Associazione Culturale Parentesi


Fondata a Messina nel 1989.
Periodico illustrato bimestrale di politica, economia, cultura e attualità diretto da Filippo Briguglio.
Reg. Trib di Messina 18/02/1989. Iscritto nel Registro Nazionale della Stampa con n°3127 Legge 5881 n° 416.

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GERI VILLAROEL, PROFILO DI UNO SCRITTORE MESSINESE

GERI VILLAROEL, SCRITTORE MESSINESE
Ovvero, quando “lo scrivere è un ozio affaccendato” (Goethe).

di Filippo Briguglio

Fantasioso, comunicativo, sguardo indagatore”. Geri Villaroel descrive così il protagonista di uno dei racconti che fanno parte della sua raccolta di novelle Paginatrè.
E, sebbene come regola generale “nessuno scrittore dovrebbe fare figurare il suo ritratto nelle sue opere”, come diceva Edgar Allan Poe, tuttavia non ci si può esimere dall’osservare come nei suoi scritti Villaroel faccia trasparire molto di sé e di quel piccolo mondo borghese di una città di provincia, Messina, indolente e per lo più apatica, apparentemente riservata, ma fondamentalmente pettegola, in cui egli vive.
Giornalista, scrittore, commediografo, poeta, un fisico giovanile ed un’eleganza non ostentata, seppure accuratamente ricercata, una nonchalance solo apparente nel modo di fare e di dire, un volume di poesie siciliane, una raccolta di novelle, sette commedie, racconti, tre romanzi, molti conoscenti e taluni amici da diversi anni attivi nel mondo giornalistico e letterario d’oltre cortina, addetto stampa del teatro messinese San Carlino, collaboratore del quotidiano Gazzetta del Sud, consigliere dell’Associazione Siciliana della Stampa, componente del Sindacato Giornalisti Cinematografi, della Società Italiana Autori Drammatici e del Sindacato Scrittori, direttore responsabile delle riviste Incontri ed Il Menabò, mensile di cultura cinematografica edito a Messina: le attività di Geri Villaroel, da docente a scrittore, parlano per lui. La passione per lo scrivere, invero, la eredita da uno zio, Giuseppe Villaroel, poeta e narratore, critico letterario del Popolo d’Italia e del Messaggero di Roma, il quale, sebbene tenti di dissuaderlo – come ricorda Geri – dall’intraprendere la carriera di scrittore (“poetae miserrimae dicunt”, gli scrive come dedica su una fotografia), lo ritiene l’unico possibile “letterato” della famiglia.
Ma poiché in una città come Messina, così indifferente, dove qualsiasi iniziativa, a meno che non sia appoggiata negli ambienti giusti, stenta a decollare, è difficile costruirsi un personaggio senza suscitare giudizi di velleitarismo o manifestazioni di scetticismo, allora crearsi “le physique du rôle”, l’aspetto adatto alla parte da interpretare, può aiutare a ritagliarsi uno spazio che consenta di uscire dall’anonimato.
L’importante è sapersi inventare e, soprattutto, proporsi.
Geri Villaroel, in questo, è un uomo che non conosce mezze misure: osservatore attento, interlocutore ironico, conversatore brillante, le amicizie giuste, la frequentazione di ambienti selezionati, ma anche la cordialità immediata, seppure vigile, con la quale si rivolge alle persone poco in vista, una cortesia che “carezzando le persone, consenta di fare con un piccolo capitale un grosso guadagno” lo aiutano a proporsi come un personaggio che ama, con estremo piacere, parlare e far parlare di sé.
Tant’è che egli avverte l’esigenza di rappresentarsi anche attraverso la sua stessa produzione letteraria, eterogenea e cospicua, dove finanche l’attenzione posta nella scelta estetica d’effetto per la veste di ogni libro dimostra come nulla venga lasciato al caso. Infatti, le copertine particolari, quasi a soggetto, sobrie ma incisive, dei suoi libri con i disegni, di volta in volta, di Mario Calandri, Giuseppe Mazzullo, Antonio Freiles, Enrico Paulucci, Fulvio Leinardi testimoniano la ricerca del modo di manifestare, sin dal primo impatto, quell’impronta che caratterizza la personalità dello scrittore. Del resto subito riconoscibile, leggendolo, nel modo di esprimersi, attraverso trame che si snodano e si articolano anche in accese descrizioni paesistiche rese con dovizia di particolari tali che, intanto, attirano l’attenzione su ciò che è scritto prima che su ciò che è detto, e nel modo di scrivere, quasi compiaciuto, con l’uso di parole anche non comuni, talvolta inframmezzate da occasionali caratteristici francesismi, che, in fondo, rispecchia il suo stesso modo di parlare che, di primo acchito, polarizza l’attenzione su chi parla e, quindi, su ciò che dice.
Geri Villaroel inizia a scrivere in vernacolo e pubblica, per i tipi di Salvatore Sciascia, il volume di poesie siciliane Marranzate, che dedica allo zio Giuseppe Villaroel, la cui prefazione è curata dal giornalista Vanni Ronsisvalle.
Subito dopo pubblica, sempre con Sciascia, il romanzo Vita senza giovinezza, dove il protagonista Michele Gisira, adolescente durante la Seconda guerra mondiale, matura con grande difficoltà la sua personalità nel dopoguerra e vive le diverse tappe della sua crescita psicologica in una società in evoluzione (che attraverso le diverse fasi ricostruite giunge sino alle conflittualità di oggi ed agli attuali mali) con un estremo disagio, tale da indurlo a ricercare se stesso nel passato attraverso le immagini di una storia, forse la sua, che egli rivive in parallelo al presente.
Si apre quindi una parentesi sul teatro. E vengono fuori Digiuno di donna, messo in scena dalla compagnia teatrale La Ringhiera di Roma, diretta da Franco Molè, rappresentato in prima nazionale proprio a Messina, e portato poi in tournée in tutta Italia, che riscuote critiche positive; Vedovo separato in attesa di divorzio, Bastone da passeggio, Piano bar per la regia di Walter Manfrè, regista messinese, con musiche del maestro Failla di Siracusa; Re tuono, adattamento  dell’omonima favola di Luigi Capuana, messo in scena dal Teatro Libero.
Dal romanzo al teatro e viceversa. E nascono il racconto Inquietudine e le novelle Paginatrè.
Se è vero che al teatro Villaroel ammicca trovando in esso una fonte di soddisfazione e una platea certamente più immediate che nel libro, è soprattutto nel romanzo, comunque, che egli trasfonde quel complesso rapporto di amore – odio con la sua terra, la Sicilia, che gli fornisce sì stimoli e spunti, ma che (come accade nella maggior parte dei casi) lo costringe anche a proiettarsi oltre lo Stretto per avere risposte congrue all’impegno profuso (il cofanetto che raccoglie i suoi ultimi romanzi, Giallo Siciliano, Ossidiana, Serenata di periferia, è uscito per i tipi delle edizioni Fratelli Laterza di Bari ed in questa città è stato presentato).
Ed è anche questo il leitmotiv della totalità della sua opera.
I protagonisti delle sue storie sono personaggi quotidiani con sprazzi di evasione, nei quali la voglia di andare via dalla propria isola in cerca di qualcosa di più e di diverso è contrapposta ad una uguale nostalgia per il proprio ambiente così tradizionale, senza mutamenti, con i suoi suoni i sapori i colori le figure le emozioni i sentimenti e i ritmi talvolta lenti, sì, e magari sempre uguali, ma così vivi, da costituire, comunque, parte integrante del proprio modo di essere.
Tutto questo Geri Villaroel mescola alle trame dei suoi romanzi, colorendone lo svolgimento con descrizioni ridondanti e minuziose imbevute di quella stessa sicilianità che traspare anche nel suo parlare abituale ravvivato da immaginifiche espressioni; e vi si sofferma lungamente, come accade in Giallo Siciliano, storia intensamente siciliana, entrato tra i finalisti del Premio Isola Bella/Golfo Borromeo; in Ossidiana, vicenda densa di umori isolani che si stempera, tra la Sicilia e New York, nello sfogo di un modo di essere tutto siciliano, quello di Marta, un’orfana cui hanno ucciso il padre, che, divenuta adulta, decide di fare luce sulla tragedia della sua famiglia, a differenza della madre che, rassegnata, si risposa.
E tutto questo rappresenta, infine, in uno scenario dove un tranquillo quartiere periferico di Messina (Montpois, come lo chiama Villaroel, Montepiselli nella realtà) ed un’assolata e suggestiva Taormina fanno da contraltare ad una Parigi fumosa e bigia, pur se immersa nel fascino dei suoi monumenti, dei suoi boulevard, delle piazze, con Marco Morgana, protagonista di Serenata di periferia, marinaio sognatore che esegue serenate con la sua armonica a bocca, il quale, dopo aver girato il mondo, si rassegna al tran-tran delle navi traghetto che fanno la spola tra le sponde dello Stretto di Messina pur di non abbandonare la sua terra per amore degli affetti, la vecchia madre, ed interrompendo la monotonia dei suoi giorni tutti uguali vive un’appassionata storia d’amore ed intrighi.
Un rapporto, quello di Geri Villaroel con le sue storie “cahier de vie”, pezzi di vita – come li chiama lui – di riflessione, prima che di esternazione, non solo sui caratteri, ma persino nella ricerca accurata di significative parole che sottolineino bene il contenuto di un’espressione e di un pensiero. «Quando lavoro su un libro o su un testo» dice Geri, «ci rifletto molto. Ecco perché non accetto le sterili polemiche e le critiche mosse magari da un’analisi poco attenta dei contenuti e delle parole».
Un rapporto che coinvolge personaggi ed ambienti in un tutt’uno dove le analitiche descrizioni di uomini e cose, il parlare di se stesso di ciascun protagonista fatto attraverso considerazioni tra sé e sé o confidenze rivolte ad un interlocutore, che entra nelle storie come un amico, quasi un confidente, ma comunque parlare e parlare di sé, sono un’affermazione dell’esigenza stessa di dialogo e di confronto di Villaroel uomo.
Una testimonianza che rivela come, per dirla con Francois Mauriac, “uno scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine”.

Filippo Briguglio

n.21 Aprile/Maggio 1993 (Il personaggio) pagg.6/7  (con allegato il libro bonsai su Geri Villaroel)

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