazioni incrociate che riguardano anche grandissimi istituti: dalla BNL al Credito Italiano, al Monte dei Paschi di Siena, al San Paolo di Torino. Vi è tutto un movimento in cui è impossibile stabilire quanto vi sia di vero e quanto di gonfiato: accanto a fatti già consolidati, se ne prospettano altri che comporteranno conseguenze immediate, e altri ancora che potrebbero, invece, finire nel nulla. Indubbiamente, vi è una precisa tendenza della Banca d’Italia e del Ministero del Tesoro a fare in modo che il nostro paese si presenti all’appuntamento europeo, ormai prossimo, con un sistema bancario efficiente, in grado di sostenere la competizione, abolendo o riducendo molto, quindi, le aree di marginalità bancaria e di inefficienza attualmente presenti. Se riportiamo questo discorso sul mercato siciliano, vediamo che vi sono riprodotte le stesse condizioni, ma con accentuazioni e caratterizzazioni specifiche, perché queste caratteristiche della “atomizzazione” risultano ulteriormente acuite nel nostro sistema bancario isolano. Abbiamo, infatti, nel nostro mercato, presenti e operanti oltre cento banche. È, il nostro, un mercato interessante, perché la raccolta di risparmio in Sicilia è tra le più alte della nazione; tuttavia si capisce che piccole banche con mono sportello o con tre – quattro sportelli sono giocoforza destinate a divenire parte di mercati più ampi. In questa specie di costellazione così diffusa, il sistema bancario siciliano individua due realtà di rilievo maggiore: Banco di Sicilia e Cassa di Risparmio, che hanno un rapporto diretto con l’ente Regione, in quanto tesorerie, e nel passato hanno, anche in prima battuta, sostenuto il sistema produttivo isolano; esse sono, perciò, radicate, più di altre banche, nella realtà regionale. Non si può però dire che esse non debbano affrontare grossi problemi per potersi presentare con le carte in regola agli appuntamenti che si preannunziano. Tanto è, che si è parlato, appunto, della costituzione di un polo bancario siciliano. Il discorso è, comunque, prematuro; esso tocca una serie di problemi di portata così complessa e ampia che non mi sentirei di dire che questo sia il risultato che, adesso, stiamo per conseguire. Senz’altro è un’idea che ha diritto di cittadinanza in questo grande dibattito apertosi sulle banche in Italia. Ma non è un’ipotesi di lavoro su cui siamo, Banco e Cassa, direttamente impegnati».

«Quali sono i problemi nei quali la Sicilcassa è particolarmente impegnata in vista del 1992»?

«Per le Casse di Risparmio c’è il problema della concentrazione, che tuttavia non riguarda direttamente noi, ma quelle piccole Casse di Risparmio presenti, per esempio, in Piemonte, in Emilia o nell’Italia centrale, che hanno necessità di federarsi in istituzioni bancarie unitarie. Noi, invece, abbiamo il problema di conservare e consolidare il mercato siciliano (la quota di mercato della Sicilcassa si aggira, oggi, intorno al 25%) e, pur mantenendoci fortemente presenti nella realtà siciliana, affrontare anche spazi e mercati che non sono solo quelli siciliani, perché è impensabile chiuderci nell’involucro regionale. Tant’è vero che abbiamo aperto la filiale di Roma e uffici di rappresentanza all’estero (Francoforte, New York, prossimamente Mosca) proprio perché siamo consapevoli che la partita si gioca ormai sul terreno internazionale».

«Quali sono gli intenti programmatici nel futuro della Sicilcassa?»

«La Cassa deve migliorare alcuni servizi. Da qualche anno ci siamo posti questo obiettivo, cercando di fare in modo che sia il reclutamento, sia il processo di addestramento e formazione del personale che già lavora siano sempre più adeguati ai nuovi compiti. Ad esempio, abbiamo già una banca che svolge “in un ambito importante”. operazioni varie di breve, medio e lungo termine. Probabilmente dovremo attrezzarci meglio nell’area del parabancario con tutti i prodotti finanziari oggi richiesti dal mercato, perché non è più il processo di intermediazione, cioè della raccolta e degli impieghi, che può costituire il fulcro dell’attività bancaria. Quindi una nuova strategia di marketing che, mantenendo la clientela tradizionale, consenta anche di acquisire fasce di clientela in settori nuovi sia dell’impresa che della famiglia».

«Si sente parlare di privatizzazione. Quanto c’è di vero in ciò che da più parti si dice e come si sta organizzando la Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele di fronte a questa possibilità?»

«La spinta verso la privatizzazione di ampi settori bancari è venuta principalmente dal Ministero del Tesoro, il quale ritiene che la configurazione giuridica delle S.p.A. meglio si adegui ai nuovi compiti di concorrenza e competitività. Molte Casse di Risparmio hanno già avviato un processo di apertura verso il mercato, con quote di sottoscrizione e partecipazione che consentono all’assemblea dei quotisti di eleggere i propri rappresentanti all’interno del consiglio di amministrazione. Noi a questo riguardo abbiamo un programma di revisione statutaria che ha già riscontrato un primo gradimento della Banca d’Italia e che dovrà essere esaminato dalla Regione, perché anche noi vorremmo costituire nel nuovo statuto un fondo di partecipazione, accanto al fondo istituzionale, aperto alla sottoscrizione dei privati o di enti interessati. Questo ci spingerà maggiormente ad essere competitivi, perché verranno sottoscritte quote di partecipazione solo di aziende che vanno bene».

«I bancari stanno vivendo negativamente questo processo di trasformazione, perché tanto si è detto a proposito di possibilità di cassa integrazione e di licenziamenti. Esaminando il problema nella realtà siciliana, questi rischi sono veramente in agguato?»

«Il problema del personale bancario è nato dalla considerazione che ci sarebbe, secondo alcune stime, un surplus di dipendenti di circa quarantamila unità in tutta Italia e riguarderebbe molte banche. Tuttavia, è necessario considerare l’aspetto dell’occupazione in generale, ed in Sicilia in modo speciale: qui da noi questo è un problema particolarmente grave, poiché il bancario che perdesse il proprio posto di lavoro non potrebbe facilmente trovare un inserimento nuovo nel mercato. Per questo vorremmo assolutamente evitare, e probabilmente ci riusciremo, il ricorso, sempre traumatico, alle pratiche di licenziamento per riduzione di personale o di cassa integrazione guadagni, perché siamo certi che questi provvedimenti avrebbero effetti devastanti anche sul piano psicologico per coloro che lavorano in banca. Infatti già nello stato attuale si verificano problemi e spesso registriamo anche segnali di una disaffezione che comunque vorremmo a tutti i costi neutralizzare; di conseguenza, queste non ci sembrano le soluzioni adatte».

«La figura tipica del bancario italiano, così com’è oggi, sarà in grado di adeguarsi nel tempo all’appuntamento del ’92, tenendo conto del fatto che l’età media del personale è elevata?»

«È questo uno dei problemi strategici che tutte le banche stanno affrontando: cioè quello di puntare alla trasformazione della figura del bancario, ripensandola arricchita di contenuti culturali nuovi, perché non c’è dubbio che, se manteniamo le strutture del personale con un atteggiamento ed un comportamento quali sono quelli tradizionali delle nostre banche, avremo grosse difficoltà. Sino ad oggi si chiedeva al lavoratore bancario di svolgere le sue mansioni operando “per adempimenti”, cioè di attenersi alle direttive impartite dai superiori, attraverso un’attività lavorativa strettamente correlata con una serie di adempimenti formali. Oggi il concetto è ribaltato: il lavoro è programmato per obiettivi, cioè puntando al raggiungimento di determinati risultati. Ecco perché l’atteggiamento culturale del bancario deve essere diverso; bisogna operare con una mentalità acquisita nel settore commerciale, poiché le banche tendono a lanciare i propri prodotti finanziari attraverso una politica di marketing adeguata e hanno bisogno di unità produttive che li sostengano. La stereotipata figura del bancario irrigidito dietro lo sportello a compiere operazioni standardizzate è ormai obsoleta. A questo punto emerge il problema: il nostro personale bancario presenta livelli medi di anzianità elevata, il che automaticamente comporta una forte tendenza alla demotivazione, soprattutto quando non si hanno più prospettive di carriera. Ecco perché molte banche, compresa la Sicilcassa, hanno adottato soluzioni ad hoc (sistema di pensionamento, incentivazioni al pensionamento attraverso, ad esempio, l’assunzione dei figli o l’iscrizione al fondo integrativo pensione con 20 anni di anzianità di servizio anziché 25) atti a favorire un rinnovamento generazionale; queste iniziative sono state accompagnate da una appropriata formazione del personale bancario ancora in condizione di dare un apporto positivo».

«Alla base di ogni strategia di marketing dovrebbe esserci un’efficace armonizzazione tra “meriti e bisogni”, che attraverso quello che è chiamato processo di feedback, cioè di ritorno, possa restituire in termini di incentivazione l’impegno dell’operatore bancario nella vendita dei servizi cui è preposto. Cosa si sta facendo in tale direzione?»
«La meritocrazia richiede un processo di feedback fondato sull’incentivazione. Lo stesso rinnovo dei contratti collettivi di lavoro di queste settimane dovrebbe segnare una svolta radicale e consentire l’attribuzione dei meriti individuali e il loro riconoscimento configurando percorsi di carriera accelerata per far accedere a livelli di alta responsabilità chi ne ha le attitudini. Solo qui da noi, infatti, si giunge ai vertici della carriera in età avanzata, mentre, al contrario, le banche europee annoverano anche dirigenti giovani».

«Si rischia, almeno questo è quello che il sindacato paventa in questo momento, un ritorno al passato, quando il diritto sindacale non esisteva, quando era impossibile il dialogo. Ma la contrattazione è davvero difficile?»

«Tutto questo riguarda un fenomeno la cui portata è molto più ampia di quella dei rapporti di lavoro che sono di competenza del sindacato. Abbiamo vissuto anni in cui il sindacalismo aveva forse occupato degli spazi che esulavano dal suo ruolo. Sappiamo che in questo momento il sindacato vive una fase un poco regressiva, di ripiegamento. Questo però non significa cedimento. Anzi, sarebbe un grave disastro anche per le aziende bancarie se assistessimo ad un cedimento del ruolo del sindacato. Noi abbiamo bisogno di interlocutori validi, che abbiano una visione complessiva, non settoriale e non corporativa, dei problemi; per tale motivo ci auguriamo che questo processo in corso trasversalmente in tutti i sindacati, non solo in quelli bancari, possa sortire risultati veramente positivi. Da parte nostra è opportuno coinvolgere il sindacato, informandolo degli obiettivi perseguiti e delle strategie scelte; tuttavia, ciò non vuole significare corresponsabilità o co-gestione.  È utile per entrambe le parti che le occasioni di confronto diventino più frequenti, pur rispettando ciascuno i limiti della propria funzione».

Il processo di rinnovamento delle banche tutte, dunque, passa attraverso un’ampia revisione critica delle strutture, sia per quanto riguarda l’assetto istituzionale vero e proprio, sia per quanto riguarda l’aspetto funzionale. Nel fermento generale che attraversa il mondo del credito, i problemi sono tanti e tali, sia dal punto di vista umano che da quello tecnologico, da far ritenere che la sopravvivenza della banca stessa, e di conseguenza di tutto ciò che gravita nella sua orbita, sia affidata, soprattutto, alla capacità di organizzazione e di recupero in termini di competitività da parte di ogni singola struttura. Per adesso si procede per tappe obbligate, attraverso promesse programmatiche, che tuttavia non fugano completamente la sensazione di stabilità precaria e di incertezza occupazionale. Ma alla fine, quando si tireranno le somme, chi saranno i vinti e chi i vincitori?

2203

Potrebbero interessarti anche:

Scrivi il tuo commento